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Il liberalismo: mobilitazione delle energie individuali e collasso del sistema ecologico

Spesso mi capita di parlare del carattere obsoleto del liberalismo e dell’immagine del mondo liberale e individualista riguardo a questioni particolari. Tuttavia, l’inadeguatezza e il carattere obsoleto del liberalismo appartengono al piano generalissimo della forma della civiltà occidentale alle prese con le sfide del XXI secolo.

La questione ecologica è solo uno dei pezzi del problema; d’altra parte, è il pezzo più importante – anche semplicemente perché senza le condizioni di possibilità non solo della società complessa popolata da miliardi di persone, ma persino della vita umana stessa, non si pongono neppure i problemi sociali, economici e politici della vita associata -; ragione per cui, gira o rigira, alla questione ecologica si torna sempre.

La prendo molto da lontano. Con le solite semplificazioni, funzionali a raggiungere il cuore della questione, dovute alla necessità divulgativa: non me ne vogliano gli accademici che leggono.

Il liberalismo, quale teoria dell’organizzazione socio-economica e immagine del mondo, è stato funzionale a produrre nella società tutta una serie di fenomeni umani che sono riconducibili ad un concetto ben preciso: mobilitare le energie individuali, stimolare l’individuo a “darsi da fare” fin dai primi momenti della sua vita “attiva”, sulla base dell’idea che il progresso umano e civile dipende dall’aumento dell’attività umana in termini essenzialmente economico-produttivistici.

Ovviamente c’è di mezzo la forma di produzione capitalistica, che senza l’ideologia liberale e le politiche liberali (tipo lo smantellamento di tutte le forme di assistenza sociale e di garanzia del reddito, che costringe gli individui ad “alzarsi dal divano” e rendersi disponibili a lavorare e produrre) mancherebbe del combustibile necessario ad alimentarne il motore.

La “libertà” in tutte le sue forme, da questo punto di vista, è concepibile come un dispositivo mobilitatore e moltiplicatore dell’energia individuale: quanto più un individuo è “libero”, e non limitato da ideologie, religioni, forme di vincoli pubblici all’azione quotidiana e all’intrapresa economica, tanto più ha la possibilità concreta (e pure la necessità biologica, per non morire di fame) di “darsi da fare”, “migliorare se stesso”, e quindi produrre e consumare di più – secondo la consueta idea che la società è tanto più evoluta e raffinata quanto maggiori sul piano della distribuzione quantitativa e più variegati sono i consumi delle persone, che servono d’altra parte a sorreggere i cicli di produzione del capitalismo in espansione: e qui si arriva al legame profondo tra il consumismo e l’ideologia liberal-progressista.

Certo, in ballo c’è anche la questione delle esigenze di potere degli Stati moderni, che dal 1500-1600 in poi hanno avuto bisogno di poter contare su popolazioni più numerose, più “evolute” sul piano socio-culturale (quantomeno, fino al punto di poter essere utili sul piano economico e dell’innovazione tecnica) e più produttive, per affrontare i problemi dei rapporti internazionali – che poi altro non erano che problemi di come vincere le guerre.

Innumerevoli saggi sono stati scritti al riguardo; per quanto interessa nel discorso che si sta qui facendo, è sufficiente ribadire che il liberalismo è stato il cuore del funzionamento di una civiltà che aveva bisogno di mobilitare il più possibile le energie individuali, per ragioni economiche (il profitto capitalistico) e politiche (la potenza degli Stati in formazione).

Oggi siamo arrivati a misurare quantitativamente, tramite gli indicatori del PIL, questa energia individuale mobilitata annualmente nelle società.

Il PIL annuale è divenuto il parametro di riferimento del rendimento performativo delle varie società che compongono la civiltà umana, e le società “non occidentali” hanno infatti avuto la crescita economica e di potenza politica proprio grazie all’introduzione di politiche in qualche modo liberali (basti pensare al socialismo di mercato della Cina, che è l’esempio più lampante).

Il liberalismo non è stato un accidente della Storia: è stato l’ideologia coerente di una fase della civiltà umana, che stava affrontando tutta una serie di problemi legati al modo di stare al mondo e di relazionarsi gli uni con gli altri (tanto all’interno delle società, dove tra il 1400 circa e il 1800 circa cadono tutti i pilastri dell’Antico Regime e della società feudale, quanto tra società e Stati nel loro complesso).

Problemi che, gira e rigira, arrivavano ad un punto di convergenza: come facciamo a rendere gli individui più attivi, più produttivi, più “utili” rispetto alle necessità della produzione capitalistica e della potenza statuale?

Il liberalismo non è stato soltanto un dispositivo funzionale a mobilitare le energie individuali. Quello era solo un corno del problema. L’altro era: bene, e ora che le energie sono state mobilitate, come facciamo a dargli un ordine?

Venuto meno l’ordine cosmico, e quindi sociale e politico, della società feudale, bisognava pur ristabilire meccanismi di formazione dell’ordine sociale ed economico.

E qui, il liberalismo – fino ai giorni nostri della teorizzazione neoliberale dell’ordine spontaneo prodotto dall’economia mercato – ha, di nuovo, fornito una risposta: l’interrelazionarsi degli individui e degli agenti economici nel libero mercato produce delle forme di ordine ( = assetti di relazioni relativamente stabili) e persino, secondo certi punti di vista, “meritocratici” (anche se sarebbe più corretto parlare di “remunerativi della combinazione concreta di capitale / posizioni di partenza e impegno”, che è concetto ben diverso da quello di “merito”).

Mobilitazione delle energie, un fatto foriero di potenziale disordine, e ordine sociale pur in un contesto di progressivo svincolamento degli individui dai limiti “tradizionali” (su tutti, quelli etico-religiosi): in questa doppia capacità risiede la potenza del liberalismo quale impostazione dell’organizzazione della civiltà.

Ridurre il successo alla sua coerenza rispetto alle esigenze della forma capitalistica della produzione sarebbe fuorviante, e significherebbe non rendergli i meriti oggettivi che il liberalismo ha sul piano della funzione dell’organizzazione sociale, economica e politica. Chi è critico del liberalismo non può non misurarsi con questo complessivo ordine di questioni.

E qui arriviamo all’oggi. Nel XXI secolo stiamo arrivando alla consapevolezza che la civiltà umana è sull’orlo del collasso, a causa del collasso ecologico del pianeta Terra, proprio a causa della troppa attività umana.

Il liberalismo è stato fin troppo efficace: siamo diventati troppi, e siamo troppo “attivi”: produciamo troppo, consumiamo troppo, dispieghiamo troppo la nostra energia nella vita quotidiana.

Soprattutto la parte più ricca della popolazione mondiale (per non parlare dell’èlite socio-economica, che è l’apice clamoroso del problema arrivando ad inquinare, con un solo volo sul proprio jet privato, quanto una persona comune fa in un anno intero), che in larga parte è la popolazione occidentale è cioè “noi”, esiste “troppo” rispetto alle capacità della “natura” di ripristinare annualmente le condizioni di possibilità dell’attuale livello di attività e di sopportare gli effetti di questa attività (erosione del suolo, inquinamento, emissioni di CO2, et cetera): consuma troppo, si sposta troppo, viaggia troppo, emette troppo, inquina troppo.

Nell’attuale fase della civiltà umana, c’è “troppa” attività umana: c’è troppa produzione e troppo consumo. Troppa vitalità umana, le cui conseguenze sul sistema ecologico terrestre (da cui tale vitalità dipende) hanno portato a uno squilibrio profondo che ci avvicina, giorno dopo giorno, ad un punto in cui tutti gli ecosistemi collasseranno e non saremo più in grado di garantire cibo, acqua e aria pulita a miliardi di persone.

Nel giro di pochi anni la civiltà umana collasserà su stessa in un turbine di disordini sociali, instabilità, guerre, torsioni autoritarie a protezione delle èlites, carestie. Nel giro di pochi anni ci saranno miliardi di morti in tutto il pianeta.

Il problema non è semplicemente il riscaldamento climatico. Il problema è il collasso del sistema ecologico del pianeta Terra, che è un insieme di sotto-ecosistemi che sono sistematicamente sotto pressione a causa ANCHE del riscaldamento, ma soprattutto di un insieme di cause che sono l’utilizzo massiccio delle risorse (su tutte, l’acqua), l’erosione degli spazi di vita di piante ed animali (siamo infatti all’interno della Sesta estinzione di massa), l’inquinamento.

Un collasso ecologico sistemico che ha la sua causa principale nella troppa attività e vitalità dell’essere umano, che sono il frutto di una traiettoria storica innestata sull’impostazione liberale dell’organizzazione socio-economica e sulla visione liberal-individualistica della vita individuale ed associata.

È in questo senso, generalissimo, che il liberalismo è una filosofia della vita, un’immagine del mondo, una forma di organizzazione della civiltà del tutto obsoleta ed inadeguata ad affrontare le sfide del XXI secolo.

O la civiltà umana riesce a trovare in tempi ragionevolmente brevi un nuovo modo di stare al mondo, un nuovo modo che tiene insieme l’accettazione responsabile di una minore libertà individuale con un minore consumismo, oppure il riadattamento rispetto alle condizioni ecologiche distrutte del pianeta Terra sarà repentino e distruttivamente traumatico.

P.S. Mi si obietterà che stiamo andando verso la sostituzione dell’attività umana con quella delle macchine alimentate dall’IA, il cui sviluppo e funzionamento sta erodendo ulteriormente le condizioni di sostenibilità del sistema ecologico terrestre.

Verissimo: la forma capitalistica dell’organizzazione socio-economica è la radice profonda della crisi. Quanto scritto sopra è un tentativo di mostrare come il liberalismo sia un pezzo fondamentale di questa forma di organizzazione sociale, e che quindi il problema non sia affatto limitato al capitalismo.

In una società che non fosse capitalisticamente strutturata, e che quindi non avesse la proprietà privata delle forze produttive e non fosse nichilisticamente finalizzata a potenziare una minoranza sociale, ma in cui ci fosse una robotizzazione totale della produzione economica statalizzata e l’attività e vitalità umana fossero inalterate (come nelle utopie dall’accelerazionismo post-lavorista e del comunismo dell’automazione completa), non sarebbe stata affrontata alla radice la causa del collasso ecosistemico del pianeta Terra e cioè dell’erosione progressiva delle condizioni di possibilità della presenza di una civiltà umana complessa su questo pianeta.

P.P.S. Mi rendo conto che non è una prospettiva confortante. Ma l’Osservatorio non svolgerebbe la propria funzione di agitatore politico ed intellettuale radicale se non scoperchiasse i problemi andando appunto alla radice degli stessi, anche di fronte ad una situazione in cui la soluzione o non esiste, oppure è pessima sul piano sociale ed etico (la riduzione della popolazione mondiale; la decrescita controllata in un contesto di riduzione degli spazi di libertà individuale).

* da Facebook

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