La Conoscenza Non Marcia convoca il mondo della conoscenza a una assemblea nazionale online, il prossimo 28 ottobre, alle ore 16. Diretta su https://youtube.com/live/P-ANNtr_3lY?feature=share (con possibilità di prenotare intervento che sarà spiegata a inizio assemblea), a sostegno del percorso verso lo sciopero generale del 30 ottobre e delle mobilitazioni del 4 novembre.
Il clima italiano ed europeo sta imponendo una riflessione sulle nuove generazioni che si oppongono alla guerra ed alla sottrazione di risorse alle politiche sociali. Da settimane stiamo assistendo a una potente mobilitazione dei giovani di tutta Europa, che in Italia si declina con decine di occupazioni di istituti scolastici e manifestazioni di piazza.
Queste ultime sono state affrontate nel discorso mainstream attraverso il dibattito morale sulla condanna o meno delle violenze (contro le cose, per lo più): da un lato una ferma condanna e una reazione securitaria, dall’altra il repertorio classico che va dalla necessità di comprensione delle radici sociali della rabbia alla teorizzazione dell’esproprio proletario come rottura totale con il potere simbolico delle merci, la vera opposizione al feticismo come riappropriazione di una parte di quella ricchezza la cui produzione è sociale (ne ha scritto qui Lavinia Marchetti).
Resta centrale una analisi dei nuclei tematici principali che hanno attraversato le piazze: il carovita e la guerra. Dalle proteste degli autotrasporti a quella degli studenti passando per porti e logistica, il tema è quello di una difficoltà ad affrontare il quotidiano, a causa anche dell’economia di guerra (non solo della guerra, la difficoltà viene da una crisi strutturale del capitalismo occidentale, rispetto alla quale la guerra e il riarmo vengono proposte come soluzioni); ad esso si associa e si sovrappone la necessità di rivendicare misure di sicurezza sociale già scarse e ulteriormente danneggiate dall’aumento esponenziale della spesa militare.
Questo al netto del fatto che la disponibilità alla guerra pare – per usare un eufemismo – alquanto poco diffusa, così come poco attecchiscono gli sproloqui quotidiani sui nemici immaginari dell’Europa (l’ombra della guerra ibrida dietro le piazze di Milano…).
Le generazioni che attraversano le piazze (non solo “i giovani”), non hanno nessuna connessione con il pensiero delle classi dominanti, e, ipotizzo, non sono nemmeno così disposti a ragionare sull’indignazione morale di chi sbraita da giorni per le vetrine rotte e le merci rubate, ma che non ha mai avuto gli stessi toni di fronte allo sterminio genocida compiuto dallo Stato terrorista di Israele.
A differenza delle enormi mobilitazioni per la Palestina dell’anno scorso, dunque, queste piazze sembrano essere caratterizzate maggiormente per una caratteristica di classe: proletari e sottoproletari, molto spesso razzializzati, che vedono il loro presente diventare sempre più terribile e sciogliersi in un futuro in cui il ruolo dei genitori da manodopera flessibile, precaria e dequalificata si trasforma per loro in quello di carne da macello per gli interessi imperialisti. In questo punto bisogna convocare il settore della conoscenza, su questo esso è chiamato a compiere adesso delle scelte e sono scelte di classe.
Cosa significa la militarizzazione dell’istruzione
Da un punto di vista generale rappresenta quel processo, denunciato da anni dall’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di normalizzazione della guerra con iniziative, incontri, gite, o collaborazioni scientifiche, tra istituti scolastici/atenei e mondo militare (esercito o industria delle armi). Dallo scorso autunno intendiamo più o meno la stessa cosa, ma elevata a potenza dalla fase storica: il piano dell’UE denominato Rearm Europe/readiness 2030 individua nell’istruzione un settore strategico per la riuscita dell’operazione politica.
Nei documenti attuativi si cita la necessità di normalizzare la guerra (menzionando anche l’inquietante possibilità di giochi di ruolo in questo senso), così come l’impostazione del governo italiano ha più volte sottolineato la necessità di una congiuntura tra ricerca, difesa, università e industria bellica. Insomma, l’idea di una scuola/università completamente embedded agli interessi delle classi dominanti: interessi bellicisti, imperialisti, di profitto… e finanziari.
Di recente, Michele Lancione (qui in questo video) ha allargato lo sguardo della militarizzazione dell’istruzione, evidenziando il ruolo che la finanza gioca in questo nuovo comparto che lui stesso definisce “complesso militare-industriale-accademico”, che è un complesso di politiche economiche ed affettive (nel senso di una costruzione del soggetto che desidera il militare) del capitalismo patriarcale e razzializzante.
Lancione evidenzia che su questo pezzo di economia reale legata al riarmo si sta costruendo un meccanismo finanziario: Euronext, un consorzio di borsa europeo, ha creato un segmento/label dedicato agli european defence bonds (EDB). Per avere una idea di cosa stiamo parlando, basta consultare il Sole24Ore: sono obbligazioni emesse da società non finanziarie, enti sovrani e sovranazionali, oltre che direttamente da istituzioni finanziare, e servono a sostenere programmi di difesa all’interno del territorio europeo.
Si tratta in sintesi di obbligazioni che servono a finanziarie il riarmo, sul modello dei green bonds. Dei 750 milioni delle prime emissioni sul mercato, ci sono stati ordini per 2.8 miliardi. Come gli EDB, altri fondi, o gruppi di startup, hanno ottenuto risultati simili, in un elenco che qui non abbiamo lo spazio di proporre. Oltre 1200 fondi finanziari hanno eliminato la clausola che esclude i produttori di armi per l’accesso ai fondi. La scintilla l’ha data l’Unione Europea e l’investimento dei singoli stati in quel settore.
Il ragionamento di Lancione è che si sta verificando la stessa logica che abbiamo visto con la casa: hai un bene materiale, costruisci su questo un meccanismo finanziario con cosiddetti derivati e crei dei mercati che diventano incontrollabili ma sempre legati a quel bene reale…e, quando questi cascano, casca tutto il castello. Quello che Lancione non dice nel suo intervento, è facilmente immaginabile: è che questo castello per reggersi, bisogna che si vendano armi e si facciano guerre.
In questo senso l’opposizione alla guerra dentro la scuola e l’università deve in questo momento porsi il problema del suo diventare ingranaggio di meccanismi che intrecciano la valorizzazione del capitale con gli interessi imperialistici. Se la scuola normalizza la guerra e le fornisce una legittimità epistemica, ancora di più questo avviene nell’università (la cui “aura simbolica” è maggiore) nella quale si aggiunge la questione del “vantaggio strategico”.
È sempre Lancione a sottolineare questo aspetto: se Leonardo è uno dei fabbricanti di morte più importanti a livello internazionale, il suo fatturato è anche aiutato dal fatto che ha accesso gratuitamente a tutti i laboratori universitari, con l’intelligenza collettiva che è contenuta nelle filiere dell’istruzione. Il collegamento con l’aspetto finanziario è evidente.
In un esempio che usiamo sempre nella campagna “la conoscenza non marcia”, quello della Cittadella dell’aerospazio a Torino: di fatto una collaborazione tra Nato, Leonardo e Politecnico, che nasce su 184mila metri quadrati in Corso Marche, nel tentativo di sostituire l’economia produttiva dell’automobile con quella delle armi e della tecnologia bellica. Uno degli attori centrali è Principia, un fondo immobiliare che permette materialmente la costruzione della cittadella e di trasformare in asset finanziari i suoi edifici.
Il modello della cittadella dell’aerospazio richiama non solo una tendenza alla israelizzazione della società (nel regime razzista di Israele, le università sono fortemente integrate sia nel progetto ideologico genocida sia nella sua materialità: le maggior aziende belliche del paese sono infatti in collaborazione profonda con le università, finanziandone la ricerca, assorbendone le maestranze, sviluppandone collaborazioni), ma qualcosa che in alcuni punti dell’occidente è già realtà.
In Gran Bretagna è partito nel 2026 un progetto (il cui disegno si deve al partito laburista) definito Defence University Alliance, che avrebbe dovuto partire con 20 atenei, e che invece, visto l’alto numero di richieste (cento), ne comprende 35.
Lo scopo del progetto è indirizzare gli studenti all’industria bellica e piegare la direzione di ricerca verso le tecnologie della difesa, dunque non solo l’industria bellica ma anche un intero progetto politico: la partecipazione degli atenei è a tempo indeterminato, ma, per ragioni di sicurezza, il Ministero dell’Interno può rimuovere qualcuno degli atenei membri.
Con l’assemblea del 28 vogliamo non solo riaffermare, come facciamo da mesi, la necessità di un cammino congiunto nell’opposizione a questi meccanismi, ma che le due date del 30 ottobre e del 4 novembre ci riguardano da vicino, così come il nostro settore riguarda le lavoratrici e i lavoratori degli altri settori che si stanno mobilitando.
Il 30 è necessario che il settore della conoscenza si affianchi ad un meccanismo analogo a quello del “blocchiamo tutto”, e lo faccia con una composizione piuttosto inedita, soprattutto se si considera la presenza del mondo universitario.
Il 4 è probabilmente la data simbolica chiave dell’autunno, la cui scelta dell’osservatorio di sovvertirla simbolicamente e farla diventare una giornata di diserzione sembra particolarmente azzeccata: è una diserzione non solo dalla guerra, ma da una direzione complessiva che sembra voler prendere il capitale occidentale di fronte alla sua crisi strutturale. Ed è una direzione di miseria, guerra, imperialismo predatorio, e ancora rendita finanziaria. Riflettiamo su questo, il 28.
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