Il termine “prigioniero politico” è spesso presentato come una categoria oggettiva, quasi tecnica.
Tuttavia, il suo uso reale da parte dei governi rivela qualcosa di molto diverso: non funziona come concetto giuridico stabile, ma come strumento politico selettivo.
La recente reazione dello Stato spagnolo alle scarcerazioni in Venezuela, contrastata con il suo storico rifiuto di riconoscere questa condizione ai prigionieri del Procès, rimette in evidenza un doppio pesi e due misure che merita di essere analizzato con calma.
È opportuno iniziare con un chiarimento fondamentale: non esiste una definizione giuridicamente vincolante e universale di “prigioniero politico” [lo stesso accade con il termine “terrorismo”, ndr].
Il vuoto di una definizione universalmente vincolante di “prigioniero politico” non è una svista tecnica, ma una conseguenza strutturale di come operano gli Stati moderni.
Il confine tra motivazione penale e motivazione politica non è mai chiaro, perché ogni sistema giuridico tende a presentarsi “neutrale” anche quando agisce in difesa di un determinato ordine.
Questa ambiguità permette alla legalità di funzionare come scudo.
Basta invocare l’esistenza di leggi, giudici e procedure per negare qualsiasi pregiudizio politico, anche se la storia dimostra che legalità e legittimità non sempre coincidono.
Proprio per questo, organismi come Amnesty International o il Consiglio d’Europa formulano criteri indicativi (privazione della libertà per motivi ideologici, sproporzione della pena, mancanza di garanzie procedurali, motivazione politica della persecuzione) anziché definizioni chiuse.
Ma nessuno di loro esonera automaticamente uno Stato per il semplice fatto di avere leggi, giudici e sentenze, perché il problema non è solo quello che ha fatto l’imputato, ma come e perché lo Stato decide di attivare il suo apparato penale.
E questo punto è fondamentale.
Perché uno degli argomenti più ricorrenti dei governi quando affrontano questa accusa è il legalismo difensivo: “se c’è legge e c’è una sentenza, non possono esserci prigionieri politici”.
Si tratta di un’affermazione rassicurante, ma profondamente fuorviante.
L’esistenza di un procedimento giudiziario non elimina il carattere politico di una decisione penale, così come una legge ingiusta non cessa di essere ingiusta perché è stata approvata conformemente alle regole.
Durante il governo di Mariano Rajoy, la parola d’ordine è stata chiara e ripetuta fino alla sazietà: “In Spagna non ci sono prigionieri politici, ci sono politici prigionieri”.
Con questa formula si intendeva chiudere la discussione prima ancora di aprirla.
Non si discuteva se il processo catalano fosse stato indebitamente giudiziario, se le pene fossero proporzionali o se il diritto penale fosse stato usato come strumento per gestire un problema politico.
Si negava direttamente la possibilità stessa che uno Stato democratico potesse incorrere in questo tipo di deriva.
Questa chiusura falsa non rispondeva a una profonda riflessione giuridica, ma a una necessità politica di autoprotezione istituzionale.
Ammettere l’esistenza di prigionieri politici nel proprio paese non solo mette in discussione una decisione concreta, ma mette in discussione la neutralità dell’apparato dello Stato. Per questo la negazione è così decisiva.
Il contrasto con il discorso sul Venezuela è rivelatore.
Quando si tratta di un paese situato al di fuori dell’asse delle alleanze occidentali, il termine ” prigioniero politico” fluisce senza difficoltà.
Nessun disagio concettuale o scrupoli terminologici. La diagnosi è immediata e la condanna è clamorosa.
Ma il problema non è qui. Il problema è l’incoerenza del criterio.
Perché se il concetto si applica solo agli avversari geopolitici e mai agli Stati alleati o a se stessi, cessa di essere uno strumento di difesa dei diritti umani per diventare un altro pezzo del linguaggio propagandistico.
Gli Stati tendono a comportarsi sistematicamente in questo modo. Denunciano la repressione altrui mentre naturalizzano la propria. Esternalizzano il problema per non guardarsi allo specchio.
Così i diritti umani diventano principi universali o diventano risorse retoriche a uso selettivo, attivate o disattivate a seconda dei casi al racconto dominante.
C’è una conseguenza molto preoccupante in questa pratica: il concetto di prigioniero politico si svuota di contenuto critico.
Invece di servire ad analizzare come il potere possa strumentalizzare il diritto penale, si riduce a un’etichetta morale applicata al nemico.
E quando questo accade, il dibattito smette di essere giuridico o etico per diventare pura geopolitica.
Una democrazia solida non è quella che proclama che “qui questo non può accadere”, ma quella che accetta che nessun sistema è immune all’abuso di potere, nemmeno il proprio.
La maturità democratica non consiste nel blindarsi di fronte alle critiche, ma nel permetterle anche quando è scomoda.
Negare per principio l’esistenza di prigionieri politici all’interno dei confini stessi non è una dimostrazione di forza istituzionale.
È piuttosto una forma di fragilità: quella del sistema che non osa sottoporsi allo stesso esame che esige dagli altri.
Perché quando il concetto dipende dal nemico, non parliamo più di diritti umani. Stiamo parlando di potere.
* Studioso della Accademia delle Scienze di New York, dell’Università Cattolica di Avila e del Centro di Formazione Studi Criminali
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