Se il giornalismo fosse davvero un’indagine e un racconto aderente alla realtà il mondo dei media italiani, tra ieri e stamattina (tra i tg, i talk show e i “cartacei” che arrivano il giorno dopo), avrebbe dovuto fare un salto sulla scrivania e mostrare se non altro profondo stupore per quanto accaduto. E cominciare a sfornare resoconti percorsi da interrogativi pressanti.
Parliamo della dimensione della partecipazione alle manifestazioni, naturalmente, calcolata anche dai fogli più ostili in “centinaia di migliaia”, se non proprio il milione e mezzo complessivo registrato da diversi media stranieri.
Ma il giornalismo italiano non è più – da un pezzo, diciamo quasi 50 anni – lo specchio più o meno fedele del mondo reale. Il problema è ovviamente la proprietà dei diversi media, quasi sempre di soggetti economici che fanno i soldi in altri business e ne sacrificano una piccola parte per mantenere un megafono per far pesare i propri interessi. Soggett che hanno bisogno di condizionare le scelte dei governi, non di raccontare come va il mondo.
Poi c’è la Rai, che dipende ormai integralmente dal governo (ma anche quando dipendeva dal Parlamento non è che offrisse un’informazione migliore…) e quindi è altrettanto inattendibile, se non di più.
A scorrere le prime pagine (e spesso neanche in quelle) un lettore ricaverebbe la conclusione che in fondo non è successo niente. Il Corriere della Sera – organo istituzionalizzato del salotto sdrucito della borghesia italiana – applica lo schema deformante messo a punto negli ultimi anni: delle mobilitazioni (e delle loro ragioni) non si parla affatto, soltanto gli “scontri” fanno notizia.
Anche quelli, però, ieri sono mancati e quindi i poveri cronisti sguinzagliati dietro i plotoni di polizia hanno potuto segnalare solo qualche mini-tafferuglio a Roma (ma in serata, dopo che le quasi centomila persone presenti in piazza erano già a casa, o attendati sotto il Colosseo come i movimenti per l’abitare), e una carica delle “forse dell’ordine” a Torino, raccontata come al solito (“antagonisti cattivi vs poliziotti indifesi”).
Zero parole sull’Usb che aveva indetto lo sciopero generale, una menzione di malanimo per gli studenti. Impagabile, su questa linea, il Tg di Enrico Mentana su La7, che è riuscito nell’impresa davvero considerevole di confezionare un’edizione in cui si sono viste solo camionette della polizia e “scontri” che hanno interessato un numero sparuto di persone.
Niente invece sulle centinaia di migliaia di cittadini e cittadine che hanno riempito le strade e le piazze d’Italia, ossia la vera “notizia” e novità della giornata. Se ne va a Natale, ha anticipato, ma è fuori (di cranio) già da un pezzo…
Qualcosa di più osa Repubblica (l’aver perso il guinzaglio di Molinari e centinaia di migliaia di copie in edicola devono aver consigliato un atteggiamento meno censorio…), che almeno recepisce a tutta pagina “Vita cara, piazze piene”, cogliendo una parte del dato sociale ma cercando di tenere insieme i dati dell’Istat sull’inflazione e le preoccupazioni di Mattarella in proposito.
La logica è chiara: “c’è un problema oggettivo (i prezzi che volano), c’è malessere, ma siamo comunque in buone mani, non vi preoccupate…”
La Stampa di Torino – parzialmente liberata dal guinzaglio della famiglia Agnelli per infilare il collo in quello del gruppo SAE – coglie come fosse normalità il dato numerico (“un milione”) e la butta subito in politica (“La protesta assedia i palazzi”) ignorando completamente almeno metà dello slogan che riassume la protesta: “giù le armi, su i salari”. Si vede che la guerra è un tabù intoccabile.
Inutile dar conto dei foglietti di ultradestra, che conducono una loro guerra contro tutto e tutti, ormai inutili persino a chi li finanzia.
Resta Il Fatto Quotidiano, che registra positivamente il milione in piazza (è anche l’unico quotidiano senza finanziamenti pubblici né un padrone che ripiani le perdite, quindi ha un interesse oggettivo a trovare nuovi lettori), preferendo però contrapporla agli arresti a ‘pen di segugio’ fatti nei giorni scorsi: “Un milione in piazza: arrestate pure questi”.
Imbrocca il titolo – come da decenni gli accade – il manifesto: “Compagni di classe”, cogliendo la comunanza di radice tra lavoratori, studenti, questione razziale e libertà civili come una “questione di classe”, appunto. Ma subito svilisce tutto con un editoriale del direttore dove si esalta l’indubbia spontaneità che si è raccolta ieri, si svalutano gli organizzatori della giornata (come se bastasse ormai un account per riempire le piazze e tenerle insieme), e si ripete il vecchio schema del “come sarebbe bello se il centrosinistra raccogliesse questa spinta e questi voti potenziali”.
Addirittura considerando Mattarella un interprete quasi naturale delle loro “ragioni” (prova provata che non sono state affatto capite).
TG e talk show hanno mostrato due facce non complementari. I servizi degli inviati nelle piazze sono stati in genere pervasi dalla sorpresa, sia per i numeri che per l’allegra serietà dei manifestanti, a prescindere dalle diverse generazioni che si sono fuse.
I riassunti e i commenti dei “professionisti della gestione della notizia” hanno invece risentito pesantemente della necessità di “ricondurre l’ignoto al noto”, ossia di far rientrare l’interpretazione della giornata negli schemi utilizzati fin qui. Un po’ come il Corriere, insomma.
Se non ci sono “scontri” da stigmatizzare non si sa che dire, se non sciocchezze sulla “sinistra” (intesa come Pd) che dovrebbe far qualcosa per catturare questa che a tutti gli effetti è invece una rottura sociale tra la popolazione e la classe dirigente (sia “aziendale” che politica, insomma). Come si vede del resto con il crescere dell’astensionismo ad ogni elezione…
Specie nei talk show sta diventando evidente il fatto che i cosiddetti “giornalisti” che si occupano di politica sono ormai dei commensali fissi alle cene dei “politici”. Per loro il mondo inizia e finisce lì. Tutto ciò che avviene fuori di quel circuito è un elemento di disturbo che va ricondotto al silenzio il prima possibile; con le buone se si può, con le mazzate se resiste…
La dimensione quantomeno europea delle mobilitazioni di questi mesi – addirittura mondiale con lo sciopero dei portuali di ieri – sfugge completamente, i guasti prodotti per quasi 40 anni dal neoliberismo restano invisibili (o da nascondere), il crescere di soggetti sociali e politici alternativi un pericolo da scongiurare.
E’ l’atteggiamento che ha sagomato l’informazione finora: le manifestazioni e gli scioperi non sono che un fastidio da ridurre, l’opposizione sociale non esiste se pacifica e va menzionata solo se diventa – o viene fatta diventare – “un problema di ordine pubblico”. Da risolvere ovviamente con gli strumenti dell’”ordine pubblico”.
C’è un filo logico che collega strettamente – quasi come una catena d’acciaio – l’esplodere di molte crisi diverse nel capitalismo occidentale (da quella ambientale alle guerre, dalla crescita azzerata all’esplodere delle bolle finanziarie – è appena partita quella dell’intelligenza artificiale, con i tracolli di Google e Intel), l’inesistenza di strumenti utilizzabili dalla “politica” (l’intervento pubblico nell’economia è vietato e maledetto) e l’impossibilità dell’informazione di dar conto della realtà in modo attendibile.
Simul stabunt, simul cadent… La crescita delle mobilitazioni sarà anche la crescita delle alternative politiche all’esistente. E il sistema dei media ne uscirà a pezzi.
Foto di Patrizia Cortellessa
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Daniele Tamburlini
Che il Manifesto sia per così dire organo non-ufficiale di AVS è abbastanza pacifico, ma con aperture (piuttosto stentate) ad altre voci più a sinistra.
Capace però di tirare anche qualche staffilata che faccia da pungolo (peccato che il pungolo non sembra produrre effetti visibili).
L’ editoriale. qui sopra criticato, chiude così:
“Difficile che si accontentino di sapere che mentre riempivano le piazze, l’opposizione parlamentare teneva una positiva riunione. In collegamento video, senza uscire di casa.”
….senza uscire di casa, mentre giovani e lavoratori riempivano le piazze.
Spietata immagine di una lontananza che è quasi estraneità, non compensata affatto da quei pochissimi parlamentari di centro-sinistra presenti alle manifestazioni.