La rabbia collettiva che vediamo in questi giorni nelle piazze italiane ed europee rende ancora più evidente come questo modello di società sia ormai completamente insostenibile. In tutta Europa si sta finalmente mettendo in discussione il sistema socioeconomico in cui viviamo e la narrazione che per anni ce lo ha presentato come giusto, inevitabile e capace di garantirci benessere.
Una narrazione falsa, che si sta scontrando con le evidenti contraddizioni di un sistema che produce disuguaglianze, precarietà, impoverimento e guerre. E una narrazione che chi ci governa sta cercando di difendere con ogni mezzo necessario, con la repressione del dissenso, il carcere e i manganelli che abbiamo visto in questi giorni.
Ma nelle espressioni di protesta di questi giorni c’è un altro dato che salta subito all’occhio: l’assenza della questione di genere. Non c’è una sola parola sul gender gap salariale, sui tagli ai servizi essenziali per le donne, sui diritti delle persone queer o sull’Iva sproporzionata sui beni di prima necessità.
Questo vuoto non è un caso, e di certo la responsabilità non è di chi era in piazza. Piuttosto, è il risultato di un modo di trattare le questioni di genere che nel tempo è stato incentrato quasi esclusivamente sulla dimensione individuale, culturale e simbolica, lasciando in secondo piano l’analisi del sistema socioeconomico in cui viviamo e delle condizioni materiali di vita.
Focalizzarsi quasi solo sulla percezione individuale della questione di genere, sugli aspetti culturali e linguistici, sull’esaltazione di modelli di empowerment delle poche che “ce l’hanno fatta” e che dovrebbero rappresentare il riscatto per tutte le donne, o solo sulla rivendicazione di diritti civili, ha finito per sganciare la questione di genere dalla questione dei rapporti e dei diritti sociali.
A questo si aggiunge l’idea (a cui fa spesso seguito una pratica), ancora diffusa, che le donne siano estranee alle forme di conflitto più radicali: come se la rabbia e lo scontro nelle piazze non ci riguardassero e alle donne spettassero soltanto modalità di protesta più pacifiche e simboliche, mentre invece nella storia abbiamo ampiamente dimostrato di essere protagoniste del conflitto sociale.
Sappiamo benissimo che la questione sociale, nella sua complessità, comprende anche la questione di genere, ma nelle mobilitazioni di questi giorni, attraversate da rivendicazioni materiali e tematiche sociali, fatica a emergere il legame tra queste e le nostre condizioni specifiche come donne e persone queer non privilegiate.
Se nelle piazze piene di giovani, studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori che rivendicano il diritto a una vita più dignitosa la dimensione di genere viene derubricata a tema secondario, è perché c’è finora stato un vuoto di analisi nel trattarla.
Le donne e le persone queer delle borgate e dei quartieri popolari sono fra quelle che pagano il prezzo più alto della crisi e dell’economia di guerra: quelle su cui lo Stato scarica lo smantellamento della sanità pubblica; quelle che subiscono in prima persona le conseguenze dei tagli ai centri antiviolenza, ai consultori e ai servizi all’infanzia; quelle stritolate da contratti precari, dal lavoro di cura non valorizzato e da salari da fame che non permettono di avere una vita autonoma e quindi neanche materialmente di uscire da situazioni di violenza.
L’abbiamo sempre detto: quando la questione di genere viene ridotta a carrierismo per poche, a battaglie individuali o a un dibattito distante dalla realtà quotidiana di chi non sa come arrivare a fine mese, perde qualsiasi capacità di parlare alle lavoratrici, alle precarie e alle donne dei quartieri popolari, finendo per essere percepita come qualcosa del tutto estraneo alla lotta quotidiana per la sopravvivenza e per una vita dignitosa.
I temi che stanno attraversando oggi manifestazioni e proteste ci confermano quindi, ancora una volta, che non è possibile una vera liberazione per le donne e le persone queer senza partire dalle condizioni materiali e senza mettere in discussione il modello economico e sociale in cui viviamo, lavorando per costruire una società diversa.
Vogliamo quindi colmare il vuoto di questi giorni, e andare a rappresentare con forza le nostre rivendicazioni nelle mobilitazioni che stanno attraversando il paese. E vogliamo farlo adesso, a partire dal 30 ottobre e dallo sciopero generale indetto da USB contro guerra e carovita.
Come abbiamo detto nelle scorse settimane: abbiamo già pagato troppo, è ora di fare i conti! Nei prossimi giorni creiamo momenti di discussione, organizziamoci e scendiamo in piazza nelle nostre città con spezzoni delle donne e delle persone queer. Ci siamo e ci saremo. Scriveteci per maggiori info!
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