Per me è impossibile separare ciò che accade a Cuba da ciò che accade altrove, ad altri popoli. Sicuramente il martirizzato popolo palestinese lo sa bene: è su di esso, sulla sua pelle che si è resa accettabile la violazione sistematica del diritto internazionale, ignorata dalle potenze mondiali, fino a diventare impunità.
Una “nuova era di depravazione” ho letto altrove. E qualcuno penserà ad una forzatura o blasfemía di ragionamento perché certamente Cuba non è Gaza: non ci sono bombardamenti, non ci sono ospedali distrutti sotto le telecamere. Quel che sfugge, però, mi sembra di intuire, è la logica (se ancora vogliamo parlare di logica) che è la stessa: colpire le condizioni di vita, comprimere l’esistenza quotidiana, usare un intero popolo come leva politica.
Il bloqueo che subisce Cuba, infatti, non è solo sanzione: è uno strumento centrale, un’arma, che incide su cibo, salute, risorse, futuro. Sul popolo. Affama, indebolisce, ammala lentamente, scientemente, crea morte. Si utilizza il corpo civile come ostaggio per imporre un cambio di regime. Questo è un crimine di guerra. È illegale. Questa è punizione collettiva. Questa è violenza sistemica.
E quando la violenza diventa metodo, il problema non è solo “perché accade”, ma cosa sta diventando possibile fare senza conseguenze. Questo non significa ignorare le motivazioni materiali e logiche che sono reali e che non più si celano come diremmo un tempo, ma bensì si svelano, ormai alla luce del sole (tra le tenebre) dietro ogni massacro impunito a cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere.
Quindi il controllo delle risorse, il prezzo del greggio, le crisi finanziarie, le strategie imperiali, le tensioni tra potenze. Tutto reale. Tutto concreto. Ma qui, infatti, non si tratta di negare le cause materiali. Il punto è che questo cause materiali non bastano più a contenere ciò che vediamo o ciò a cui assistiamo inermi.
In sostanza, per me, è evidente che si sta affermando qualcosa di diverso, un ribaltamento di prospettiva: una progressiva erosione dei limiti, una normalizzazione della violenza, una soglia sempre più bassa rispetto a ciò che è considerato accettabile. Colpire civili, distruggere infrastrutture, comprimere le condizioni di vita di intere popolazioni: tutto questo non appare più come eccezione, ma come pratica ricorrente.
E quando ciò che era inaccettabile diventa praticabile, il problema non è solo interpretare il mondo, ma riconoscere la direzione in cui si sta muovendo. È qui che si gioca la pericolosità del presente: nella costruzione di un mondo in cui il caos, la guerra e la distruzione non sono più fallimenti, ma strumenti.
“Oscurità Eterna”. Questo è il nome dell’operazione che Israele sta, nel frattempo, conducendo. Bombardamenti, o meglio, un numero spropositato di bombardamenti in pieno giorno su Beirut, centinaia di morti, ospedali al collasso. Impunità. Per me questo è il nodo centrale, ancor prima del modello socialista che Cuba rappresenta come alternativa ad un feroce sistema capitalistico modello USA e che per questo ne desidera ardentemente la sua distruzione o per essere più contemporanei, disintegrazione.
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