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Voi la chiamate bagarre, noi la chiamiamo rabbia di classe

Quella che voi chiamate bagarre è la rabbia di chi rifiuta la guerra. Noi la chiamiamo rabbia di classe. E ce la rivendichiamo tutta.

Quanto accaduto martedi in Consiglio comunale, durante la discussione per l’avvio dei lavori della Commissione dedicata all’Osservatorio permanente sui traffici di armi nel porto di Genova, merita una riflessione che va ben oltre la cronaca di qualche minuto di tensione.

Mentre voi discutevate di regolamenti, di presenze e di cavilli procedurali, noi stavamo discutendo di guerra. Di un porto inserito nella filiera dell’industria bellica. Di lavoratrici e lavoratori che ogni giorno si trovano davanti container carichi di armi. Di un sistema economico che continua ad alimentare conflitti dai quali pochi traggono profitti enormi, mentre a pagare il prezzo sono sempre i popoli e la classe lavoratrice.

Davvero il problema sarebbe il tono della voce di un portuale? Davvero ci si scandalizza per la rabbia di chi lavora e non per la normalità con cui si accetta che un porto diventi un ingranaggio della logistica della guerra?

È facile chiedere compostezza da una sala climatizzata. È più difficile capire cosa significhi lavorare otto ore nei piazzali del porto, sotto un sole che supera i trenta se non i quaranta gradi, tra asfalto rovente, gru, camion, rumore e fumi, mentre transitano merci che alimentano la guerra. È facile rifugiarsi nei richiami al regolamento quando non si conosce la fatica di chi quel porto lo tiene in piedi ogni giorno.

Forse è proprio questa distanza a rendervi inaccettabile la nostra rabbia. Per noi la guerra non è una discussione astratta: attraversa il nostro lavoro, il porto di Genova, la logistica, le merci, i traffici militari. Attraversa le scelte politiche di chi considera normale che un’infrastruttura civile venga messa al servizio dell’economia di guerra.

La guerra uccide. Massacra. Affama interi popoli. Costringe milioni di persone a lasciare le proprie case e cancella il futuro di generazioni intere. E mentre si trovano miliardi per il riarmo, ci raccontano che non ci sono risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per i servizi, per la sicurezza sul lavoro, per i salari. La guerra non porta solo distruzione dove cadono le bombe: sposta ricchezza verso l’industria bellica e sottrae risorse ai bisogni delle persone.

E allora sì, quella rabbia ce la rivendichiamo. Perché davanti ai massacri non esiste neutralità. Perché davanti al commercio della guerra non ci interessano i vostri formalismi. Perché quando la politica si rifugia nei regolamenti invece di assumersi la responsabilità di discutere il ruolo che questo porto svolge nella filiera della guerra, sceglie da che parte stare. E non è la nostra.

Questa rabbia non appartiene solo ai portuali di Genova. Appartiene alla classe lavoratrice e ai popoli che, in ogni parte del mondo, pagano il prezzo della guerra. Il nostro internazionalismo non è uno slogan: è sapere che gli interessi di chi lavora non coincidono con quelli di chi trae profitto dalla guerra. È sapere che il nemico non è chi nasce dall’altra parte del mare o da chi lo attraversa per sfuggire, ma chi trasforma la guerra in un affare e pretende che venga accettata come inevitabile.

Continueremo a denunciare il commercio delle armi e chi continua a fare della guerra un affare. Lo faremo nei porti, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle istituzioni. Anche quando dà fastidio. Anche quando ci chiedono di abbassare la voce. Anche quando provano a trasformare una discussione sulla guerra in una discussione sul galateo istituzionale. Continuate pure a parlare di regolamenti, di procedure e di compostezza.

Il problema per noi è chiaro: non è il tono della nostra voce è il rumore delle bombe.

Non un passo indietro.

Working Class Combat!

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1 Commento


  • Mario Barbieri

    la Salis comincia a mostrare il suo vero volto di borghese demmerda

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