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Due popoli per due stati?

La politica “istituzionale” ripete continuamente come la soluzione delle violenze in Terra Santa è nella formula “due popoli per due stati”, e anche la sinistra alternativa si arrovella su tale formula.

Dopo il 7 ottobre 2023 tale proposta ha visto in Italia contrapposizioni dure tra chi nella sinistra di lotta si schiera con la resistenza palestinese, che è essenzialmente Hamas e altre componenti, e chi appoggia i rappresentanti della ANP in Italia.

Lo scontro, non detto o detto a denti stretti, è che Hamas sia un movimento non solo politico ma specialmente religioso, islamico.

Al contrario, l’appoggio verso la ANP, con un passato laico, di sinistra e di liberazione, nasconde a se stesso la natura attuale della guida di Abu Mazen, che senza tanti giri di parole è un collaborazionista dei sionisti, un Quisling palestinese, evidente per come collabora con le autorità di occupazione sionista e come assolutamente non le contrasta, neanche verbalmente.

Se la contrapposizione tra la sinistra di lotta – circa Hamas si o ANP si – è cosa di noi italiani, indebolendo però il contrasto alla repressione attuata dal governo Meloni verso palestinesi arrestati in Italia, quello che è necessario capire è se la formula “due popoli per due stati” ha un valore politico o se è una delle tante affermazioni politiche dell’occidente collettivo per darsi una facciata di legalità e di credibilità, che però sa benissimo non porta a nulla.

Quello che si è capito dopo il 7/10/23 è che lo stato razzista sionista è chiaramente appoggiato dai governi occidentali USA/UE/NATO che non fanno nulla contro i crimini commessi da ”l’esercito più etico del mondo” (vedi invece verso la Russia o l’aggressione all’Iran) e i sionisti consapevoli, in tutti i contesti e senza vergogna, negano ogni loro palese malefatta, anche all’ONU, sicuri che se si ripete una bugia essa diventa verità come insegnava Goebbels.

L’Occidente considera lo stato sionista parte di esso e proseguimento fuori tempo del colonialismo europeo condotto in tutto il mondo da oltre cinquecento anni e terminato con la fine dei loro imperi pochi decenni fa, per questo lo Stato zelota non viene criticato, e quando usano la shoah per giustificare la necessità dei zeloti di difendersi è solo una ulteriore bugia.

Questa modalità di negazione imposta dai sionisti passa anche tra le righe dei comunicati della sinistra alternativa, perché alcuni giorni passati ho letto un comunicato pro Palestina stilato da un centro sociale romano e inviato alle rappresentanze comunali in cui al suo inizio si afferma che quello palestinese è un “tentativo di genocidio”.

Dire “tentativo” rispetto a quanto avviene a Gaza e Cisgiordania è una bestemmia enorme, stratosferica, perché “tentativo” significa che si è provato di fare qualcosa ma per varie ragioni non lo si è fatto, è una negazione gravissima della realtà, che poi è quello che afferma quella specie di intellettuale a nome di Erri De Luca, o quel tizio insignificante a nome Adinolfi, è esattamente quello che pretendono affermare gli zeloti nostrani e in giro per il mondo: non c’è nessun genocidio.

Insomma a fronte di una tragedia ben documentata l’occidente o nega cosa avviene, o propone formule diplomatiche fasulle quali “due popoli per due stati”.

Tale formula nacque con gli accordi di Oslo tra Arafat e Ytzakh Rabin, ma l’assassinio di Rabin (e quello di Arafat, poi avvelenato) e la messa in soffitta di uno Stato palestinese sono la dimostrazione che questa soluzione diplomatica non solo non è praticabile, ma è invece la copertura per continuare la Nakba.

Allo stato attuale l’azione criminale dei sionisti contro i palestinesi si risolve o con il loro genocidio ed espulsione dalla Terra Santa, o con l’implosione dello stato razzista sionista, non vedo altre strade attualmente.

Questo è il futuro che avverrà per la mancanza di un’azione diplomatica internazionale e per la complicità occidentale.

E’ evidente che lo stato sionista non è una nazione legittima nonostante tutti i proclami in merito e non lo è specialmente dal 7/10/23, perché fuori di tutti i dettami del vivere civile per la legalità internazionale e chi si affanna a confermare che tale stato va difeso perché voluto dall’ONU (nel 1947 a gestione quasi esclusiva dell’occidente) e quindi legittimo non capisce che il pendolo della storia gira e domani le condizioni potrebbero essere ben diverse.

L’esempio chiaro è la fine dello stato razzista bianco e boero del Sudafrica, violento e fuori della legalità internazionale, ma il suo disfacimento poteva essere molto drammatico, non lo fu perché la popolazione nera e colored aveva un leader molto saggio ed etico, Nelson Mandela, ma per attuare il passaggio fu necessario smantellare completamente l’ideologia e le pratiche politiche dei razzisti boeri.

Teoricamente potrebbe essere simile anche in Terra Santa perché Marwan Barghuti ha le stesse caratteristiche politiche ed etiche di Mandela, ma perché avvenga una transizione non violenta e la relativa fine dello stato razzista sionista servono alcuni elementi.

Il primo elemento è la liberazione di Marwan Barghuti, riconosciuto leader da tutte le componenti palestinesi.

Il secondo elemento è l’esclusione da capo dell’ANP del collaborazionista Abu Mazen, di suo figlio e dei loro sodali, che sono un ostacolo per la causa palestinese.

Il terzo elemento serve l’implosione del sionismo e del suo Stato; implosione che può avvenire o per una grave debacle militare, o per uno scontro all’interno della popolazione sionista (attualmente sono una esigua minoranza gli ebrei non sionisti nello stato razzista di Terra Santa): la perdita del sostegno occidentale potrebbe aiutare, ma non è risolutivo.

Infine, come quarto elemento, serve una proposta diplomatica, condivisa da tutti i palestinesi e da quella componente ebraica in Terra Santa, attualmente molto marginale, che prospetti un percorso diverso da “due popoli per due stati”.

Qui faccio una mia proposta sapendo bene che ogni proposta deve sorgere da una discussione collettiva.

Quello che per me è necessario è una proposta che crei un percorso verso l’integrazione di due entità: quella dei colonizzatori ebrei occidentali che si immaginano (falsamente) assediati e dei palestinesi che hanno subito ottanta anni di nakba.

Su tutto il territorio, dal fiume al mare, va costituita una confederazione formata da due stati semi autonomi, che condividono tutti gli organismi statali escluso la politica estera e un esercito proprio (ma senza armi atomiche), per il resto le due semi confederazioni devono avere un parlamento comune costituito al 50% per parte e ogni autorità ha per capi, fossero presidenti, ministri, giudici, autorità di polizia ed altro, composti da un palestinese e un ebreo, le armi dovranno essere in possesso solo di polizia e esercito.

Questa mia proposta è sicuramente criticabile ma credo che una proposta diversa vada pensata al posto di quella “due popoli per due stati”: è necessario discuterla e proporla.

 * sezione Anpi Trullo Magliana

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1 Commento


  • Alberto ANPI Castagno d’Andrea

    Ridurre la rappresentanza palestinese a una scelta tra Hamas e Autorità Palestinese non restituisce la complessità della società palestinese, nella quale esistono movimenti civili, organizzazioni indipendenti, sinistra palestinese, associazioni femminili, sindacati e molte altre realtà.
    L’idea di un parlamento comune al 50%, doppie autorità, esercito comune e istituzioni condivise è interessante come esercizio teorico, ma manca la domanda decisiva: chi accetterebbe oggi una simile trasformazione? Una proposta politica deve misurarsi anche con i rapporti di forza esistenti.
    La riflessione che condivido di più: la formula “due popoli, due Stati” è ancora un progetto politico realistico oppure è diventata soltanto una formula diplomatica che tutti ripetono senza credere davvero che possa realizzarsi?
    La soluzione dei due Stati non è necessariamente sbagliata sul piano del diritto internazionale; è diventata però sempre meno praticabile sul piano politico e territoriale. Non perché il principio sia falso, ma perché i fatti degli ultimi decenni — e ancor più quelli successivi al 7 ottobre — ne hanno eroso progressivamente le condizioni materiali.

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