La rivolta popolare iraniana si sta sviluppando “alla luce di 45 anni d’imbargo e guerre” come chiara espressione di crisi interne accumulate – politiche, economiche e sociali – e rivela un profondo abisso tra Stato e società. Tuttavia, questa rivolta, nel tentativo di stabilire la propria legittimità e i propri obiettivi, si trova ad affrontare una sfida non meno grave della repressione interna: la pressione e le dichiarazioni americane, israeliane ed europee, che minacciano di trasformarla da un’azione nazionale indipendente ad una pedina in un conflitto internazionale.
La prima condizione per il successo di qualsiasi rivolta popolare è il suo carattere puramente nazionale; ovvero, deve essere definita come un prodotto della volontà popolare interna, non come un riflesso di dettami o messaggi esterni.
Quando gli Stati Uniti intervengono sulla scena iraniana attraverso minacce o escalation, diventa facile per le autorità riformulare il movimento come una risposta alle pressioni e ingerenze straniere, piuttosto che come un’espressione di legittime richieste popolari.
È qui che la rivolta inizia a perdere una delle sue più importanti fonti di forza: la sua indiscutibile legittimità nazionale e indipendenza.
Come tutti i regimi autoritari, il regime iraniano ha una lunga storia di utilizzo di fattori esterni per rafforzare la propria coesione interna.
Le pressioni esterne gli consentono di passare da una percepita posizione di debolezza e fallimento a quella di “protettore della sovranità nazionale”.
In questo contesto, le contraddizioni interne si attenuano temporaneamente e le priorità sociali vengono riorganizzate, portando a una contro-popolarità per il regime che non si basa sulla soddisfazione per le sue prestazioni, ma piuttosto sul timore di interferenze straniere.
La pressione americana in particolare fornisce anche una copertura politica e di sicurezza per intensificare la repressione sotto la bandiera della lotta contro l’intervento straniero.
Le misure repressive vengono presentate come una difesa dello Stato e i manifestanti vengono dipinti come strumenti o agenti di interessi stranieri. Di conseguenza, la rivolta perde parte del suo sostegno sociale, in particolare tra quei gruppi che rifiutano la tirannia ma si oppongono anche a qualsiasi violazione della sovranità nazionale.
Il problema diventa ancora più complesso quando questa pressione proviene da un’amministrazione americana il cui nome, soprattutto sotto Donald Trump, è stato associato alla politicizzazione delle questioni nazionali e alla loro strumentalizzazione nelle guerre di spartizione influenze .
Tale retorica manca di credibilità presso l’opinione pubblica iraniana e non viene interpretata come un autentico sostegno ai diritti umani, ma piuttosto come parte di una lotta strategica contro l’Iran come Stato sovrano. Pertanto, preservare le possibilità che la rivolta popolare iraniana raggiunga i suoi obiettivi richiede di proteggerla dalle interferenze straniere, non di sollecitarle.
Il cambiamento non si impone con le minacce, né si costruisce con le dichiarazioni, ma piuttosto quando il regime perde la capacità di nascondersi dietro il pretesto di un “nemico esterno” ed è costretto a confrontarsi direttamente con i problemi sociali del suo popolo.
Solo una rivolta patriottica, autonoma e veramente indipendente, nel suo discorso e nei suoi obiettivi, è in grado di ottenere una vera svolta nella struttura del potere.
Per quanto riguarda la pressione americana e la minaccia d’intervento militare, per quanto possa apparire di supporto, spesso finisce per servire i regimi piuttosto che il popolo.
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