Perché esserci conta.
Ho scritto un articolo intitolato “Il Movimento c’è” all’indomani della manifestazione romana del 29 novembre, che ha riportato in strada centomila persone. Una mobilitazione che ha mandato in frantumi un’idea: che tutto sia finito.
Qualcuno ha replicato: «Ma qual è lo scopo di questo Movimento, se ancora oggi non ha la forza di modificare davvero i rapporti sul campo?» È una domanda legittima. Provo a rispondere.
Un movimento come quello Pro-Pal non è nato per conquistare un campo di battaglia. È nato innanzitutto per impedire che il mondo si volti dall’altra parte. Non per spostare mezzi corazzati, ma per spostare lo sguardo collettivo. Tant’è che ciò che ieri sembrava l’azione di una minoranza ostinata oggi è diventato senso comune.
Dire che la testimonianza non serve è comodo. Serve a chi preferisce che tutto resti com’è. Ma la presenza pubblica permanente ha aperto crepe dove prima c’erano muri. Ha impedito che il dolore venisse sepolto. Ha rotto l’indifferenza prima che diventasse norma. Se nessuno avesse alzato la voce, tutto sarebbe stato inghiottito nel buio.
Quando un genocidio resta sotto i riflettori per mesi, saltano narrazioni complici e saltano coperture politiche. I media che prima negavano tutto, poi hanno dovuto arretrare. Le flotille dirette verso Gaza hanno costretto governi e organismi internazionali a rendere conto alle società civili.
La storia dei movimenti è istruttiva: le marce per i diritti civili negli Stati Uniti hanno fatto cadere barriere che sembravano eterne. La pressione internazionale ha incrinato l’apartheid.
Non erano passeggiate domenicali.
Sono precedenti. Fatti, non miti: movimenti di base che hanno costretto apparati statali e governi a riposizionarsi. L’agenda politica è cambiata non per generosità, ma perché quella pressione era troppo forte per essere ignorata.
I movimenti non servono solo a ottenere qualcosa. Servono anche a non smarrirsi. A non accettare la normalizzazione del male. Sono una forma di orientamento morale: una bussola. Si tratta di non scivolare nel vuoto. Di uscire dal proprio metro quadrato. L’impegno collettivo è uno spazio in cui ci si ricorda che gli altri esistono e che il mondo non è una somma di egoismi.
Alcune cose vanno fatte perché sono giuste, non perché garantiscono un premio. Un movimento è un gesto collettivo che nega l’idea dell’individuo isolato. È una smentita vivente del cinismo dominante. Quando persone diverse si ritrovano per una causa che non porta vantaggi personali, l’aria cambia. Ti mette accanto ad altri. Ti ricorda che la giustizia non è una faccenda privata. Mai.
Ed è lì che si misura la portata dei movimenti: nel fatto che, anche quando la piazza si svuota, ciò che hai visto e sentito non ti molla. Ti segue a casa. Ti chiede conto. Cambia il modo di guardare ciò che prima non vedevi.
E davanti a Gaza non c’è più spazio per l’equidistanza. O si cade da una parte o dall’altra. O di qua o di là. Gaza è il termometro morale dell’Occidente. Chi oggi ancora cerca rifugio nella “neutralità” non è neutrale: è già altrove, nel campo di chi permette, di chi tollera, di chi giustifica. Chi si rifugia nell’equidistanza mentre una popolazione sparisce dai radar, dalle mappe, dalle coscienze, sceglie.
E no, non serve una laurea in geopolitica per capire da che parte stare. Basta essere umani. Non complici. Umani.
* da Facebook
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