Tra meno di un anno, i francesi torneranno alle urne per eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. Dopo dieci anni al potere, Emmanuel Macron lascerà dietro di sé una Francia con profonde fratture. Colui che nel 2017 prometteva di superare le vecchie divisioni e di riconciliare il Paese con sé stesso lascia la scena politica come il presidente più contestato della Quinta Repubblica.
Il bilancio catastrofico di 10 anni di macronismo
Il contrasto tra le promesse iniziali e la realtà del bilancio è brutale. Mai gli ultra-ricchi hanno accumulato così tanto patrimonio in Francia, mentre una parte crescente della popolazione vede peggiorare le proprie condizioni di vita. Questa evoluzione non è soltanto il prodotto di tendenze globali: Macron ha fatto scelte politiche deliberate affinché ciò avvenisse.
L’abolizione dell’ISF (Imposta sulla Fortuna), i regali fiscali ai grandi patrimoni, la politica dell’offerta a favore dei grandi gruppi e la flessibilizzazione del lavoro hanno rafforzato una concentrazione della ricchezza già storica. Emmanuel Macron si era presentato come il presidente del merito; resterà invece come il presidente delle élite economiche.
Il macronismo si è costruito su una promessa di modernizzazione economica e di transizione ecologica. Ma dietro ai grandi discorsi, le contraddizioni si sono accumulate. La Francia ha continuato il suo processo di deindustrializzazione e oggi fatica a conservare la propria sovranità produttiva.
Il Paese, a lungo esportatore in diversi settori strategici, vede il suo deficit commerciale raggiungere livelli record. I servizi pubblici hanno continuato a indebolirsi, in particolare la sanità, la scuola e i trasporti. Sul piano ecologico, il potere ha moltiplicato gli annunci senza mai avviare la rottura necessaria.
Emmanuel Macron parlava di “pianificazione ecologica”, ma nei fatti le logiche di mercato e la ricerca della competitività hanno sempre prevalso. Le grandi imprese inquinanti hanno beneficiato di massicci aiuti pubblici senza vere contropartite. Nel frattempo, alle classi popolari è stato chiesto di fare sacrifici, come dimostrato dalla crisi dei Gilet gialli.
A ciò si aggiunge una politica internazionale ampiamente contestata. La vicinanza diplomatica del governo francese a Israele, nonostante il genocidio a Gaza e le violazioni del diritto internazionale, ha provocato una crescente indignazione dell’opinione pubblica.
La sinistra francese di fronte alla sfida delle elezioni presidenziali
Le elezioni del 2027 rappresentano per la sinistra l’occasione di prendere il potere. Ma di quale sinistra stiamo parlando in Francia? Si parla spesso di una “crisi della sinistra” in Francia. Tuttavia, questa lettura nasconde una realtà più profonda: la sinistra francese si è ricomposta attorno a un nuovo centro di gravità, La France insoumise (LFI). I risultati delle elezioni presidenziali del 2022 parlano chiaro.
Jean-Luc Mélenchon ha sfiorato il secondo turno con quasi il 22% dei voti. Dietro di lui, il Partito socialista di Anne Hidalgo è crollato sotto il 2%, mentre gli ecologisti di Yannick Jadot si sono fermati attorno al 4%. Senza LFI, la sinistra istituzionale sarebbe stata ridotta a uno spazio politico marginale.
È stata proprio la dinamica creata da Jean-Luc Mélenchon e dagli “insoumis” a permettere al Partito socialista e agli ecologisti di sopravvivere politicamente grazie alla NUPES nel 2022, poi al Nouveau Front Populaire (NFP) nel 2024. Senza questa alleanza costruita attorno a LFI, molti deputati socialisti ed ecologisti sarebbero scomparsi dall’Assemblea nazionale. In altre parole, lungi dall’essere una sinistra frammentata tra forze equivalenti, l’attuale sinistra francese è dominata politicamente, elettoralmente e ideologicamente da LFI.
Ma questa egemonia viene contestata continuamente da partiti che rifiutano di assumersi la rottura politica richiesta da una grande parte dell’elettorato di sinistra. Il NFP aveva suscitato un enorme entusiasmo durante le elezioni legislative. L’idea di unire le forze della sinistra attorno a un programma di rottura sembrava poter offrire un’alternativa credibile al macronismo e all’estrema destra. Ma molto rapidamente sono riemerse le fratture storiche.
Il Partito socialista ha tradito lo spirito del NFP rifiutandosi di votare la sfiducia al governo e preferendo accordarsi con il macronismo. L’esempio della riforma delle pensioni resta emblematico. Mentre oltre due milioni di persone scendevano in piazza per chiedere il ritiro totale del testo, alcuni parlamentari di sinistra parlavano già di compromessi.
Questo atteggiamento rivela l’incapacità di comprendere la rabbia popolare. Quando milioni di persone si mobilitano per mesi, non si tratta di negoziare qualche modifica o qualche “sconto”: bisogna assumere una linea di rottura chiara.
In questa fase, gli ecologisti di Marine Tondelier si sono ritrovati intrappolati tra il Partito socialista e La France Insoumise. Invece di aderire pienamente a una strategia di trasformazione radicale, sostenuta da LFI, preferiscono mantenere una linea social-liberale. Questa esitazione permanente illustra i limiti di una parte della sinistra che continua a credere che sia possibile trasformare profondamente il Paese senza scontrarsi con gli interessi economici dominanti.
Nonostante queste tensioni, diversi responsabili politici continuano a invocare una candidatura unica della sinistra per il 2027. L’argomento sembra semplice: sommare i risultati dei partiti permetterebbe meccanicamente di accedere al secondo turno. Ma questa lettura puramente aritmetica della politica è semplicistica e persino sprezzante verso gli elettori di sinistra. La realtà politica non funziona come un’addizione contabile.
Mettere insieme il diavolo e l’acqua santa non produce necessariamente una forza più grande; al contrario, restringe la base popolare. Molti elettori cercano coerenza, una direzione chiara, una linea politica esplicitamenta, ed è proprio questo che incarna già il partito di Jean-Luc Mélenchon. Per gli “insoumis”, accettare un’alleanza “contro natura” significherebbe diluire il progetto politico in una sintesi debole, incapace di trasformare realmente il Paese.
La France insoumise pronta alla battaglia
La strategia sostenuta da La France Insoumise si basa su un’idea semplice: senza una rottura chiara con l’attuale sistema economico, nessuna trasformazione reale è possibile. Si tratta di comprendere ciò che costituisce la “Nouvelle France” (Nuova Francia): una società invecchiata, iperconnessa, figlia di diverse generazioni d’immigrazione, che si deve confrontare col pericolo di una guerra globale e forse nucleare, con l’estinzione di massa della biodiversità e la catastrofe climatica. E deve farlo per proporre la strategia politica più adatta a questa nuova realtà.
“Il programma, nient’altro che il programma”: questa formula riassume la linea difesa dal movimento. Basato sull’edizione 2022 di L’Avenir en commun, il progetto vuole essere partecipativo e sarà presto arricchito dai contributi dei cittadini.
Il movimento propone il ritorno della pensione a 60 anni, il blocco dei prezzi dei beni essenziali, un forte aumento del salario minimo e dei salari in generale, la pianificazione ecologica sotto controllo pubblico, la “regola verde”, il ripristino dell’ISF, una profonda redistribuzione delle ricchezze e un massiccio investimento nei servizi pubblici.
Ma la rottura non si limita all’economia. LFI propone anche una Sesta Repubblica per porre fine all’iper-presidenzializzazione del potere, per rafforzare il referendum cittadino e restituire al popolo un vero controllo democratico.
Sul piano internazionale, il movimento rivendica una politica estera indipendente, opposta alle logiche imperiali e agli allineamenti automatici. Infine, LFI rivendica il diritto di disobbedire alle regole europee quando queste impediscono l’applicazione del programma sociale ed ecologico scelto democraticamente dai francesi.
In fondo, gran parte delle critiche rivolte a LFI si concentra meno sul programma che sulla figura di Jean-Luc Mélenchon. I suoi avversari gli rimproverano una personalità giudicata troppo divisiva, uno stile conflittuale e il rifiuto di ritirarsi dalla scena politica.
Molti ricordano la sua frase: “Faites mieux” (“Fate meglio”), pronunciata dopo la sconfitta del 2022. Ma se il movimento “insoumis” considera che sia proprio “le vieux” (“il vecchietto”) ad avere più esperienza e la maggiore forza oratoria per affrontare l’arena della campagna elettorale, allora quel “Fate meglio” può essere interpretato come: “Fate meglio, ma non senza di me”.
Jean-Luc Mélenchon resta oggi una delle rare figure della sinistra capaci di strutturare uno spazio politico coerente attorno a un programma chiaramente identificabile. Ed è proprio questo che alimenta tanto il sostegno dei suoi ferventi sostenitori quanto il rifiuto dei suoi oppositori.
L’elezione presidenziale del 2027 si preannuncia come un momento di chiarimento storico. Più la scadenza si avvicina, più La France Insoumise è oggetto di una costante offensiva mediatica. Una parte dei media dominanti sembra terrorizzata dall’idea che possa arrivare al potere una vera sinistra di rottura, capace di mettere in discussione l’ordine neoliberale, le logiche predatorie del capitalismo contemporaneo e gli allineamenti imperialisti.
Di fronte a questa macchina politica, mediatica ed economica, LFI può contare soltanto su due forze: la propria organizzazione militante e la potenza del suo radicamento popolare. Eppure, questo basta già a produrre una dinamica unica nel panorama politico francese.
Quale altro partito oggi in Francia sarebbe capace, come ha fatto LFI, di raccogliere 150.000 firme di sostegno al progetto Mélenchon 2027 in appena ventitré ore? Quale altro movimento può rivendicare una tale densità di figure politiche combattive, popolari e riconoscibili all’Assemblea nazionale?
Perché, al di là di Jean-Luc Mélenchon stesso, LFI ha fatto emergere un’intera generazione di dirigenti politici capaci di portare avanti un progetto coerente e profondamente radicato nelle lotte sociali, ecologiche e democratiche.
La speranza “insoumise” probabilmente non è mai stata così forte. Nonostante gli attacchi, nonostante le caricature, nonostante i sondaggi branditi come verità assolute a quasi un anno dalle elezioni, un’altra dinamica sta prendendo forma.
Non bisogna né cedere allo scoraggiamento, né lasciarsi intrappolare in teorie elettorali astratte e scollegate dalla realtà sul terreno. Una campagna presidenziale non si vince negli editoriali o negli istituti di sondaggio: si vince tra il popolo.
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