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I “terroristi” siamo noi!

Abbiamo costruito per ottant’anni la figura del terrorista come colui che minaccia l’Occidente, che ci odia per i nostri “valori”. In realtà ci basterebbe aprire un atlante, leggere qualche archivio declassificato, ma anche solo studiare qualche libro di Storia e contare i governi rovesciati nei decenni, le città bombardate, la storia del colonialismo, della schiavitù, delle deportazioni.

A quel punto, dopo questi semplici passaggi, diventa molto complicato collocare la parola “terrorismo” fuori da noi, solo sugli altri.

Il privilegio di nominare

Una bomba fatta esplodere in un mercato da un’organizzazione clandestina è considerato “terrorismo”, giustamente. Invece una bomba sganciata da un aereo o da un drone su un quartiere abitato, che uccide 10 volte il numero delle persone della precedente, ma sganciata da uno Stato a noi affine, la definiamo appartenente alla “guerra strategica”.

L’intento è il medesimo, seminare panico e creare distruzione. Dunque, perché usiamo denominazioni diverse? Secondo la Treccani, “il terrorismo è l’uso della violenza o della minaccia di violenza contro civili o obiettivi non combattenti, con lo scopo di incutere terrore e ottenere finalità politiche.”

Edward Said aveva colto con particolare lucidità il potere politico nascosto nel linguaggio, che non riguardava solo il fatto di descrivere la realtà, questo era già lapalissiano ai tempi dei Greci e del Romani, ma la capacità di decidere “che cosa conta come realtà e che cosa no.”

Nel 1987 recensì Terrorism: How the West Can Win, volume curato da Benjamin Netanyahu (esattamente lui). Quel testo, ripubblicato quest’anno da Limes (n. 10/2026, p. XX), diventò per Said un caso esemplare. La sua critica toccò dei punti che per noi, oggi, studiosi e osservatori, appaiono attraverso le sue parole, molto chiari.

Said ci spiega che nella cultura politica israelo-americana il “terrorista” non è più una persona che compie un’azione in un contesto storico e politico determinato, ma diventa una categoria fissa, quasi naturale, aggiungo io: una specie di archetipo, di tipo psicologico.

Il terrorista nella visione israelo-americana, già negli anni ‘80, non è più qualcuno che “fa” terrorismo in certe condizioni storiche e politiche all’interno di un conflitto asimmetrico, ma qualcuno che “è” terrorismo.

In altre parole, la violenza dell’altro viene “essenzializzata”, questo significa che il “tipo” del terrorista è completamente avulso da cause storiche, crea terrore per il terrore e dunque lo si colloca fuori dalla storia. Questo comporta che il fenomeno di molte forme di terrorismo non ha più una sequenza di eventi che lo precedono e lo spiegano. Diventa una qualità intrinseca, come se fosse un tratto biologico.

Questo passaggio è, per noi, decisivo perché trasformando il nemico in un’essenza, non è più necessario comprenderlo. Non serve più porsi domande sulle occupazioni (nel caso di Israele), o sulle guerre, sulle radici coloniali dei conflitti.

Il terrorista non ha diritto alla difesa, ed ogni sua azione, fosse anche resistenza, lo (s)qualifica a priori.

Se il terrorista è terrorismo, ci dice Said, allora la sua storia diventa irrilevante, e con essa anche la possibilità di una spiegazione politica. Non serve. Lo si deve eliminare in quanto tale.

L’effetto, osserva ancora Said, è profondamente politico. Lo si vede distintamente in chi detiene il potere: quello Stato, lo Stato più forte, e che dunque ha più potere, è lo stesso che definisce le categorie, ovvero colui che decide chi è “terrorista” e chi è “Stato”, chi è “legittimo” e chi è “illegittimo” e così via, ed è lo stesso che controlla anche, via media, via riscrittura parziale e faziosa della Storia, il modo in cui la violenza viene interpretata.

In questa chiave la violenza degli altri deve essere sempre prima spiegata (parzialmente, amputando il prima) e poi condannata; la propria, invece, può presentarsi come necessaria e razionale, “naturale” o semplicemente e banalmente ovvia. Questo può sembrare un mero squilibrio linguistico, ma è proprio qui che si annida e si nasconde una forma di potere che precede e rende possibile ogni altra forma di dominio.

E questa logica non nasce con l’egemonia americana: affonda le sue radici molto prima, nella storia coloniale europea.

La lunga durata coloniale

Prima dell’egemonia americana, l’Europa aveva già trasformato il terrore in una tecnica ordinaria di governo. La tratta atlantica ridusse milioni di esseri umani a merce, la conquista delle Americhe accompagnò il collasso demografico e politico delle società indigene, nonché lo sterminio di milioni di nativi.

Nel Congo di Leopoldo II il lavoro forzato e le mutilazioni servirono all’estrazione della gomma. L’impero tedesco condusse una guerra di annientamento contro Herero e Nama. Mentre la modernità europea con il decantato illuminismo, universalizzava i diritti sul continente, li sospendeva nelle colonie.

Questa scissione attraversò anche la storia italiana. In Cirenaica il fascismo deportò la popolazione beduina nei campi di concentramento, in Etiopia impiegò l’iprite contro militari e civili causando decine di migliaia di morti con una efferatezza genocidaria.

Nel maggio 1945, mentre celebrava la liberazione dal nazifascismo, la Francia represse nel sangue le manifestazioni algerine di Sétif e Guelma.

La civiltà europea conteneva dunque una clausola territoriale piuttosto dirimente, la dignità valeva pienamente entro il centro imperiale, ma non valeva niente quando il potere incontrava i colonizzati sistematicamente disumanizzati, sterminati o ridotti a forza lavoro sotto schiavitù o ricatto.

Nessuno meglio di Frantz Fanon descrisse il mondo coloniale come una realtà divisa in compartimenti stagni, dove la relazione politica (e la sua descrizione) si presenta fin dall’origine sotto forma di forza.

La ribellione del colonizzato viene giudicata storicamente a partire dall’istante in cui esplode (ricordate? 11 settembre, 7 ottobre, date che a nessuno è permesso dimenticare, ma dimentichiamo tutte le date che le hanno precedute); la lunga coercizione che l’ha preceduta viene assorbita come “normale amministrazione”.

L’impero statunitense dopo il 1945

L’ordine liberale del dopoguerra nasce sotto la nube atomica. Dopo il bombardamento incendiario di Tokyo arrivano Hiroshima e Nagasaki. In Corea la potenza aerea statunitense devasta gran parte del Nord; in Vietnam impiega napalm e Agente Arancio, estendendo la guerra al Laos e alla Cambogia.

La superiorità tecnologica consente di distruggere società incapaci di restituire una violenza comparabile sul territorio americano. Il concetto di Guerra asimmetrica prende forza e dunque, inevitabilmente, anche la categoria morale del “terrorista” che squalifica molto di più del semplice “nemico”.

Accanto alle guerre aperte agisce anche una politica clandestina. Ne ricordo solo qualcuno per motivi di spazio, Mohammad Mossadegh viene deposto in Iran nel 1953 dopo la nazionalizzazione del petrolio. Jacobo Árbenz cade in Guatemala l’anno successivo. Washington accoglie favorevolmente il massacro anticomunista indonesiano del 1965 e lavora per impedire il consolidamento di Salvador Allende.

Gli archivi del Dipartimento di Stato e i documenti declassificati hanno sottratto questi eventi al dominio delle congetture, ormai sappiamo che il rovesciamento dei governi, il sostegno alle forze repressive e la difesa degli interessi economici appartengono alla storia ufficialmente documentata della Guerra fredda.

In America Latina gli Stati Uniti appoggiano apparati responsabili di torture e sparizioni, finanziano i Contras in Nicaragua e invadono Panama. Nel 1986 la Corte internazionale di giustizia accerta che Washington ha violato il diritto internazionale attraverso il sostegno alle forze irregolari e il minamento dei porti nicaraguensi.

Nel 1989 l’Assemblea generale dell’ONU qualifica l’invasione di Panama come una flagrante violazione della sovranità del paese. Il garante dell’ordine internazionale conserva, per sé, il diritto di sottrarsi alle regole che invoca contro gli avversari.

Cuba subisce l’invasione della Baia dei Porci, l’Operazione Mongoose e una guerra economica trasmessa da una generazione alla successiva. I morti per sanzioni non vengono conteggiate sotto “terrorismo”, ma non poter curare o sfamare milioni di persone per una firma a Washington cos’è? Quanti morti ha provocato?

Dal mondo unipolare alla guerra infinita

La dissoluzione dell’Unione Sovietica avrebbe potuto ridurre la pressione militare sul continente europeo e invece la NATO scelse l’espansione. Nel 1990 James Baker offrì a Gorbačëv assicurazioni politiche riguardanti l’avanzamento dell’Alleanza nel contesto della riunificazione tedesca, ma quelle assicurazioni rimasero prive di un vincolo generale. Seguirono gli allargamenti e, nel 2008, la promessa del futuro ingresso di Ucraina e Georgia.

L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è ovviamente un’aggressione e permane in un perimetro di responsabilità politica e giuridica, ma non si può comprendere togliendo dall’equazione la storia dell’avanzamento occidentale. Comprendere una concatenazione causale significa preservare la complessità della storia.

Nel 1999 la NATO bombardò per 78 giorni la Repubblica Federale di Jugoslavia senza una specifica autorizzazione del Consiglio di sicurezza all’uso della forza. La repressione serba contro gli albanesi del Kosovo costituiva il contesto dell’intervento. Le bombe raggiunsero anche la sede della televisione serba e l’ambasciata cinese. Amnesty International documentò circa cinquecento vittime civili e attacchi contrari alle leggi di guerra.

La “necessità umanitaria” divenne la formula capace di assorbire ogni tipo di eccezione giuridica.

L’11 settembre 2001 offrì a questa tendenza una nuova estensione. L’attacco di al-Qaeda fu terrorismo contro civili nella sua forma più riconoscibile. La risposta, vi ricordo, prese il nome di War on Terror e rese la guerra potenzialmente illimitata nello spazio e nel tempo. Ci siamo dentro ancora oggi.

L’Afghanistan venne invaso; l’Iraq fu attaccato sulla base di informazioni false riguardanti le armi di distruzione di massa. Il Senato statunitense documentò il programma di tortura della CIA, con waterboarding, privazione del sonno e detenzioni clandestine, le stesse che vediamo oggi sul suolo israeliano. La categoria della sicurezza nazionale consentì di collocare esseri umani in luoghi sottratti al diritto ordinario. La guerra proseguì attraverso i droni in Somalia e il sostegno alla coalizione saudita in Yemen.

Poi toccò alla Siria. Nel 2011 la NATO contribuì al rovesciamento del governo libico, lasciando un paese disgregato. Le sanzioni contro Venezuela e Cuba trasferirono il terrore nel sistema finanziario. Secondo il progetto Costs of War della Brown University, le guerre successive al 2001 hanno causato oltre 940 mila morti dirette; le vittime civili superano le 432 mila. Le stime comprendenti le morti indirette raggiungono alcuni milioni. Decine di milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa.

Nel 2026 Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, un’aggressione terroristica, persino esperti delle Nazioni Unite hanno definito l’offensiva una violazione del diritto internazionale e hanno denunciando migliaia di vittime civili. Nessuna scusa addotta. Al contrario del passato non c’è più neanche bisogno di giustificarsi. Basta la forza e anche la forza di far credere ancora che i terroristi siano gli altri!

Israele: il terrore prima dello Stato

Lo Stato israeliano ha costruito una parte centrale della propria legittimazione internazionale presentandosi come avamposto della lotta occidentale contro il terrorismo. La storia precedente al 1948 comprende però organizzazioni sioniste che il linguaggio dell’epoca definiva terroristiche senza particolari esitazioni.

Nel 1946 l’Irgun fa esplodere un’ala del King David Hotel. Nel 1948 Irgun e Lehi partecipano all’attacco a Deir Yassin. Nello stesso anno il mediatore delle Nazioni Unite Folke Bernadotte viene assassinato da uomini del Lehi. Menachem Begin, comandante dell’Irgun, diventerà primo ministro di Israele.

Poi arriva la Nakba. Espulsioni, fughe, villaggi svuotati, centinaia di migliaia di palestinesi trasformati in profughi. Il 1967 apre l’epoca dell’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza. Gli insediamenti crescono per decenni.

Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha concluso che la presenza israeliana protratta nei Territori palestinesi occupati è illegale. Ci sono poi Qibya nel 1953, Kafr Qasim nel 1956, l’invasione del Libano nel 1982.

Sabra e Shatila vengono materialmente compiute dalle milizie falangiste libanesi, ma illuminate dall’IDF. Addirittura la commissione Kahan istituita dallo stesso governo israeliano attribuì a Israele una responsabilità indiretta e concluse che Ariel Sharon portava responsabilità personale per non avere considerato il rischio di massacri e per non avere adottato misure adeguate a prevenirli.

Seguono guerre in Libano, repressione delle Intifade, blocco di Gaza, Cast Lead, Protective Edge, la Grande Marcia del Ritorno.

E così si arriva al 7 ottobre. Dire che la Storia comincia all’improvviso è la narrazione del terrorismo che vuole proiettare il terrore sull’altro.

Il sostegno statunitense rende la guerra israeliana parte della politica occidentale. Tra ottobre 2023 e settembre 2025 Washington ha fornito almeno 21,7 miliardi di dollari in assistenza militare a Israele, secondo Costs of War. Le dichiarazioni europee di preoccupazione convivono con forniture militari e cooperazione economica. Complicità.

Chi sono allora I terroristi? Siamo noi.

Il terrore visto da sotto

Dopo avere disposto i fatti in sequenza, tornerei a Said. La questione decisiva riguarda la nostra facoltà di percepire. Riconosciamo immediatamente il terrore quando proviene dal basso o quando agisce senza uniformi e senza un ufficio stampa incaricato di spiegarlo.

La stessa paura, inflitta da un’aviazione ufficiale ci viene mostrata già tradotta nel lessico specialistico dell’operazione militare e del danno collaterale. Le vittime esplodono lo stesso, non si muore di meno, anzi muoiono in molti di più, ma lo spettatore si scontra con due definizioni diverse.

Infatti la questione che ho posto non consiste nel dimostrare che «l’Occidente è cattivo» e il resto del mondo buono. Qualcuno potrebbe farmi subito un controelenco delle nefandezze terroristiche di altri imperi, altre nazioni.

Sarebbe una stupidaggine dire che è l’Occidente l’unico “male” della Storia. Abbiamo molti esempi contrari come Stalin, Pol Pot, Saddam Hussein, Assad, Putin, ISIS, al-Qaeda, e tantissimi altri che hanno senza dubbio, indipendentemente dai motivi (che comunque contano), prodotto forme diverse di repressione, guerra e svariati massacri se non genocidi.

La storia politica, anche appena sfogliata, non ci offre popoli innocenti, o almeno io raramente li ho incontrati. La questione che ho posto qui riguarda chi possiede il diritto di nominare.

Partiamo da una constatazione semplicissima: un palestinese che lancia un sasso o una bomba è un terrorista. Invece un capo di Stato che autorizza la distruzione totale di una città entra nei manuali di strategia e sarà definite uno statista. Questo è il punto.

Andiamo oltre. Un gruppo armato che sequestra civili pratica terrorismo. Come ad esempio Hamas con gli ostaggi civili israeliani. Invece una grande potenza che rapisce un sospetto (che sia Maduro o un sospettato palestinese non cambia niente) e lo trasferisce in una prigione clandestina e lo sottopone torture o a reclusione per anni sta conducendo un «enhanced interrogation program».

Il titolo non significa che ciascun cittadino europeo sia responsabile di Hiroshima, My Lai o Gaza, ma solo che apparteniamo alla comunità politica che ha goduto per secoli di un privilegio quasi mai esaminato fino in fondo: esercitare una quantità immensa di violenza e conservare contemporaneamente il potere di stabilire che solo la nostra violenza è giusta e quella degli altri (spesso solo in risposta come resistenza) è terrorismo.

Il terrorista, insomma, continua a essere quello che combatte senza aviazione e divise, mentre noi abbiamo i ministeri, la stampa “libera” e una bella narrazione imperiale che ci fa dormire sonni tranquilli.

* dal suo Substack

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