Ha bombardato tutti gli ospedali, le scuole, le università, ha raso al suolo il Teatro Massimo, ha costretto i civili ad accamparsi nelle tende sulla spiaggia mentre bombardava una dopo l’altra le loro case.
Il 90% della popolazione di Palermo dorme nelle tende esposte al freddo e al caldo. Non c’è cibo, sapone, medicine: i neonati vengono letteralmente mangiati dai topi durante la notte. Decine di migliaia sono i civili morti ammazzati, in maggioranza donne e bambini, il sindaco di Palermo dice quasi 80mila ma vai a sapere: sono sono solo quelli con un nome e un cognome. Ci sono migliaia di corpi sotto le macerie e per gli studiosi le vittime sono quattro volte tante.
Israele ha raso al suolo Palermo per sradicare la Mafia. Sarebbe un’iperbole, un esagerazione, se non fosse che la realtà è peggiore: l’area distrutta o gravemente danneggiata con il pretesto di eliminare il terrorismo nella Striscia di Gaza supera ampiamente i 200 chilometri quadrati mentre Palermo ha una superficie di circa 160 chilometri quadrati.
E poi a Palermo ci sono una decina di ospedali: sarebbe stato più facile bombardarli tutti, mentre a Gaza erano 36 e l’Idf li ha colpiti uno dopo l’altro, alcuni più volte, uccidendo oltre 1800 tra medici e infermieri, colpendo ripetutamente le ambulanze per impedire che potessero prestare soccorso; facendo scendere dalle vetture i paramedici disarmati, uccidendoli, seppellendoli con le loro ambulanze.
E anche le scuole, le università: a Palermo avrebbero fatto prima a distruggere il sistema scolastico. Il tasso di scolarizzazione, a Palermo, è di appena il 47,5%. Meno della metà della popolazione ha finito la scuola dell’obbligo e un residente su 20 nemmeno quella elementare. L’abbandono scolastico tra i giovani palermitani è al 20% mentre a Gaza, prima dell’inizio del conflitto, il tasso di alfabetizzazione era tra i più alti al mondo: oltre il 96-98% della popolazione, e un tasso di abbandono scolastico inferiore all’1% e quindi ci si è dovuti impegnare per distruggere l’intero sistema scolastico: ogni università, ogni scuola.
Ci si è dovuti impegnare per per bombardare le tende dove gli studenti si ostinano a studiare da sfollati, anche ora, durante la cosiddetta tregua.
Meno di un mese fa, per dire, una scuola nel campo profughi di al-Bureij è stata colpita dalle bombe israeliane per due volte in poche ore. Il primo attacco ha ucciso 20 tra bambini e insegnanti, altri 9 sono stati uccisi dal secondo raid aereo. Altri due sono morti in seguito per le ferite riportate ed era già successo e poi è successo ancora perché nell’obiettivo dei soldati israeliani ci sono tutti, non c’è distinzione tra un bambino e un adulto, tra una persona disarmata e una armata e comunque, racconta il soldato Jonathan all’Economist: «La maggior parte delle persone alle quali ha sparato al mia unità erano disarmate».
Jonathan è uno dei molti soldati che si pente per quello che ha fatto e lo racconta, grazie al collettivo Breaking The Silence, fondato nel 2004 da tre ex soldati israeliani – Avichai Sharon, Yehuda Shaul e Noam Chayut – per raccogliere le testimonianze di chi si pente.
E sono testimonianze uguali a quelle di chi non si pente. Anche i soldati che non si pentono raccontano i saccheggi, le esecuzioni sommarie, le gare di tiro a segno a chi colpisce un giorno più ginocchia e un giorno più teste: solo che se ne vantano.
I social sono inondati dai video che attestano queste condotte: soldati che pisciano nelle culle dei neonati, che ballano indossando sopra la divisa la biancheria intima delle donne palestinesi, che cagano nelle pentole, che spaccano i piatti, che rompono i giocattoli, che bruciano i libri, che fanno saltare in aria le case e i palazzi e poi ridono e fanno i selfie e un israeliano, Lee Mordechai, uno storico che insegna all’Università di Gerusalemme, archivia da oltre un anno queste prove che ogni giorno vengono cancellate e rimosse, ma ne arrivano altre nuove.
Dice che sta tenendo un archivio del genocidio a futura memoria, così onora la sua fede e il suo mestiere di storico, dice: «Le prove dei crimini e delle crudeltà gratuite dell’esercito sono infinite e tutte verificate». Tutte verificate: il drone che imita il pianto di un neonato per attirare fuori le persone da colpire. Il padre ucciso con le sue cinque figlie e l’unico figlio sopravvissuto, il figlio di 7 anni, il piccolo Ali, catapultato dall’esplosione del missile sul tetto della casa dei vicini tra i brandelli dei corpi della sua famiglia.
I 127mila follower che condividono festanti il meme con l’immagine di un bambino di Gaza con paralisi cerebrale morto di fame rappresentata come sequel del film E.T. Il ragazzo autistico e con la sindrome di Down lasciato sbranare dai cani, morto dissanguato, e via così, tutto provato, tutto archiviato per quando ci sarà un tribunale dei giusti.
Il soldato Jonathan che parla con l’Economist dice né più né meno che quello che centinaia di soldati e politici e ministri israeliani hanno rivendicato come cosa buona e giusta: non fare distinzione tra civili e combattenti, tra bambini e adulti, ritenere che non ci siano innocenti a Gaza e affamarli, ucciderli, terrorizzarli tutti per costringerli ad andarsene quando si troverà uno Stato pronto ad accoglierli, così che Gaza, come presto il Sud del Libano e poi il resto della fantomatica “Grande Israele” possa essere popolata dai coloni israeliani che già premono per entrare nella Striscia.
Quei coloni che in Cisgiordania ogni giorno scacciano dalle case i palestinesi con la violenza, gli omicidi, gli stupri, la complicità dell’esercito e mai nessun colpevole, mai un giorno di carcere, nemmeno quando gli omicidi vengono filmati, impunità totale.
«A Gaza, tutti gli uomini in età militare erano considerati obiettivi legittimi», dice Jonathan: «E l’età militare era un concetto molto soggetto a interpretazione, nel senso che poteva andare dai 16 ai 60 anni o anche meno di 16 anni», dice, e non c’era bisogno di essere armati per essere classificati come militari: «La maggior parte delle persone che la mia unità ha ucciso erano disarmate. Tipo figure che si muovevano furtivamente tra le macerie a centinaia di metri di distanza e potevano essere chiunque e noi sparavamo».
E anche lui, come gli altri, racconta del confine mobile e invisibile che l’idf stabilisce ogni giorno quale sia e dove passi, sparando a chiunque lo attraversi: una madre che si china per raccogliere la malva selvatica e sfamare come può i suoi figli, Bum! Morta. Due bambini che raccolgono la legna per scaldarsi: Bum! Morti.
Si sparava a tutti, a tutti, non c’era altra regola di ingaggio, non c’erano rapporti da stilare o prove da fornire o cadaveri da restituire alle famiglie: «Sparavamo e i morti restano lì e non sapremo mai la loro storia, chi erano». La chiamavano ‘la linea dei cani’, spiega il soldato Jonathan perché i cani si radunano lungo quel confine invisibile per cibarsi dei cadaveri di chi lo aveva incautamente attraversato.
«I soldati parlavano di andare a Gaza a caccia», dice Jonathan. A volte la sua unità si imbatteva in una scuola o in una clinica piena di famiglie palestinesi sfollate. In quel caso non aprivano subito il fuoco: «Erano frustrati perché non era loro permesso sparare a queste persone».
«Agli occhi di molti israeliani e soldati, ogni palestinese a Gaza è un terrorista. Se è un bambino, probabilmente sarà un futuro terrorista. Se è una donna, probabilmente sarà la futura madre di un futuro terrorista».
Racconta dei bambini usati come scudi umani dall’esercito per bonificare i tunnel. Costavano meno dei cani e se morivano non bisognava fargli il funerale come ai cani, i prestigiosi cani Malinois belgi dell’unità cinofila di Oketz, utilizzati dalle unità delle Forze di Difesa Israeliane per assistere nelle ricerche. I giovani palestinesi usati come scudi umani, invece, potevo tranquillamente morire.
Spesso erano i soldati ad ucciderli, dopo essersi serviti di loro. Li lasciavano andare e poi gli sparavano alle spalle. I soldati discutevano tra loro se fosse lecito o no torturare e affamare questi scudi umani. Certi non erano d’accordo. Certi. «Nelle nostre comunicazioni radio li chiamavano sporchi (“dirty”). Tutti i palestinesi. Dicevamo cose tipo laggiù ho avvistato due sporchi». Jonathan pensava che niente di tutto questo fosse ok e pensarlo lo faceva sentire solo: il solo a pensarlo.
Si discute molto di come la propaganda israeliana faccia il lavaggio del cervello agli israeliani attraverso la religione, la lettura distorta della storia, il servizio militare, rendendoli incapaci di vedere i palestinesi – e i libanesi, gli iraniani – come esseri umani. Ma a noi, qui, chi è che ci fa il lavaggio del cervello?
Che scusa abbiamo noi per non vedere certi esseri umani come gli altri esseri umani?
Se Gaza fosse Palermo tutti ci saremmo ribellati. I giornalisti del Foglio avrebbero fatto un cordone umano per fare scudo alla Cappella Palatina con il loro corpo e proteggere i mosaici dalla furia iconoclasta dei droni israeliani. Il governo italiano, l’Ue avrebbero sanzionato Israele e inviato le armi ai palestinesi.
Se la Cisgiordania, il Libano, l’Iran fossero il Lussemburgo, il Friuli, l’Ucraina avremmo tutti saputo vedere i bambini come bambini, gli ospedali come ospedali, le scuole come scuole, le famiglie come famiglie, i monumenti come monumenti e perfino i combattenti come combattenti: come resistenti all’invasione della loro terra e non tutti come terroristi. Che scusa abbiamo, noi?
(Nello specifico, esonerando i poveri cristi che lavorano di fatica per pagare l’affitto e campare i figli, come fanno quelli che vanno all’opera, leggono i classici, vanno nei musei e non scendono in piazza? Come fanno a palpitare per la sorte pittore Cavaradossi contro il corrotto capo della polizia Barone, per quella di Enea e di Anchise, come fanno a fare la fila per ammirare Guernica per poi voltarsi dall’altra parte mentre vengono sterminati i civili, mentre viene distrutto il diritto internazionale, mentre viene calpestata la Costituzione, mentre i bambini vengono smembrati dai droni, terrorizzati, mangiati dai topi?
Come fanno gli scrittori e i registi a i cantanti a stare zitti mentre vengono ammazzati i giornalisti e i poeti, come fanno quelli che hanno anche il tempo, l’agio, il modo, i titoli di studio per riflettere e approfondire, per consultare le fonti in molte lingue, per capire, documentarsi, argomentare, indignarsi come fanno a non prendere posizione, a non protestare, a non manifestare, come fanno a fare conversazione, a guardarsi allo specchio, a sentirsi a posto con la coscienza, a darsi perfino della arie, a dare lezioni, a percepirsi più sensibili, più colti, più giusti, più attenti, come fanno a non dire niente tranne che non bisogna bruciare i libri?
I libri di chi giustifica lo sterminio no e i bambini sì? Ma cosa siete, cosa siete diventati?)
* da Facebook
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