Il manifesto pubblicato da Palantir Technologies non è né un documento tecnico né una visione economica. È un documento politico esplicito che annuncia una nuova fase nella traiettoria del capitalismo digitale, una fase in cui esso ha abbandonato la pretesa di neutralità e ha deciso di smascherarsi, rivelando il proprio volto ideologico nella sua interezza. Palantir non è un caso isolato nel panorama tecnologico globale.
Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.
La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.
È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.
Dalla Silicon valley alla Casa Bianca: l’alleanza organica
Per comprendere il manifesto di Palantir al di fuori del suo contesto isolato, dobbiamo evocare l’immagine dell’alleanza che si è formata negli ultimi anni tra un segmento dell’élite tecnologica e il progetto della destra nazionalista estrema. Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e il più significativo finanziatore della carriera politica di Trump, non è semplicemente un uomo d’affari che sostiene un candidato politico.
È la mente ideologica che fornisce a questo progetto la sua logica politica, qualcuno che vede la democrazia liberale rappresentativa esistente come un ostacolo al progetto dell’élite tecnocratica, e che ha dichiarato apertamente che capitalismo e democrazia liberale tradizionale sono incompatibili. Questa alleanza non è un caso fortuito, né una congiunzione passeggera. È una convergenza oggettiva tra due progetti che condividono un unico obiettivo: concentrare il potere nelle mani di un’oligarchia finanziaria e politica che crede di possedere un «diritto naturale» a governare le proprie società e quelle altrui.
Questa alleanza trova la sua espressione istituzionale oggi in quello che è noto come il movimento dell’accelerazionismo tecnologico, che include Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e altri, i quali hanno iniziato a muoversi in modo coordinato con la seconda amministrazione Trump. Ciò che li unisce non è un’allineamento ideologico completo. Ciò che li unisce è la posizione di classe e l’interesse condiviso: l’eliminazione di qualsiasi vincolo regolatorio o democratico che limiti la loro capacità di accumulazione, dominio ed espansione del controllo.
Il Manifesto in 22 punti: una lettura del suo contenuto di classe
Palantir ha pubblicato quello che ha descritto come un riassunto del libro del suo CEO Alexander Karp, «The Technological Republic», in mezzo a un ampio coinvolgimento globale e a una crescente indignazione politica che ha superato i milioni di visualizzazioni in pochi giorni. L’indignazione non deve però limitarsi alla sola reazione emotiva, perché il manifesto è nella sua essenza una mappa di classe che merita una lettura di sinistra precisa, che vada più in profondità dell’indignazione.
Il manifesto contiene 22 punti, costruiti con una precisione architettonica deliberata, non in modo casuale. Alcuni punti appaiono moderati o umani in superficie, come gli appelli alla tolleranza nei confronti dei politici nella loro vita privata, o contro il gioire della sconfitta di un avversario.
Questi punti non sono né innocenti né accidentali. Sono la facciata calcolata utilizzata per conquistare il lettore esitante e conferire al manifesto un’immagine «equilibrata» prima che esso riveli il suo vero volto. Questo è ciò che gli studi ideologici chiamano la struttura del consenso fabbricato: ti viene somministrata una dose di linguaggio che suona ragionevole per aiutarti a inghiottire la dose tossica insieme a essa. Ciò che appare logico nel manifesto non è quindi prova del suo equilibrio, ma ulteriore prova della sua astuzia.
Tutti questi punti vengono impiegati come copertura per portare avanti un’agenda ideologica complessiva che lega tutte queste preoccupazioni a un progetto di militarizzazione, dominio e gerarchia civilizzazionale. Mi concentrerò pertanto sui punti più rivelatori del vero contenuto di classe e ideologico di questo progetto, affrontando gli altri concetti nel corpo del testo.
Il Punto Uno afferma che «l’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo morale di partecipare alla difesa della nazione». Questa struttura morale non è innocente. Quando la contrattazione militare e di sicurezza viene presentata come un «dovere morale», la pressione sociale diventa un meccanismo per costringere ingegneri e programmatori a servire la macchina della guerra e della repressione, e ogni voce dissenziente all’interno delle aziende tecnologiche viene messa a tacere in nome del «patriottismo». Questa è la conversione della coscienza individuale in merce al servizio dello Stato militare e di sicurezza e delle sue istituzioni repressive e di sorveglianza.
Il Punto Due chiede la «ribellione contro la tirannia delle app», intendendo il rifiuto della tecnologia di consumo a favore di sistemi di sicurezza e militari più profondi. Non si tratta di una critica al capitalismo dei consumi come potrebbe apparire. È un appello a reindirizzare le capacità tecnologiche verso la macchina della guerra e della sorveglianza anziché verso il mercato dell’intrattenimento.
Il Punto Cinque dichiara che «la domanda non è se verranno costruite armi di intelligenza artificiale; la domanda è chi le costruirà». Questa logica deterministica chiusa mira a eliminare qualsiasi dibattito sul rifiuto della militarizzazione tecnologica alle sue radici. Quando la scelta viene formulata come «noi o il nemico», la possibilità di dire «no alle armi in toto» viene cancellata. È la stessa logica usata dalle amministrazioni della Guerra Fredda per mettere a tacere i movimenti per la pace e restringere le organizzazioni di sinistra, e qui ritorna in veste digitale.
Il Punto Sei richiede che «il servizio nazionale sia un dovere universale», chiedendo una riconsiderazione dell’esercito tutto-volontario a favore della coscrizione obbligatoria. Questa richiesta rivela il volto classicamente fascista del manifesto: quando lo Stato non riesce a produrre la disponibilità volontaria a partecipare alle sue guerre, ricorre alla coercizione istituzionale e la chiama «responsabilità condivisa». Significativamente, l’azienda che chiede ai giovani di offrire le proprie vite in difesa dell’«Occidente» guadagna simultaneamente miliardi di dollari dai contratti di guerra in cui quei giovani muoiono. Il dovere per tutti, i profitti per pochi.
Il Punto Diciassette afferma che «la Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta». Questa proposta appare pragmatica in superficie, ma nella sua essenza è un’espansione dei poteri delle aziende di sicurezza private per aggirare il ruolo dello Stato e trasformarsi in una forza autonoma di controllo sociale, operante secondo la logica del profitto piuttosto che secondo la logica della legge, del potere giudiziario indipendente e della responsabilità democratica.
Il Punto Venti richiede la «resistenza alla pervadente intolleranza verso la credenza religiosa». Questo punto non nasce da una genuina difesa della libertà di credo. È un impiego opportunistico del discorso religioso per costruire un’alleanza ideologica con le correnti conservatrici e religiose che sono le più suscettibili di essere mobilitate dietro i progetti di guerra. La storia ci insegna che ogni progetto fascista ha avuto bisogno di un’alleanza con le istituzioni religiose per conferire alla violenza un carattere sacro, ed è questo ciò che questo punto cerca di fare sotto la copertura della «libertà di fede».
Il Punto Ventunesimo è il più rivelatorio della profonda dimensione ideologica, quando dichiara che «alcune culture hanno prodotto avanzamenti vitali mentre altre rimangono disfunzionali e regressive». Questa frase non è un’opinione culturale di passaggio. È il fondamento teorico del razzismo coloniale civilizzazionale che giustifica il dominio, l’occupazione e l’uccisione dei popoli sotto la copertura della «gestione razionale della civiltà».
Questa logica non differisce fondamentalmente dal «fardello dell’uomo bianco» che giustificò il colonialismo nei secoli precedenti, e viene riprodotta oggi nel linguaggio degli algoritmi e dei big data. Ciò che la rende più pericolosa del suo predecessore è che non richiede forze coloniali visibili. Bastano un database e un algoritmo di targeting.
Il Trumpismo come sistema, non come persona
L’errore comune è ridurre il trumpismo alla persona di Donald Trump. Il trumpismo è un progetto di classe complessivo che combina il capitale finanziario nazionale con il nazionalismo sciovinista e l’ostilità verso gli immigrati e le minoranze. Nella sua essenza, è un’espressione della crisi del capitalismo quando esso non può più riprodurre l’illusione liberale per il suo pubblico, così ricorre al discorso nazionalista aggressivo per distogliere l’attenzione dalle reali contraddizioni di classe. Ciò che fa il manifesto di Palantir è collegare il capitale monopolistico digitale a questo progetto e fornirgli gli strumenti tecnologici necessari per trasformarlo dal discorso politico elettorale a un sistema di controllo effettivo.
La cooperazione documentata tra Palantir e le autorità dell’immigrazione e le agenzie di sicurezza nel tracciamento e nella deportazione dei migranti è un modello pratico di questa alleanza. La tecnologia qui non è utilizzata per servire la «sicurezza» in alcun senso neutrale. È utilizzata per attuare politiche repressive e razziste con alta efficienza operativa. Lo strumento digitale rende la repressione più rapida, più precisa e meno bisognosa di giustificazione pubblica.
Il feudalesimo digitale e la sua fase fascista
Come ho sostenuto in precedenza nelle mie analisi del capitalismo digitale, stiamo vivendo la fase avanzata del feudalesimo digitale, in cui le grandi aziende monopolizzano l’infrastruttura digitale e impongono le proprie condizioni agli utenti, proprio come un tempo i signori feudali monopolizzavano la terra e controllavano i contadini. Ciò che il manifesto di Palantir rivela è che questo feudalesimo digitale sta ora entrando nella sua fase fascista, la fase in cui il capitale non si accontenta più del silenzioso sfruttamento economico ma si muove verso la mobilitazione politica e ideologica esplicita e il controllo per proteggere il proprio sistema da qualsiasi minaccia.
Sotto il capitalismo digitale, non sono più solo i lavoratori manuali e intellettuali tradizionali ad essere vittime dello sfruttamento. Ogni utente produce quotidianamente dati che vengono convertiti in materia prima per la produzione di plusvalore senza compensazione.
I servi digitali lavorano all’interno di sistemi che non possiedono e sono soggetti a regole sulle quali non hanno alcuna reale influenza. Ciò che il manifesto aggiunge a questo quadro è la militarizzazione: questi stessi sistemi di sfruttamento vengono ora diretti verso l’inquadramento della mente umana, il condurre guerre, la soppressione del dissenso, le deportazioni forzate e la gestione dei sistemi di controllo della sicurezza.
Algoritmi di morte
Il manifesto non può essere letto in isolamento da ciò che accade nelle guerre contemporanee. Rapporti documentati hanno rivelato che Palantir ha stabilito partnership strategiche con eserciti e istituzioni di sicurezza per costruire database di targeting che vengono effettivamente utilizzati in operazioni militari. Non si tratta di una possibilità teorica. È una pratica quotidiana documentata: algoritmi che convertono vite umane in punti dati, e punti dati in obiettivi militari.
In Palestina, rapporti giornalistici e investigativi hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale per costruire liste di obiettivi che hanno portato a massacri contro i civili a Gaza. In Venezuela, Iran e altri paesi che Washington classifica come «minacce», i sistemi di sorveglianza e dati vengono utilizzati per sostenere il militarismo, l’aggressione e le guerre che violano il diritto internazionale.
Quello che l’azienda chiama «sistema di targeting intelligente» è in pratica una macchina per gestire l’uccisione con efficienza industriale. L’uccisione non richiede più una decisione umana responsabile. Richiede un algoritmo, dati sufficienti e il via libera da un apparato che non è soggetto ad alcuna responsabilità democratica. Questa è l’applicazione sul campo di quello che il manifesto chiama «capacità decisionale in tempo reale», dove le decisioni di uccidere vengono prese istantaneamente all’interno di sistemi tecnici chiusi.
La cosa più importante in questo contesto è che l’uso di questi sistemi non può essere separato dal discorso che giustifica la classificazione di intere comunità come arretrate o minacciose. Il crimine non inizia con la bomba. Inizia con la classificazione. Quando intere comunità vengono definite come una minaccia, l’uccisione e il targeting dei civili diventano «gestione della sicurezza» piuttosto che un crimine i cui autori devono essere chiamati a rispondere.
L’illusione della neutralità tecnologica, l’autosorveglianza e la repressione digitale
Il pericolo del modello che Palantir sta costruendo non risiede unicamente nelle sue applicazioni militari dirette. Più pericoloso ancora è quello che può essere descritto come la «società della sorveglianza», quando il controllo diventa interno piuttosto che esterno. Quando un individuo sa di essere sorvegliato in ogni momento e sente che ogni interazione digitale viene registrata e analizzata, inizia ad imporsi la sorveglianza da solo.
Modifica il proprio discorso, evita gli argomenti sensibili, si allontana dalle idee radicali di dissenso. Questa autosorveglianza volontaria limita e indebolisce i movimenti di sinistra e progressisti e le organizzazioni dei lavoratori dall’interno, senza la necessità di arresti o restrizioni dirette.
L’appello del manifesto alla «comprensione profonda del comportamento umano» come condizione per la sicurezza è in realtà un appello a costruire un sistema complessivo per smantellare l’azione politica collettiva prima che emerga. Prevedere il comportamento delle proteste e smantellarlo prima che diventi un movimento organizzato è il sogno che i servizi di sicurezza hanno a lungo inseguito, e la tecnologia di Palantir si sta avvicinando alla sua realizzazione.
Tra i meccanismi ideologici più prominenti del manifesto vi è il ricorso alla logica deterministica chiusa. «Non ci sarà neutralità tecnologica», «la domanda non è se le armi di intelligenza artificiale verranno costruite», «le democrazie non possono fare affidamento sul solo discorso morale». Questo approccio mira a convertire le scelte politiche in fatti naturali ineluttabili e a eliminare qualsiasi messa in discussione della natura del sistema esistente dalla sfera del dibattito legittimo. È lo stesso approccio usato dai neoliberali quando negli anni ’90 dichiararono che «il capitalismo è la fine della storia». Ora la stessa logica ritorna in una formulazione securitaria: non c’è scelta al di fuori della militarizzazione digitale.
Questo determinismo non è una descrizione neutrale della realtà. È una tattica per svuotare la politica del suo contenuto. Quando sei convinto che non esista alternativa, smetti di cercarne una. Ed è questo il principale obiettivo dietro questo linguaggio.
L’alternativa di sinistra: la questione della proprietà e del controllo collettivo
Il manifesto di Palantir non è semplicemente un documento di un’azienda tecnologica che annuncia le proprie posizioni. È un campanello d’allarme assordante che le forze progressiste devono ascoltare con chiarezza: la battaglia per il futuro della tecnologia non si nasconde più dietro le quinte. È scesa in campo, annunciandosi senza vergogna. Chi ritarda nel cogliere questo cambiamento ritarda il proprio ingresso nell’arena di lotta più decisiva di questo secolo.
La domanda fondamentale non riguarda come viene usata la tecnologia. Riguarda chi la possiede e chi ne determina gli obiettivi. La tecnologia non diventerà uno strumento di liberazione finché rimarrà nelle mani dei monopoli digitali alleati ai progetti della destra, della guerra e della repressione. Qualsiasi discussione seria deve partire dalla necessità di una proprietà collettiva e societaria dell’infrastruttura digitale, e dal sottoporre gli algoritmi e l’intelligenza artificiale a una genuina supervisione democratica che rappresenti gli interessi delle masse lavoratrici piuttosto che delle élite monopolistiche.
Ciò richiede che le forze di sinistra, progressiste e dei diritti umani si impegnino con l’arena della tecnologia con piena serietà come importante campo della lotta di classe. Produrre critica intellettuale, per quanto importante, non è sufficiente senza costruire alternative tecnologiche effettive attraverso il coordinamento e il lavoro congiunto tramite internazionali digitali: piattaforme sociali libere da monopolio, restrizioni e repressione; strumenti di ricerca che rispettino la privacy di tutti gli utenti; sistemi di intelligenza artificiale gestiti in modo democratico e trasparente; e altre applicazioni digitali. Questi non sono progetti ricreativi per il futuro. Sono una necessità strategica urgente per qualsiasi progetto liberatorio serio.
Aggiunta necessaria: il disarmo tecnologico come prerequisito
Costruire alternative da sole non è sufficiente a meno che non sia abbinato a una campagna organizzata per privare questi monopoli delle loro armi tecnologiche. Va notato qui che Palantir non è un caso eccezionale né un’anomalia nel panorama tecnologico. È l’espressione più esplicita e audace di ciò che molte altre aziende praticano con maggiore silenzio e un discorso più morbido. Ciò che la rende un punto focale di questa analisi è che ha rivelato ciò che gli altri sono soliti nascondere, non che differisca da loro nella sostanza. Il sistema è uno; l’unica eccezione è il grado di franchezza.
Proprio come i movimenti operai storici lottarono per disarmare il capitale nelle fabbriche e nelle fattorie, oggi è necessaria una lotta equivalente per strappare dalle mani di queste aziende collettivamente gli algoritmi letali, i sistemi di targeting e la sorveglianza di massa.
Questa lotta assume molteplici forme: il boicottaggio dei loro servizi, l’esposizione dei loro contratti segreti con i governi, il perseguimento dei loro dirigenti davanti ai tribunali internazionali con l’accusa di complicità in crimini di guerra, e la pressione sulle istituzioni pubbliche affinché recidano i loro rapporti con queste aziende. Ogni contratto governativo con questo sistema è un finanziamento diretto della macchina di uccisione e deportazione. Fermare questo flusso finanziario è la prima linea di confronto.
Questo percorso non può essere completato senza lavorare simultaneamente a livello legislativo interno e internazionale. A livello interno, occorre fare pressione per promulgare leggi severe che richiedano alle aziende tecnologiche di sicurezza di mantenere piena trasparenza nei loro contratti con i governi, criminalizzare l’uso di sistemi di intelligenza artificiale nel targeting militare al di fuori di qualsiasi supervisione giudiziaria indipendente, e obbligare queste aziende a sottoporsi agli stessi standard di responsabilità ai quali sono soggette le istituzioni pubbliche.
A livello internazionale, occorre lavorare per sottoporre queste aziende alle convenzioni internazionali sui diritti umani, in particolare alle Convenzioni di Ginevra che proibiscono il targeting indiscriminato dei civili, alla carta delle Nazioni Unite sulla protezione dei dati personali, e ai Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani.
A un’azienda che costruisce database di targeting nelle zone di guerra non può essere consentito di operare al di fuori di questo quadro giuridico, e se lo fa, i governi che contraggono con essa portano una responsabilità criminale condivisa. Questa non è una richiesta riformista di lusso. È il minimo richiesto dall’umanità del diritto nel confronto con la disumanità dell’algoritmo.
Seconda aggiunta: smascherare il silenzio del lavoro al cuore del Manifesto
Ciò che è sorprendente nel manifesto di Palantir, anzi ciò che è profondamente sospetto, è che non menziona una sola parola sui lavoratori, sui sindacati, sul diritto all’organizzazione, sullo sciopero. In un documento che parla dell’«élite ingegneristica», del «dovere morale» e delle «culture arretrate», non c’è posto per i lavoratori manuali e intellettuali che costruiscono questi algoritmi, li fanno funzionare e vivono sotto il peso della stessa sorveglianza.
Questo silenzio non è accidentale. È un’ammissione implicita che il progetto tecnologico fascista non può affrontare la questione dei lavoratori, perché i lavoratori da soli, se si organizzano, sono capaci di fermare interamente le linee di produzione della morte. Uno sciopero generale nella Silicon Valley, o anche solo negli uffici di Palantir stessa, è l’incubo di questo progetto. Sostenere i sindacati dei lavoratori tecnologici e collegare la loro lotta a una lotta globale è pertanto un atto di resistenza di prim’ordine.
Questa lotta tecnologica non può essere separata dalla lotta popolare sul campo. La tecnologia è uno strumento di supporto alla lotta, non un suo sostituto. Il potere reale rimane nell’organizzazione politica, sindacale e popolare, nei movimenti sociali, nella solidarietà internazionale tra le masse laboriose di questo sistema, che si trovino nelle guerre, alle frontiere, o nei quartieri operai sorvegliati da algoritmi che non chiedono il permesso a nessuno.
Conclusione: il fascismo digitale col suo vero nome
Il manifesto di Palantir rivela chiaramente che ci troviamo di fronte a una nuova forma di fascismo, non solo nel senso storico ristretto, ma nel suo significato essenziale: l’alleanza del capitale monopolistico con il potere politico nazionale aggressivo e il dispiegamento della violenza, della repressione e della gerarchia civilizzazionale per proteggere questa alleanza da qualsiasi minaccia popolare. L’unica differenza è che gli strumenti di questo fascismo oggi sono gli algoritmi, i big data e l’intelligenza artificiale, ed è questo ciò che lo rende più ermetico e più difficile da resistere rispetto a quanto lo ha preceduto.
Quando Alexander Karp finisce di scrivere il suo manifesto filosofico nel suo elegante ufficio, gli algoritmi costruiti dalla sua azienda continuano il loro lavoro di identificazione degli obiettivi, tracciamento dei migranti alle frontiere, costruzione di database di dissidenti in tutto il mondo, e sostegno alla macchina del militarismo e della repressione su tutto il globo. La filosofia e il crimine sono due facce della stessa moneta.
La lotta per la giustizia sociale e la liberazione oggi passa inevitabilmente e sostanzialmente attraverso la lotta per liberare la tecnologia da questa alleanza aggressiva di classe. Non è una questione tecnica né una questione etica astratta. È una questione politica da cima a fondo, e parte di una lotta storica su chi detiene il controllo sul futuro e sulla coscienza umana: la minoranza monopolistica alleata ai progetti di morte e repressione, o le masse lavoratrici che devono imporre la propria autorità sugli strumenti che plasmano le loro vite e il loro destino.
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Fonti e riferimenti
Prima: fonte primaria — Il Manifesto Palantir
1. Palantir Technologies — The Technological Republic, in breve (Post ufficiale su X, aprile 2026)
2. Karp, Alexander C. e Zamiska, Nicholas W. — The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West. Crown Currency, New York, 2025.
Seconda: reportage giornalistici e analisi sul Manifesto
3. Al Jazeera English — «Technofascism? Why Palantir’s pro-West ‘manifesto’ has critics alarmed,» aprile 21, 2026.
4. TechCrunch — «Palantir posts mini-manifesto denouncing inclusivity and ‘regressive’ cultures,» aprile 19, 2026.
5. Engadget — «Palantir posted a manifesto that reads like the ramblings of a comic book villain,» aprile 2026.
6. TRT World — «Internet explodes in outrage over Palantir’s dystopian tech manifesto,» aprile 2026.
7. Reason — «Palantir’s new manifesto wants the military draft reinstated,» aprile 20, 2026.
Terza: rapporti sui diritti umani su Palantir e la complicità delle grandi aziende tecnologiche a Gaza
8. Amnesty International — Rapporto sull’economia politica globale che abilita il genocidio israeliano, che nomina Palantir tra i principali contributori, settembre 2025.
9. Truthout — «Amnesty Calls for States to Pull the Plug on Economy Backing Israel’s Genocide,» settembre 2025.
10. Business and Human Rights Resource Centre — «Palantir allegedly enables Israel’s AI targeting in Gaza, raising concerns over war crimes.»
11. Business and Human Rights Resource Centre — «Amazon, Google and Microsoft fuel Israeli military aggression in Gaza, investigation reveals,» febbraio 2025.
12. Business and Human Rights Resource Centre — «Google, Amazon and Microsoft allegedly complicit in war crimes amid Israel’s war in Gaza.»
13. Business and Human Rights Resource Centre — «Google did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.
14. Business and Human Rights Resource Centre — «Amazon did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.
15. Business and Human Rights Resource Centre — «Microsoft did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.
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