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L’11 giugno un convegno sul diritto all’abitare alla Sapienza

L’11 giugno l’università di Roma “Sapienza” (aula 11, Facoltà di Medicina e Psicologia, Via dei Marsi 78) ospiterà un convegno sul diritto all’abitare, in una idea di funzione pubblica svolta dai luoghi del sapere e della conoscenza.

Il convegno cade, per pura casualità, nel momento in cui l’abitare ha una crescente dose di attenzione successiva all’approvazione del Piano Casa del Governo Meloni che non affronta la difficoltà dei nuclei a basso reddito e sembra favorire il meccanismo dell’accumulazione privata, naturalizzando l’idea che le case siano poche e che vadano fatte costruire al privato aiutato da processi di deregolamentazione generale (ne ha scritto questo giornale), a cui si accompagna l’idea dello “sfratto veloce”.

Il quadro generale è quello dove i canoni di locazione crescono mediamente più dei salari: a Milano, rileva Massimo Sbricocoli, professore di Tecnica e pianificazione urbana, nel 2024 l’aumento dei prezzo degli affitti ha superato di quasi tre volte quello dei salari e dei redditi, ponendo un problema di accessibilità per le fasce a più basso reddito.

Non solo: in molte città l’impatto del “prezzo per l’abitazione” (affitto o mutuo) è ben oltre quel 30% del reddito familiare fissato convenzionalmente come soglia critica. Un trend globale: negli Stati Uniti, rilevavano David Madden e Peter Marcuse, nel 2016 circa la metà delle famiglie aveva un impatto insostenibile del costo abitativo sul salario. Circa 330 milioni di famiglie nel mondo risultano in difficoltà a trovare un alloggio.

Esercitare il diritto all’abitare diventa sempre più difficile nelle città attraversate dai processi di mercificazione della casa, della finanziarizzazione del mercato immobiliare, dell’esplosione degli affitti brevi destinati alla monocultura turistica: la residualità delle politiche pubbliche, la rimozione di qualsiasi intervento di calmierazione dei prezzi e dei valori immobiliari, rende questo diritto “lettera morta”.

Si tratta infatti di un diritto non esigibile legalmente (a differenza di quello proprietario che può fare ricorso alla forza pubblica), che produce esclusione, sofferenza quotidiana e alti tassi di autosfruttamento sul piano lavorativo.

Ciò implica la necessaria consapevolezza del fatto che – come è sottolineato da diversi di studi e, soprattutto, dall’esperienza quotidiana di chi abita la città e la metropoli, dalla attività sindacale di chi si occupa di abitare – la “questione abitativa” non riguarda soltanto il tetto sulla testa: l’assetto politico generale dei rapporti tra classi e gruppi sociali può essere letto attraverso l’abitare, come aveva già sottolineato Friedrich Engels nel 1872.

L’abitare implica immediatamente una invasione di altre dimensioni: il rapporto con il diritto allo studio, la relazione con il lavoro (con l’intensità, con il tempo ad esso dedicato e con la libertà di lasciare o meno un lavoro che non ci piace, poco pagato, pesante, in nero, eccetera), l’intreccio con la possibilità o meno di autonomizzarsi dalla famiglia patriarcale, la stratificazione di classe e razziale che assume la città contemporanea.

In ultima analisi è lo scontro tra l’abitazione declinata nei termini del valore d’uso e l’abitazione unicamente pensata sul piano del valore di scambio a essere il centro della questione: i meccanismi della finanziarizzazione degli immobili, ad esempio, vede una massimizzazione della rendita con la crescita dei valori immobiliari, al punto da beneficiare del fatto che, nel nostro paese, nella cosiddetta “crisi abitativa”, ci sono circa 6 milioni di case vuote (per una banale restrizione dell’offerrta).

Ciò significa che l’abitare non può essere guardato in maniera isolata e parcellizzata (come, purtroppo, tanta scienza sociale tende maledettamente a fare), ma nel quadro generale della fase storica del modo di produzione capitalistico e delle sue strategie di accumulazione: il ricorso alla speculazione finanziaria non è solo il prodotto della crisi, ma ne è anche il meccanismo centrale della sua alimentazione.

La rendita immobiliare e la rendita finanziaria non producono “crescita” (nel senso classico del termine), ma solo accumulazione di ricchezza in poche mani. Allo stesso modo, il tentativo di risoluzione della “emergenza abitativa”, accompagnato da una retorica ideologica che tende a rappresentare il problema nei termini di una “mancanza di case”, si inserisce esattamente nella dinamica del nuovo consumo di suolo.

Anche qui “abitare” vuol dire ben altro che un tetto, ma significa una consapevolezza della politicità della questione abitativa che va a intaccare anche la nostra sicurezza: nuovo cemento vuol dire esporsi di più ai disastro “naturali” (con territori che non assorbono più le pioggoe) ed all’eliminazione del verde che produce innalzamento delle temperature e  compressione della qualità dell’aria.

Per questa ragione di intreccio tra gli elementi, che il convegno dell’11 giugno in Sapienza ha voluto avere un taglio multidisciplinare: l’intervento centrale del mattino è affidato a Michele Lancione, geografo urbano del politecnico di Torino, che analizza le dinamiche trasformative che riguardano il “bene casa” in generale.

Segue Roberto Beneduce, Antropologo e Psichiatra dell’università di Torino – nonché fondatore del Centro Frantz Fanon di Torino – che analizza le dinamiche dell’alienazione e del furto del tempo nell’ambito del rapporto tra migrazioni internazionali e abitare. Chiude la mattinata Michele Munafò, Ingegnera Ambientale dell’ Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, con una relazione sul rapporto tra abitare e consumo di Suolo.

Il pomeriggio sarà invece riaperto da un intervento di Fabio Cosimino Catalano della ASsociazione Inquilini e Abitanti (ASIA) dell’Unione Sindacale di Base, che proporrà un quadro generale sul “bisogno negato” dell’abitare anche a partire dall’esperienza degli sportelli del sindacato.

Segue Luca Rossomando con una analisi sull’impatto dei meccanismi del “terzo settore” e della cosiddetta “imprenditorialità sociale” che hanno modificato il tessuto urbano, sociale ed economico nel centro storico di Napoli. Chiude Margherita Grazioli, del Gran Sasso Science Institute, sul rapporto tra le rivendicazioni per il diritto all’abitare e le politiche securitarie e repressive.

*professore associato della Sapienza

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