(Ovvero il potere non si declina mai al singolare)
Scrivo sempre meno di questioni prettamente politiche. Lo faccio per non apportare ulteriore confusione in un contesto storico-politico drammaticamente caotico. E anche perché in questi frangenti la possibilità di profferir minchiate è altissima.
In questi mesi preferisco leggere, analizzare, riflettere. E poi di Lenin e Che Guevara in sessantaquattresima ne abbiamo già a iosa. Così come di eminenti analisti politici e geopolitici della domenica.
La fase dunque è quella che è. Tragica e ai limiti del delirio da qualunque angolazione la si guardi. Estesi conflitti regionali, questioni monetarie (dedollarizzazione e alternative al sistema Swift che stanno mettendo in fibrillazione l’impianto egemonico Usa) tracolli energetici, petrolio, aggressioni geostrategiche, neocolonialismo, crisi di valorizzazione del capitale, fanatismo religioso. Tutto deflagrato oggi, sotto le sempre più visibili e fosche insegne di una guerra globale.
Una fase che fisiologicamente sta lasciando emergere le pulsioni occulte e imponderabili dell’essere umano. Le sue più agghiaccianti inclinazioni psichiche, il suo insito sadismo, la sua consustanziale crudeltà. Che sempre fanno capolino dalle stanze oscure dell’inconscio.
È quella fase eminentemente tanatoica che la Storia umana ha sempre provveduto a tirar fuori ciclicamente. Ma che oggi si estende sul piano inclinato di un’isteria collettiva, per la natura stessa delle nostre governance.
Ovvero, di quel sistema capitalistico che risulta, piaccia o no, il più criminale assetto politico-economico che la vicenda umana ricordi.
L’ultima tra le fasi storiche tanatoiche in senso assoluto ha riguardato, com’è noto, gli anni Trenta del secolo scorso, dopo la crisi strutturale del ’29. Con l’affermazione del fascismo e del nazismo e il conseguente secondo conflitto mondiale.
D’altra parte, come diceva Deleuze, l’inconscio non delira mai su mamma e papà «bensì sulle razze, le tribù, le classi, i continenti, la storia, la geografia, sempre un ambito sociale». E come ci ricordava Marx «la violenza è levatrice della storia».
Una Storia che è storia di lotta fra le classi. E mai come nella fase presente, questa è un’evidenza palpabile. Un’evidenza che ne porta con sé anche un’altra: la torsione imperialistica del capitalismo quale sua fase suprema.
Insomma, lo scontro feroce che si sta consumando non è solo un conflitto tra classi, ma anche e soprattutto tra Stati.
L’Impero a stelle-e-strisce contro i vassalli e le colonie. Le potenze globali contro quelle regionali. I più forti contro i più deboli. Capitalismo avanzato contro paesi in via di sviluppo. Occidente contro Brics, se proprio vogliamo utilizzare la formula più ricorrente dell’odierna geopolitica.
Con l’aggravante – come dice giustamente Alessandro Volpi – che attualmente abbiamo a che fare con un capitalismo occidentale quasi esclusivamente finanziario e non più industriale e produttivo.
Un capitalismo plutocratico, crepuscolare e monopolistico che ha dovuto necessariamente segnare una frattura ideologica con il concetto stesso di democrazia liberale. Con cui peraltro il Capitale Monopolistico Transnazionale non è mai andato troppo d’accordo. Nonostante le dichiarazioni formali degli ideologi di regime.
A tal proposito basta leggere il discorso che il Premier canadese Mark Carney – ex manager di Goldman Sachs ed ex governatore della Banca d’Inghilterra: insomma uno che sa di cosa sta parlando – ha tenuto a Davos.
Discorso in cui dichiara candidamente che in questi ottant’anni la “democrazia liberale” e “la libertà” sbandierata dall’Occidente altro non sono stati che puri espedienti retorici e formali per giustificare profitti, privilegi, iniquità e rapine in giro per il mondo.
Un divorzio tra democrazia e mercato che però oggi si sta consumando concretamente, com’era d’altronde prevedibile. Innanzitutto negli Usa, da sempre presunto faro dell’Occidente democratico; in realtà patria primaria della finanza internazionale.
E di quei Fondi di Investimento che oramai drenano capitali e risparmio ovunque, smantellando stati sociali e governi, avendo la necessità di dirottare ingenti flussi di ricchezza proprio verso gli Stati Uniti in crisi.
Stati Uniti che di quel Capitalismo plutocratico e attualmente sull’orlo del crepuscolo sono (o erano) la centrale riconosciuta.
Una coltre nera sta stritolando dunque le società occidentali. Una coltre nera che tende ad allargarsi a dismisura. Il fascismo sotto forme contemporanee è tornato non a caso ad alzare la sua lurida faccia dalla melma in cui lo avevamo affondato.
Ma levatevi dalla testa che questa coltre abbia un nome e un cognome preciso, per giunta pazzo. Ovvero quello di Donald Trump.
Il potere inteso come complesso di strutture e sovrastrutture non è mai declinato al singolare. Non è mai un fenomeno psichiatrico. È viceversa, generalmente plurale e formalmente lucido.
Questa coltre ha pertanto origini ben precise. Nella globalizzazione degli anni ’90, voluta principalmente dall’allora trionfanti governi dem negli Usa e di centrosinistra in Europa.
Ha la sua origine, ancor prima, nel crollo dell’Urss e nella scientemente perseguita – anche dai partiti comunisti europei: vedi il Pci – rottamazione dei principi marxisti da parte della sinistra post 1989.
Nel disarmo ideologico di una gauche variamente declinata, che ha sancito la sua separazione elitaria dalle classi lavoratrici e dai diritti sociali. Nel mantenimento di sempre più micragnosi bacini elettorali con conseguente svendita della dignità di una Storia di conflitto e di antagonismo, in cambio di “diritti civili” sempre più metafisicamente astratti e variamente declinabili.
Ha la sua origine – quella coltre nera – in tutte le cazzate riformistico-pacifiste color arcobaleno che dagli anni ’90 hanno preteso di annacquare qualunque prassi conflittuale e “armata” contro lo strapotere del Capitale.
Nel nome della disobbedienza civile e della pacificazione sociale. Di un peace&love che ha prodotto solo un fuck&heat che ci ha rotto il culo senza neanche baciarci prima di fotterci.
Ma anche, d’altro canto, nella chiusura ossificata e sclerotica di formazioni comuniste che non sono riuscite ad andare oltre l’elaborazione teorica della Terza Internazionale. Emmelle fuori tempo massimo, ancorati a dinamiche primo-novecentesche, incapaci di adattare analisi e prassi alle nuove strategie del Capitale e dell’Imperialismo.
Laddove, considerando le accelerazioni del presente, si richiederebbero duttilità congiunta ad intelligenza profonda nella lettura politica e nell’agire conflittuale. Senza illusioni o ancor peggio richiami generici alla lotta di classe qui o in altri e lontani teatri politici. O evocazioni di rivoluzioni senza rivoluzionari, a tratti francamente ridicole.
Qualcuno prova a tenere la barra dritta, ma costa fatica. Purtroppo infatti, più realisticamente, abbiamo una storia da riallacciare, un tessuto di classe da ricostruire e un riavvicinamento al blocco sociale ormai polverizzato da quarant’anni di controffensiva padronale e imperialista – e da nostri errori – da rimettere in moto. Insomma a farla breve, dobbiamo tornare ad essere marxisti e comunisti nel XXI secolo.
Perché Trump non è né pazzo né un momentaneo “errore della Storia”. E il ritorno dell’autoritarismo e di una dittatura fascistoide – tecnofascismo o tecnofeudalesimo che dir si voglia – non è accaduto all’improvviso. Ma soprattutto rischia di non essere un episodio passeggero. Chi sostiene questo o è cretino o in malafede.
Così come la guerra in Ucraina non inizia il 24 Febbraio 2022, e neanche nel 2014. Ma trent’anni prima, con la violazione del patto di non allargamento della Nato ad Est dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
Così come il Genocidio dei palestinesi affonda le sue radici nel 1917, quando il leader sionista Chaim Weizmann riuscì a ottenere il sostegno britannico alla propria causa con la pubblicazione della dichiarazione Balfour, con cui si sanciva il supporto del governo britannico alla creazione di una «dimora nazionale per il popolo ebraico» in Palestina.
Così come anche in Iran gli Ayatollah non nascono dal nulla ma dalla manomissione Usa e britannica per il saccheggio del petrolio iraniano, cui aveva messo un freno il socialista Mossadeq, sovvertito dal colpo di stato voluto da Cia, Mi6 e Mossad. Insomma, gli stessi che oggi vogliono bombardare l’Iran per far fuori quegli Ayatollah, resuscitando l’incubo di un altro Reza Pahlavi.
Lo stesso discorso potremmo fare chiaramente per il Venezuela e la LatinoAmerica tutta. Da sempre considerata dagli Usa il “cortile di casa”, a partire dall’ottocentesca Dottrina Monroe e dal Plan Condor architettato dall’amministrazione Nixon negli anni ’70. Varianti attuali sono la Groenlandia e il Canada, che Trump vorrebbe sottomettere al suo potere e a quello statunitense.
Insomma, tutti i nodi vengono al pettine prima o poi, e convergono in un unico momento storico. Il presente, purtroppo.
E allora, come dicevamo Trump non è né pazzo né un mostro nato all’improvviso dal ventre della bestia. È il prodotto di un laboratorio socio-politico molto avanzato, che lo ha costruito e sagomato nel tempo.
Così come gli agenti Ice non sono altro che gli eredi di quegli istruttori e consiglieri che gli Usa hanno mandato in giro per il mondo – a partire da Guatemala e Vietnam – ad addestrare squadroni della morte e a dare indicazioni per il sovvertimento di governi progressisti, oppure semplicemente non sottomessi ai diktat degli Usa e dell’Occidente globale a Capitalismo avanzato.
Questo autocrate statunitense è infine il risultato delle scellerate politiche di una sinistra vendutasi – come accennavamo più sopra – alle inique ragioni del profitto e dell’Impero.
Così come i dieci colpi di pistola sparati al povero Alex Pretti di 37 anni, già peraltro immobilizzato e picchiato -nel cuore di quello stesso impero, faro da sempre scassato delle “libertà democratiche” – sono il prodotto del razzismo, del classismo e del fascismo che da sempre alberga tra le pieghe non solo del liberalismo e del turbocapitalismo Usa, ma della civiltà occidentale cristiano-giudaica interamente intesa.
I crimini dello Stato Vaticano nel corso dei secoli hanno del resto fatto scuola. A cominciare da quell’Europa da sempre colonialista nel nome della civilizzazione per conto di dio.
Mentre oggi basta riandare al delirante discorso pronunciato nel 2022 da Josep Borrell, all’epoca Alto rappresentante Ue per la Politica estera: «L’Europa è un giardino nel quale tutto funziona. È la migliore combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità è stata in grado di costruire. Il resto del mondo non è esattamente un giardino. La maggior parte del resto del mondo è una giungla e la giungla potrebbe invadere il giardino». Un concentrato di suprematismo, razzismo e ideologia di potenza da far rabbrividire Goebbels.
In poche parole, come dicevamo sopra, Donald Trump non è un nome che si declina al singolare. È solo il ritratto dipinto all’interno di una cornice, in quarant’anni di ideologia e propaganda neoliberista. Che quella cornice sia progressista o reazionaria, poco cambia.
D’altronde nel nostro paese Pd e FdI – con contorno di partitini sinistresi e sinistrati a fare da foglia di fico alle torsioni sempre più antipopolari dei governi repubblicani – sono alleati di ferro sulle cose che contano: politiche del lavoro, licenziamenti, contrazioni salariali, flessibilità, Fiscal Compact, riassetti e decori urbani, turistificazione, sgomberi, privatizzazione, alloggi inesistenti, repressione, sudditanza agli Usa.
Trump nasce quindi da politiche concrete e interessi materiali. Politiche e interessi che assumono inesorabilmente quel volto oscuro nato dall’inconscio delirante dell’Occidente. Ma in parte anche dal suo Super Io tracimante onnipotenza imperiale e disciplinamento sociale.
Per gli ultimi of course, con esenzione delle classi dominanti. Assimilabili oramai a terrificanti e arcaici Totem.
The Donald è il prodotto di quell’ideologia elargita a piene mani dalla stampa mainstream che, come il robot donna di Metropolis (profetica pellicola anni ’20 del ‘900 di Fritz Lang) ha plasmato coscienze acritiche, amorfe, inclini al servilismo.
Coscienze che a sinistra oggi si indignano, immemori delle proprie responsabilità e di quella normalizzazione e pacificazione perseguite nel falso nome di una democrazia che fu ed è simulacro. Alibi dietro cui mantenere i propri privilegi occidentali giocando, dagli anni ’90 in poi, al comunismo o al radicalismo di sinistra.
Girotondi, tute bianche, mani alzate, arcobaleni, Gay Pride e “ideologia woke”. Classe lavoratrice e classe operaia mandate rigorosamente in soffitta tra i residui della Storia.
Oggi però si grida ipocritamente alla “perdita di democrazia”. Alla “violazione del diritto internazionale”, che mai tuttavia fu rispettato. Alla repressione. Alla perdita del lavoro e alla disoccupazione. Al fascismo di fronte agli omicidi dell’Ice negli Usa e ai Ddl sicurezza qui da noi. Al pericolo purtroppo reale di una guerra nucleare.
Si grida, ma da piazze sempre più virtuali e sempre meno reali. Dove ognuno può sentirsi l’ultimo e l’unico scienziato della rivoluzione.
Dieci botte messe in corpo ad Alex Pretti. Tre esplose contro Renee Good. Ma qui “a sinistra” si discetta dell’oscurantismo crudele degli Ayatollah. Del presunto autoritarismo di Maduro. Del povero popolo ucraino e del terrificante zar russo. Di quanto fosse criminale Assad. Del fanatismo di Hezbollah. Del Rojava, che purtroppo paga una condizione strategica terribile e le decisioni spesso scellerate delle sue dirigenze politiche e militari.
E si continua vigliaccamente soprattutto a pronunciare quel “Ma Hamas…” (“e allora le foibe?“) che sollecita a chiudere gli occhi sul genocidio dei palestinesi.
Questi sono i motivi per cui scrivo sempre meno di politica. Sono demoralizzato e stanco. I social hanno poi dato il colpo di grazia all’imbarbarimento delle relazioni umane.
Il confronto sostituito dall’immodificabilità delle opinioni. Il contraddittorio ridotto a slogan per umiliare e zittire l’interlocutore. L’intelligenza portata all’ammasso del pensiero unico dominante. La democrazia liberale, l’Europa e l’Occidente (possibilmente senza Trump, dicono i “sinistri”) è il Bene. Gli altri, inesorabilmente, il Male.
L’orizzonte dunque è nero. Ma è proprio qui ed ora che bisogna stringere i denti, fare appello al coraggio e tornare a praticare conflitto, antagonismo e pensiero critico. E allora oggi mi sono messo a scrivere di nuovo.
Intanto negli Usa rinascono le Black Panther. E qui da noi? Chissà, non dispero. So solo che prima di lasciare questo porco mondo vorrei vederlo l’Ordine Nuovo.
Vorrei vedere ancora una volta i pezzenti esultare. Ed urlare il loro odio in faccia ai padroni del mondo.
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Victor Matteucci
D’accordo su tutto, tranne sul fatto che vi sia una guerra fra Stati. Il conflitto è tra sistemi e visioni interne alla borghesia capitalistica. Nell’attuale fase finale di crisi generale storica, il confronto è tra il liberismo privato e finanziario di Davos sostenuto da riformisti e liberali che immaginano un dominio delle lobby, del mercato e del capitale privato venduto come democrazia e libertà senza razzismo esplicito o discriminazioni di genere e con la retorica dei diritti come timone della storia . In un tale contesto vale l’identità finanziaria. Dall’altro lato, l’autoritarismo dello Stato con il dominio del capitale pubblico e il supporto tecnico-militare che riconosce una cittadinanza eugenetica del bianco maschio occidentale . In entrambi i casi, sia con la governance economica, che sottomette gli stati, sia con la governance politica, che sottomette i gruppi finanziari, la prospettiva è di un neo medioevo all’aria condizionata in cui fuori le mura sono accampati gli altri, che non esistono. Sul modello Gaza o dei Nativi americani.