Oggi il mondo si indigna — giustamente — per il sequestro della Sumud Flotilla da parte di Israele in acque internazionali. Circa 430 attivisti provenienti da oltre 40 Paesi sono stati fermati e deportati verso il porto israeliano di Ashdod, con successivo trasferimento verso il carcere di Ketziot, nel deserto del Negev.
Tra loro decine di italiani e residenti in Italia: Antonella Bundu, Dario Salvetti, Dario Carotenuto, Alessandro Mantovani, Ruggero Zeni e molti altri internazionalisti partiti per portare medicinali, aiuti umanitari e solidarietà concreta alla popolazione palestinese assediata di Gaza. Non avevano armi.
Non rappresentavano una minaccia militare. Non si trovavano in acque territoriali israeliane. Eppure sono stati sequestrati illegalmente in acque internazionali. Ma bisogna avere il coraggio di dire ciò che quasi nessuno dice: quello che oggi scandalizza l’opinione pubblica occidentale perché colpisce cittadini europei e occidentali, accade ai palestinesi ogni singolo giorno da decenni.
Secondo Addameer, oggi nelle carceri israeliane ci sono oltre 9.600 prigionieri politici palestinesi: donne, minori, detenuti amministrativi incarcerati senza processo né accuse formali, palestinesi di Gaza detenuti come “combattenti illegali”. Secondo le Nazioni Unite e diverse organizzazioni internazionali, torture, umiliazioni e maltrattamenti sistematici contro i detenuti palestinesi sono diventati pratica strutturale.
Nel frattempo Gaza continua a essere trasformata in un cimitero a cielo aperto. Le stime riportate da ONU, Reuters e Associated Press parlano di oltre 72.000 palestinesi uccisi. Migliaia di corpi sono ancora sotto le macerie.
Oltre 1,6 milioni di persone vivono in condizioni di fame estrema. Centinaia di migliaia di bambini rischiano malnutrizione grave e morte per fame. E mentre tutto questo accade, l’Occidente continua a mantenere rapporti economici, diplomatici, culturali e militari con Israele.
La responsabilità non è soltanto del governo Meloni. La responsabilità è bipartisan. Perché la cooperazione militare Italia-Israele non nasce con la destra attuale.
Nasce molto prima. Il Memorandum d’intesa tra Italia e Israele sulla cooperazione militare e della difesa venne firmato nel 2003 durante il governo Berlusconi e reso operativo nel 2005. Da allora è stato mantenuto attivo da tutti i governi successivi, di destra e di centrosinistra. Lo hanno mantenuto e rinnovato:
– i governi Berlusconi,
– i governi Prodi,
– i governi Renzi e Gentiloni sostenuti dal PD,
– il governo Conte II sostenuto da Movimento 5 Stelle e Partito Democratico,
– fino all’attuale governo Meloni.
Nel 2020, durante il governo Conte II — sostenuto da Movimento 5 Stelle, PD, Liberi e Uguali e Italia Viva — il Memorandum militare con Israele venne rinnovato automaticamente senza alcuna sospensione nonostante le continue denunce internazionali contro le violazioni israeliane dei diritti umani.
Nel 2024 Elly Schlein dichiarava pubblicamente di essere favorevole alla sospensione dell’invio di armi a Israele, ma il Partito Democratico ha governato per anni senza interrompere gli accordi strutturali di cooperazione militare ed economica costruiti con Tel Aviv.
Secondo i dati riportati da Pagella Politica:
– tra il 2013 e il 2022 l’Italia ha esportato verso Israele armamenti per circa 120 milioni di euro;
– nello stesso periodo l’Italia ha acquistato armamenti israeliani per oltre 250 milioni di euro.
Secondo Il Fatto Quotidiano, già nel 2014 l’Italia risultava il principale esportatore europeo di armi verso Israele, rappresentando oltre il 41% delle esportazioni militari UE dirette allo Stato israeliano. E tutto questo è proseguito sotto governi di qualsiasi colore politico.
Nel frattempo aziende italiane come Leonardo hanno continuato relazioni industriali e tecnologiche con il comparto militare israeliano. Esiste inoltre una rete politico-culturale filo-israeliana trasversale agli schieramenti politici italiani.
Piero Fassino è stato tra i principali promotori di “Sinistra per Israele”, associazione nata proprio per rafforzare i rapporti politici e culturali con lo Stato israeliano anche dentro l’area progressista e di centrosinistra. Questo significa che la complicità occidentale non cambia realmente con l’alternanza elettorale. Cambiano i toni.
Cambiano le parole.
Cambiano le dichiarazioni pubbliche. Ma non cambia la struttura delle relazioni economiche, diplomatiche e militari. Ed è proprio questo che rende ancora più importante la Sumud Flotilla. Perché quelle persone hanno fatto ciò che i governi occidentali non vogliono fare: guardare Gaza negli occhi.
E bisogna ricordarlo chiaramente: se oggi esiste ancora una coscienza internazionale sulla Palestina, lo si deve soprattutto a decenni di militanza internazionalista, associazioni palestinesi, collettivi, attivisti e realtà solidali che hanno continuato a denunciare tutto questo quando quasi nessuno voleva ascoltare.
Per anni chi parlava di Palestina è stato accusato di essere estremista, fanatico o ossessionato. Per anni le mobilitazioni palestinesi sono state ignorate, ridicolizzate o criminalizzate. L’opinione pubblica occidentale si accende soltanto a intermittenza.
Solo nei momenti più spettacolari. Solo quando vengono coinvolti cittadini europei. Ma per i palestinesi arresti arbitrari, torture, umiliazioni, assedio, fame, bombardamenti e morte non sono un’eccezione. Sono la quotidianità.
Le immagini diffuse in queste ore — attivisti internazionalisti immobilizzati, legati, umiliati, costretti ad ascoltare l’inno israeliano ad alto volume durante la detenzione — sono immagini che richiamano direttamente pratiche e metodi che l’Europa ha già conosciuto durante il nazismo. Ed è proprio per questo che non bastano più le parole.
Non basta chiedere genericamente “moderazione”.
Non basta esprimere “preoccupazione”.
Non basta indignarsi a giorni alterni. Bisogna pretendere:
– l’immediata liberazione di tutti gli attivisti della Sumud Flotilla;
– la fine dell’assedio contro Gaza;
– la sospensione immediata di ogni accordo militare con Israele;
– l’interruzione di relazioni economiche, culturali e diplomatiche con uno Stato accusato da organizzazioni internazionali di apartheid, crimini di guerra e violazioni sistematiche dei diritti umani.
Perché la storia ha già conosciuto cosa accade quando il mondo sceglie di voltarsi dall’altra parte davanti alla disumanizzazione di un popolo. E se oggi governi, istituzioni e potenze occidentali continueranno a finanziare, armare, coprire diplomaticamente e normalizzare tutto questo, allora non saranno soltanto spettatori. Saranno complici.
Complici davanti ai palestinesi che stanno morendo sotto le bombe, di fame, nelle carceri e sotto tortura. Complici davanti ai popoli del mondo che ancora credono nella giustizia, nella libertà e nella dignità umana.
Perché non può esistere pace senza giustizia. E arriva sempre un momento nella storia in cui i popoli smettono di accettare l’impunità dei potenti, smettono di credere alle parole vuote e iniziano a pretendere responsabilità reali. Chi oggi continua a sostenere tutto questo dovrebbe ricordarlo. Perché nessun sistema fondato sulla violenza, sull’oppressione e sulla disumanizzazione è eterno.
Nessun potere può pensare di sfuggire per sempre al giudizio dei popoli.
* Cuba Mambí – Gruppo d’Azione Internazionalista
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