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Remigrazione: la colossale truffa politica bipartisan

La “remigrazione” ha un grande vantaggio: sembra una parola seria, una proposta politica, una soluzione. In realtà funziona soprattutto perché permette di fare una cosa molto comoda: indicare un colpevole semplice per problemi che semplici non sono. Criminalità, degrado, disagio sociale, povertà, insicurezza, rabbia, paura. Tutto viene compresso dentro una parola sola: remigrazione.

Come se l’Italia fosse un paese perfettamente sano, improvvisamente rovinato dall’arrivo di qualche disperato. E invece no. Il problema non è stabilire se esistano fenomeni di criminalità, violenza o disagio sociale. Esistono. Sarebbe ridicolo negarlo.

Il problema è capire se vogliamo davvero guardare le cause o se preferiamo scegliere un bersaglio comodo. Chi delinque deve essere punito sempre, che sia italiano o straniero, bianco, nero, ricco, povero, in tuta, in giacca o in divisa. La legge dovrebbe valere per tutti.

Il punto è che, in Italia, la severità diventa improvvisamente feroce quando deve colpire in basso. Molto più prudente quando deve salire. È facile parlare del migrante che delinque. È più difficile parlare di chi sfrutta migliaia di migranti nei campi, nei cantieri, nella logistica, nelle cooperative, nelle cucine, negli alberghi.

È facile prendersela con chi dorme in stazione. È più difficile prendersela con chi ha smantellato case popolari, servizi sociali, scuola, sanità, cultura, sport, lavoro.

È facile gridare alla sicurezza. È più difficile ammettere che una società che abbandona i suoi giovani, italiani e stranieri, raccoglie violenza, solitudine, rabbia, dipendenze, branco, coltelli. Il disagio non ha passaporto.

La violenza giovanile non nasce dal colore della pelle, ma da una società che non educa più, non protegge, non accompagna, non offre più una prospettiva. E quando una società rinuncia a educare, prima o poi pretende soltanto di punire.

Ma la remigrazione evita tutto questo. Non cerca le cause. Cerca un bersaglio. Non si chiede perché milioni di persone siano costrette a lasciare le proprie terre, perché interi popoli vengano schiacciati da guerre, sanzioni, blocchi economici, destabilizzazioni, rapina delle risorse, occupazioni, interessi militari e finanziari. Iraq, Africa, Siria, Palestina, Venezuela, Iran, Cuba, Afghanistan. E potremmo continuare.

Poi, quando gli effetti arrivano alle nostre frontiere, fingono stupore. Chi fugge non ha creato il disastro, spesso lo ha subito.

Ma questo ragionamento è troppo scomodo per chi ha bisogno di un nemico facile. E allora il migrante diventa la spiegazione universale. Mancano case popolari? Immigrati. I salari sono da fame? Immigrati. I quartieri sono abbandonati? Immigrati. La sanità non funziona? Immigrati. I giovani italiani se ne vanno? Immigrati.

È una teoria politica quasi perfetta. Ha un solo difetto: non spiega nulla. Perché la vera domanda non è chi arriva, ma chi ha costruito un sistema che produce povertà, precarietà, insicurezza, guerre e migrazioni forzate. Ed è qui che la remigrazione smette di essere una proposta e diventa una gigantesca operazione di distrazione di massa. Sposta lo sguardo, sempre verso il basso, mai verso l’alto.

E allora sì, dai, facciamo pure questo gioco. Parliamo davvero di remigrazione:

Remigriamo i capitali nascosti nei paradisi fiscali.

Remigriamo le ricchezze sottratte alla collettività.

Remigriamo le multinazionali che incassano incentivi pubblici e poi delocalizzano.

Remigriamo i profitti costruiti sul lavoro precario.

Remigriamo gli evasori che scoprono il patriottismo soltanto quando devono fare la morale agli altri.

Remigriamo i giovani soldati italiani che mandiamo al fronte ad ammazzare innocenti solo perché dobbiamo sottostare, da bravi colonizzati, agli ordini e agli interessi economici degli USA e della NATO (che poi, se non è zuppa, è pan bagnato).

Remigriamo tutto ciò che è stato portato via al popolo italiano e soprattutto remigriamo i nostri figli. Perché esiste una remigrazione di cui i professionisti di questa nuova “soluzione” politica non parlano quasi mai. Quella dei medici che lavorano all’estero, dei ricercatori che fanno crescere altri paesi, degli insegnanti, degli ingegneri, dei giovani laureati che l’Italia forma e poi perde perché non offre stabilità salariale e di vita in generale, se non ai limiti della sopravvivenza.

Da anni assistiamo a una fuga silenziosa di competenze, intelligenze ed energie. Eppure chi riempie le piazze e i social di slogan identitari sembra non accorgersene. Forse perché per affrontare questo problema bisognerebbe parlare di salari, investimenti, scuola, sanità, industria, futuro. Molto più difficile che parlare di immigrati. Remigriamo anche la sovranità che abbiamo ceduto: quella economica, quella politica, quella militare.

Perché ci spiegano che il problema sarebbe il ragazzo arrivato su un barcone, ma non si scandalizzano abbastanza quando l’Italia viene trascinata dentro strategie decise altrove, dentro guerre che non difendono il nostro popolo, dentro alleanze che ci vogliono obbedienti e non sovrani. Se davvero vogliamo che i popoli restino nelle proprie terre, allora dobbiamo smettere di accettare politiche che quelle terre le devastano. Questo è il punto.

Non si può bombardare il mondo, strangolare economie, sostenere occupazioni, vendere armi, obbedire alla NATO, partecipare al gioco delle grandi potenze e poi scandalizzarsi quando qualcuno scappa. Non funziona così. O meglio: funziona benissimo per chi vuole soltanto propaganda.

Da Vannacci è scontato aspettarsi un becero nazionalismo fascista. È il suo terreno.

Da Rizzo, che continua a presentarsi come “comunista” — e forse bisognerebbe chiedersi se lo sia mai stato davvero — ci si aspetterebbe almeno un ragionamento diverso, che parlasse di lavoro, di sfruttamento, di salari, di padroni, di chi guadagna sulla pelle degli italiani e degli immigrati. Invece rincorre la destra sul suo stesso terreno e sostituisce il conflitto sociale e di classe con il conflitto identitario, la lotta contro chi sfrutta con la guerra tra poveri.

È opportunismo politico allo stato puro. Una malattia molto frequente in chi non si è guadagnato il pane lavorando onestamente, ma sopravvivendo tutta la vita da parassita sulle spalle degli elettori e, in mancanza di una poltrona, si attacca ovunque pur di succhiare il sangue.

Perché il lavoratore italiano e il lavoratore immigrato non sono nemici, spesso hanno lo stesso salario da fame, lo stesso padrone, la stessa precarietà, lo stesso ricatto. Ma se iniziano a combattersi tra loro, smettono di guardare chi trae vantaggio da quella situazione. Ed è esattamente questo il punto.

La remigrazione non nasce per spiegare la realtà, ma per semplificarla, per offrire una risposta facile a problemi difficili, per indicare un colpevole visibile e nascondere responsabilità molto meno comode.

Per questo non ci interessa la remigrazione degli ultimi. Ci interessa profondamente riportare davanti alla legge e alla responsabilità chi ha saccheggiato questo e altri paesi, chi ha esportato capitali, chi ha distrutto lavoro, chi ha svenduto pezzi di sovranità, chi ha trasformato la sanità in un privilegio, chi ha reso la scuola un’emergenza permanente, chi ha costretto i giovani a partire, chi ha fatto della guerra un affare, chi ha prodotto il disastro e poi ha indicato il povero come colpevole.

Perché chi ama davvero il proprio Paese non dovrebbe chiedersi chi mandare via, ma chi lo ha impoverito, chi lo ha svuotato, chi gli ha portato via lavoro, futuro, dignità, pace, sovranità.

La remigrazione di Vannacci e Rizzo guarda gli ultimi, noi guardiamo in alto, al burattinaio che tira i fili delle marionette. Perché il problema dell’Italia non è l’ultimo arrivato, è chi l’ha ridotta così e poi ha convinto milioni di persone a prendersela con chi sta ancora peggio.

In fondo, centrodestra e centrosinistra utilizzano l’immigrazione in modo diverso, ma con una sorprendente utilità reciproca. La destra la trasforma nel colpevole universale: l’immigrato diventa il responsabile di ogni problema, il bersaglio sul quale scaricare rabbia, paura e insicurezza.

Il centrosinistra, invece, trasforma ogni critica alle proprie responsabilità in una discussione morale e umanitaria, evitando accuratamente di interrogarsi sulle conseguenze e utilizzando troppo spesso quel falso buonismo verso l’immigrazione: una sorta di elemosina che i borghesi fanno quando vanno in chiesa a battersi il petto e mollano un euro nel cestino della mendicante, dopo aver pregato Dio e saziato il proprio animo cattolico e perbenista, per poi voltarle le spalle e lasciarla sul gradino della chiesa, sotto la pioggia o sotto il sole, a continuare a chiedere spiccioli.

Che si tratti degli uni o degli altri, che si parli di remigrazione come risposta definitiva o che la si neghi in una sorta di assoluzione preventiva, ciò di cui siamo assolutamente sicuri è che questa non rappresenti una via d’uscita e che, per entrambe le parti, si tratti soltanto della più vecchia truffa politica della storia.

* Cuba Mambì – Gruppo di Azione Internazionalista 

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