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Una domanda scomoda sulla guerra irrompe nel confronto tra candidati rettori alla Sapienza

Mercoledi scorso come studenti e rappresentanti di Cambiare Rotta, abbiamo partecipato al dibattito tra i candidati alla carica di Rettore della Sapienza. In questi mesi avevamo già denunciato la blindatura del processo elettorale, gestito a colpi di articoli di giornale e incontri istituzionali, dove la partecipazione studentesca viene sostituita dalla burocrazia. Abbiamo scelto di fare tutto il necessario per far arrivare la voce e le rivendicazioni degli studenti, anche a costo di scontrarci con le “regole” della Sapienza.

Dopo l’ultimo mandato Polimeni, segnato da autoritarismo, chiusura, crescente militarizzazione e smantellamento del pubblico, crediamo sia necessaria una svolta profonda. Tra le tante questioni da porre, abbiamo scelto quella che più ha attraversato le lotte studentesche degli ultimi anni: “Siete d’accordo con il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane e con la rottura dei rapporti con enti e aziende legate all’industria bellica?

Al momento dell’estrazione, però, la parte della domanda riguardante Israele è stata censurata: dopo tre anni di mobilitazioni, cortei, presidi e boicottaggi accademici nelle facoltà, parlare di Israele in Sapienza è ancora un tabù. Abbiamo quindi preso parola e posto integralmente la nostra domanda, pretendendo risposte nette su un tema rispetto al quale contestiamo da tempo le scelte dell’Ateneo.

Come hanno risposto i candidati? Come ci aspettavamo quasi tutti si sono tenuti molto vaghi aggrappandosi alla retorica della pace e dei diritti umani senza affrontare il nocciolo della questione a riprova del fatto che non ci saranno rettori amici. Crediamo tuttavia siano emersi tre elementi su cui vale la pena ragionare:

1) La governance verticistica di Polimeni ha stufato molti, non solo gli studenti. I candidati si dividono principalmente tra chi rivendica una continuità con la Rettrice e chi ne critica i metodi. Lucidi e Sarto hanno difeso le misure adottate sul tema della militarizzazione, come la riforma del CERT (un comitato consultivo che non ha nessun potere effettivo), il panel dual-use e il bando per ricercatori provenienti da zone di guerra, che ricordiamo assegnò 10 borse su 12 a scienziati israeliani.

D’Urso e Faccini ci sono sembrati i candidati che più si presentano in rottura con i metodi della precedente governance – sarà solo strategia elettorale? – anche se spesso si sono limitati a parlare di “ascolto” della comunità, più che di partecipazione politica e spazi di democrazia diretta.

È ormai chiaro che la lotta alla militarizzazione dell’università è legata a doppio filo alla questione della democrazia interna. Come ha affermato lo stesso Lucidi, unico a dichiararsi apertamente contrario al boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane, questa è una questione politica, non tecnica, come invece continuano a sostenere Carcaterra e Faccini.

2) Questa battaglia la stiamo (lentamente) vincendo. Occupazioni, tende, raccolte firme e mobilitazioni degli ultimi anni raramente hanno ottenuto nell’immediato ciò che chiedevano, anche a causa della repressione che ha cercato di mettere in difficoltà i movimenti. Ma la pazienza, la testardaggine e soprattutto l’organizzazione hanno permesso a un martellamento costante di spostare progressivamente il dibattito e costringere tutti a fare i conti con le nostre rivendicazioni.

I segnali ci sono. Il bando MAECI Italia-Israele è andato deserto. Sapienza non ha rinnovato l’accordo quadro con Leonardo. In tutta Italia si sono registrate dimissioni dal comitato tecnico-scientifico della Fondazione Med-Or. E anche nel dibattito tra i candidati questo cambiamento si è sentito: D’Urso e Faccini hanno dichiarato che non entrerebbero negli organi di aziende legate all’industria bellica; Sarto e Carcaterra hanno riconosciuto l’importanza delle mobilitazioni che hanno portato alla nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione a Ingegneria, nonostante le resistenze che avevano accompagnato quella battaglia.

Lo stesso è avvenuto a Lettere, che si è espressa a favore del boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane. È ancora molto poco, ma sicuramente un riconoscimento del peso che le mobilitazioni hanno avuto.

I movimenti crescono e muoiono, le piazze si riempiono e si svuotano. L’organizzazione è ciò che permette alle lotte di durare oltre il momento della mobilitazione, accumulare forza e inceppare concretamente i meccanismi della guerra dentro le università.

3) La militarizzazione degli atenei è un tema strategico dei prossimi anni. Ancora una volta, la risposta di Lucidi è stata forse la più lucida: dopo un’ora di dibattito su come aumentare di qualche decimo percentuale i finanziamenti pubblici all’università, ha posto con chiarezza una questione politica centrale: il complesso militare-industriale italiano ha risorse e vuole investirle nelle università.

In un contesto segnato dalla fine dei finanziamenti straordinari del PNRR e dall’avvio di ReArm Europe, sulle università si apre quindi una battaglia enorme: chi finanzierà ricerca e formazione, per quali obiettivi e nell’interesse di chi?

Dobbiamo continuare a martellare su questo punto per andare oltre alle risposte vaghe dei candidati e strappare impegni concreti per il boicottaggio e contro la militarizzazione. Per questo riteniamo fondamentale costruire il 29 settembre un dibattito pubblico in cui studenti, docenti e ricercatori possano confrontarsi con i candidati su questi temi, come abbiamo chiesto nell’appello unitario.

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