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Oggi a Roma manifestazione al fianco di Cuba: socialismo o barbarie!

C’è un filo rosso che attraversa la storia della liberazione latinoamericana e che lega il pensiero di José Martí alle pratiche rivoluzionarie di Che Guevara e Fidel Castro. È il filo dell’indipendenza, della dignità, della giustizia sociale, della costruzione di una società fondata sull’autodeterminazione dei popoli e sulla sovranità delle risorse. Martí anelava a una Cuba libera, giusta, eguale: una società in cui gli umili e i poveri fossero finalmente protagonisti, in cui la ricchezza naturale non fosse più saccheggiata e concentrata, ma redistribuita per il bene collettivo.

La sua “Nuestra América”, quella che oggi possiamo definire indo-afro-latinoamericana, rappresentava non solo un progetto politico, ma una visione del mondo alternativa alla modernità coloniale e capitalista. Martí aveva compreso che l’indipendenza formale non bastava: senza giustizia sociale, senza sovranità economica, senza emancipazione reale delle masse, ogni libertà resta incompiuta.

È su questa eredità che si fonda la Rivoluzione cubana, che ancora oggi resiste e rilancia, nonostante un’aggressione permanente e sistemica. Una situazione che rende concreto e stringente nel mondo di oggi l’ aut aut di Rosa Luxemburg “Socialismo o barbarie”

Un incontro a Pisa

Oggi, mentre il mondo sembra scivolare verso nuove forme di barbarie, questa eredità torna con forza al centro della scena. Lo si è visto chiaramente ieri a Pisa, in una piazza centrale (nella foto) piena di compagne e compagni, cittadine e cittadini, militanti e democratici, riuniti in una straordinaria iniziativa di solidarietà attiva con Cuba. Un’iniziativa promossa dalla Rete dei Comunisti, con la partecipazione di esponenti della Rifondazione Comunista e dell’associazione Italia-Cuba, che ha saputo coniugare analisi politica e azione concreta: raccolta di medicinali, fondi, strumenti di sostegno diretto a un popolo colpito da un blocco economico e finanziario sempre più disumano.

Ma non solo. In quella piazza si è costruita anche controinformazione, si è cercato di rompere il muro del silenzio e della manipolazione: perché il blocco contro Cuba non è soltanto economico, è anche mediatico, informativo, culturale. È un tentativo sistematico di isolare un’esperienza che rappresenta, ancora oggi, una possibilità concreta di alternativa.

La resistenza di Cuba

Cuba, guidata oggi dal presidente Miguel Díaz-Canel, continua a ribadire la propria disponibilità al dialogo internazionale. Un dialogo che però non significa resa, né negoziazione sui principi. Significa confronto su temi concreti e condivisi: la riduzione delle tensioni, la gestione dei flussi migratori, la cooperazione nella lotta contro la criminalità e il narcotraffico, gli scambi culturali e scientifici, le relazioni economiche e finanziarie.

Ma Cuba è chiara: non sarà mai messa in discussione la sua sovranità, la sua autodeterminazione, la sua identità rivoluzionaria.

Eppure, di fronte a questa apertura, l’aggressione imperialista non si ferma. Anzi, si intensifica. Il blocco economico si accompagna a nuove forme di strangolamento, comprese quelle energetiche, configurando una vera e propria politica che assume i tratti del genocidio: contro un popolo, contro i bambini, contro una società che non ha mai aggredito nessuno, che non ha mai esportato guerra, ma medici, insegnanti, cultura, solidarietà.

Perché tanto accanimento?

La risposta è semplice e al tempo stesso drammatica: perché Cuba rappresenta un esempio. Dimostra che un altro mondo non solo è possibile, ma esiste già in forme concrete, pur tra mille difficoltà. E proprio per questo va distrutto, isolato, soffocato.

Siamo dunque di fronte a uno scontro epocale tra due visioni del mondo.

Da una parte, l’internazionale della guerra, del profitto, dell’individualismo, del dominio: un sistema che mette al centro la competizione, la sopraffazione, la logica del mercato come unica legge possibile, anche a costo della distruzione dell’umanità e della natura.

Dall’altra, l’internazionale della solidarietà, della cooperazione, della pace: quella incarnata da Cuba e da altri processi di emancipazione, che pongono al centro l’essere umano, lo sviluppo armonico, la crescita non solo quantitativa ma qualitativa e spirituale, il rispetto reciproco tra i popoli.

Non è una disputa astratta. È una scelta concreta, storica, immediata

Ci sono momenti, nella storia, in cui non è più possibile restare neutrali. Momenti in cui le classi dominanti negano persino lo spazio per costruire una società giusta e pacifica. Momenti in cui l’aggressione diventa sistema, e la resistenza diventa necessità.

Cuba oggi vive uno di questi momenti. E lo affronta con dignità, con consapevolezza, con una straordinaria tenuta politica e morale, mantenendo saldo il legame tra governo e popolo, tra presente e principi fondativi della Rivoluzione.

Le mobilitazioni internazionali, come quella di oggi, devono allora essere all’altezza della sfida: coinvolgere comunisti, democratici, progressisti, credenti, tutte e tutti coloro che comprendono che difendere Cuba significa difendere l’idea stessa di un ordine mondiale fondato sul diritto, sulla cooperazione, sulla giustizia.

Con la barbarie o con il socialismo.

Ci sono momenti nella storia in cui non è più tempo di rispetto e non si dà spazio da parte dei dominanti all’aspirazione dei cittadini di costruire una giusta, pacifica e libera umanità; e come accade a Cuba le aggressioni imperialiste si fanno tragedia nonostante il governo di Diaz-Canel insista con la pace e il dialogo per la sua autodeterminazione e affronti con dignità e consapevolezza uno dei momenti più complessi della storia recente, mantenendo saldo il legame con il popolo e con i principi fondativi della rivoluzione.

Non si tratta solo di solidarietà con un paese. Si tratta di scegliere da che parte stare nella storia. Con chi vuole soffocare il mondo o con chi vuole costruire una nuova umanità.

Noi sappiamo da che parte stare.
E lo grideremo forte. ¡Venceremos!

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