Nel 1600 Aquisgrana aveva 14.000 abitanti, quando in identico periodo Napoli, prima della pestilenza del 1656, ne contava 400.000. Da notare che la storia illustre dell’amena cittadina lotaringica riporta a quando Carlo Magno vi trascorse certi periodi e poi Ottone di Sassonia ne fece il luogo rituale di incoronazione della scombicchierata confederazione che fu il Sacro Romano Impero. Mentre Napoli, che conta tutt’ora il quintuplo dei residenti di Aquisgrana, e che nel ‘600 era la più grande città europea, è sempre rimasta fuori dai sacri confini.
C`è qualcosa di intimamente ridicolo e casereccio nei riti dell’Unione. Una grandeur basata sull’improvvisazione e il pret a porter. Come quella cerimonia del 9 Maggio strogata in antitesi alla festa sovietica della vittoria sul nazi-fascismo che cosi tanto fa vibrare i cuori dei cittadini dell’Unione, i quali prima di coricarsi, come noto, amano recitare la dichiarazione di Schumann.
Il roboante premio Carlo Magno distribuito ad Aquisgrana più che i nobel teleguidati di Stoccolma ricorda tanto le lauree ad honorem offerte in serie dalle università locali a personaggi famosi o comunque alla page per farsi conoscere nel mondo, o i premi letterari usati come promozione turistica da piccole località amene ma fuori mano.
Buona l’idea degli amministratori di Aquisgrana: chiudere il terzo vertice simbolico dell’Europa lotaringica, dopo Bruxelles e Strasburgo, chiamando in causa nientemeno che la chimera imperiale di Carlo Magno. Una vera e propria invenzione della tradizione.
Che però se letta con la lente fine della storia è deragliata nella distopia, giacchè Carlo Magno non fece guerra alla Russia (allora neanche esistente) mentre l’Europa a trazione lotaringica, con il suo virtuoso modello renano in economia e le sue encomiabili famiglie liberal-socialiste sensibili all’ostpolitik, è finita con Maastricht e l’allargamento a est col conseguente suprematismo germanico.
Quanto al merito il discorso di Draghi, ha ripercorso il clichè della cricca dirigente adunata attorno alla von der Leyen (alla quale è stato peraltro conferito il premio precedente). Europa atlantica ma più assertiva, chiusura alla Cina, rinnovata ostilità alla Russia, riarmo a tutto azimut. non potendo più confidare nella copertura Usa. Un balzo non in avanti ma un salto in alto a piedi uniti con rovinosa ricaduta nello stesso mortaio (o mortorio).
E siccome egli è solito snocciolare sintetici memorandum di stile anglosassone anche stavolta non ha deluso le attese oracolari del suo pubblico. Dopo il fortunato “Whatever it takes” (“ce la faremo a salvare l’euro, costi quel che costi“) e il meno fortunato “Volete la pace o il condizionatore?” (che ha portato il paese, letteralmente, alla canna del gas) per l’occasione ha tirato fuori un desolante e drammatico “Siamo soli, insieme”.
Un doloroso, quanto eroico, richiamo. alla solidarietà nella sfiga. Una identità accomunante che si reitera sulla nostalgia di una delusione. Che per un verso richiama El Alamein (“Mancò la fortuna non il coraggio”) ma anche i più intimistici refrain canori: da “Io e te da soli” cantata da Mina, già Tigre di Cremona, a “Soli si muore” (del meteorico fenicio Patrick Samsum), da “Ora sei rimasta sola” di Celentano il Molleggiato alla struggente “Testarda” (la mia solitudine sei tu) intonata superbamente da Iva Zanicchi, indimenticabile Aquila di Ligonchio…
Di questo magnus homo in formato carolingio non dimenticheremo mai le gesta come capo di governo, quando somministrava la sua agenda fatta di fuffa ai nostrani corifei tramando congiure scissioniste contro il più grande partito della sua stessa maggioranza per liberarsi di Conte tramite il suo ministro degli esteri (poi ripagato da lauta sinecura come, nientemeno, “rappresentante speciale dell’UE per il Golfo”, essendo fallito il tentativo del Pd di farne un proprio rappresentante nel golfo di Napoli….).
Nè dimenticheremo la goffa e sconcertante auto-candidatura al Quirinale da Premier ancora in carica. Un intrigante dilettante politico. Un mestatore assai poco dignitoso. E siccome Marcella Mauthe è medievista e non voglio essere da meno epitaffio: Mariolino il breve, Re per 616 giorni dell’Italia longobardorum su mandato di Mattarello il furbo.
* da Facebook
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