IL 13 GIUGNO RESPINGIAMOLI!
PRO-VITA E REMIGRAZIONE:
DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
//ORE 14.30 – PIAZZALE DEL VERANO, ROMA//
Il 13 giugno 2026 Roma sarà attraversata da due cortei che, seppur distinti, si uniscono attorno a una stessa matrice. Da una parte, il “popolo antiabortista” e “pro-vita” ha organizzato la manifestazione nazionale “Scegliamo la Vita”; dall’altra, nella stessa giornata, ci sarà il corteo per la “remigrazione”, promosso dal Comitato per la Remigrazione e la Riconquista, costruito attorno a parole d’ordine xenofobe e nazionaliste contro le persone immigrate.
Analizzando le ragioni di queste due mobilitazioni – espressione di una deriva della destra più reazionaria, alimentata tra l’altro dalle stesse forze politiche al governo – sembra emergere un filo conduttore che le unisce: la volontà di esercitare un controllo sulla libertà di interi settori della società, da un lato contro il diritto delle donne di scegliere sul proprio corpo e sulla maternità in maniera libera e consapevole e, dall’altro, contro la libertà e il diritto al movimento delle persone migranti.
La “difesa della vita” e la tutela della nostra “sicurezza” sono i mantra utilizzati da sempre da chi, all’interno di una cultura sempre più caratterizzata dalla logica del possesso, vuole esercitare un dominio su chi si trova in condizioni spesso di maggiore fragilità, marginalità e ricattabilità sociale. Nella narrazione nazionalista sulla natalità (spesso riproposta dal governo Meloni) le donne vengono spinte dentro una funzione riproduttiva obbligata. In un’Italia in cui la natalità tocca i minimi storici, si decide di imporre alle donne di fare più figli.
I figli però va bene farli, a patto che abbiano un’appartenenza geografica precisa: devono essere figli “italiani” e “bianchi”; mentre migranti, comunità immigrate, bambini e bambine nate e cresciute in Italia, vengono dipinte come “un’invasione”.
Questi concetti così razzisti sono il fulcro del progetto del Comitato di remigrazione: gli immigrati non sono solo trasformati in un capro espiatorio permanente e in una minaccia alla sicurezza da “domare” ed espellere, ma vengono accusati di minacciare anche l’omogeneità etno-culturale attraverso una “sostituzione etnica”.
E non è solo una questione culturale. La donna che vogliono deve sostenere per forza il lavoro di cura che il governo Meloni – come quelli che lo hanno preceduto (compresi i governi di centro-sinistra) – non ha mai supportato con politiche reali. Hanno invece smantellato progressivamente il welfare e tagliato i fondi per i servizi essenziali. Così come hanno affossato i presidi volti all’orientamento e alla tutela della salute di donne e persone queer. Il lavoro riproduttivo è stato scaricato interamente sulle donne.
Non solo. Le stesse associazioni che si ritroveranno nella piazza pro-vita sono le stesse che si oppongono fortemente all’educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole, alimentando la retorica contro la cosiddetta “teoria gender” e togliendo di fatto un ulteriore strumento fondamentale di costruzione della consapevolezza, di prevenzione alla violenza e alla discriminazione e tutela della salute, per un modello di società che limita così le libere soggettività, restringe gli spazi di scelta, mentre si continua a delegare alle donne il peso della riproduzione.
La contraddizione che è alla base di questo sistema investe anche quei settori, come quelli dell’agricoltura e della logistica, dove le persone immigrate sono criminalizzate, incontrano ostacoli di ogni genere per ottenere i documenti, al fine di renderli forza lavoro da sfruttare. In un momento generale di crisi, il discorso sulla remigrazione è funzionale a chi vuole guadagnare sulla pelle delle persone immigrate.
Si estrae così valore direttamente dalla precarietà delle vite: dalle donne che fanno il lavoro domestico alle persone immigrate che lavorano a bassissimo costo. Per i promotori della piazza sulla remigrazione del 13 giugno le cause di disuguaglianze e della miseria diffusa sarebbero gli immigrati e non la violenza profonda che è ormai sistemica nella nostra società.
Il consenso che si prova a costruire attorno alla teoria della “remigrazione” si fonda, infatti, interamente sulla paura, sull’individuazione di un nemico facilmente riconoscibile e sfruttabile e sulla strumentalizzazione dei casi di violenza per giustificare le strette securitarie, come quelle promosse dal governo attraverso il DL Sicurezza.
Ma noi sappiamo che questa idea di sicurezza serve unicamente a produrre controllo e persone ricattabili. Il paradosso che si realizzerà nella giornata del 13 giugno è che ci sarà una piazza che invoca la sacralità della vita, e, contemporaneamente, una piazza che valorizza solo le vite degli italiani, normalizza le morti in mare e promuove politiche discriminatorie e violente.
Due manifestazioni che sono legittimate da un governo che appoggia chi vuole vietare l’aborto dicendosi “per la vita”, mentre è complice del genocidio in Palestina, di bombardamenti in Iran e Libano, dello strangolamento di Cuba, delle guerre e delle morti di persone migranti in mare.
La neonata ivoriana di un solo mese, morta di freddo durante la traversata nel Mediterraneo qualche settimana fa, non rientra nella narrazione “pro-vita” così come non ci rientrano le donne costrette all’aborto clandestino, i migranti che non hanno accesso alla sanità pubblica o chi subisce violenze nei CPR e ai confini. Il diritto alla “vita” non può essere separato dal diritto alla salute, al movimento e alla libertà di scelta. Non possiamo accettare nemmeno che xenofobia, discriminazione e razzismo attraversino le nostre strade.
Il 13 giugno saremo quindi anche noi al corteo che da Piazzale del Verano raggiungerà il ministero delle infrastrutture e dei trasporti, contro le due mobilitazioni e per indicare i veri mandanti che sono in questo momento al governo..
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