Menu

Identità e programma politico della Rete dei Comunisti

 

 

 

  1. Il conflitto tra Capitale e Lavoro rimane dirimente

Si riaffaccia con forza nel nostro paese il progetto di un patto sociale neocorporativo tra lavoratori e padroni. E’ un progetto che gode del sostegno della Confindustria, di un asse politico perfettamente bipartisan tra centro-destra e centro-sinistra e degli stessi sindacati Cgil Cisl Uil. Affermare che dentro la crisi gli interessi dei lavoratori siano convergenti e conciliabili con quelli del padronato, è una tesi che va combattuta duramente sul piano politico, sindacale e culturale. Sono sotto gli occhi di tutti i risultati nefasti della politica dei redditi e della concertazione avviata all’epoca dei governi di Maastricht (Amato, Ciampi, Dini, Prodi). Oggi il modello di relazioni industriali e sindacali avanzato da Marchionne e dai settori più internazionalizzati e aggressivi del padronato, supera queste stesso modello e intende imporre la completa subordinazione dei lavoratori ai tempi, ai ritmi, alle esigenze di mercato delle imprese. Quello di Marchionne è un modello che mette in “pesante” sollecitazione la stessa Confindustria e la concertazione con i sindacati così come l’abbiamo conosciuta in questi anni. I sindacati concertativi si sono così dovuti adeguare alla funzione di sindacati complici e collaborazionisti, costringendo continuamente i lavoratori a scegliere tra la padella e la brace accettando l’idea della subalternità totale degli interessi dei lavoratori come fattore per far uscire le imprese dalla crisi. In questo senso il voto degli operai della Fiat di Pomigliano e di Mirafiori è stato uno straordinario esempio di autonomia degli interessi di classe rispetto a quelli padronali. Al patto neocorporativo tra capitale e lavoro e alla neo-schiavitù industriale di Marchionne occorre contrapporre l’indipendenza e il conflitto di classe a tutti i livelli, dentro e fuori i luoghi di lavoro, su contenuti esplicitamente anticapitalisti. Su questo terreno la realtà indica chiaramente e duramente che la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione si sta riproducendo con enorme pesantezza.

Lo dimostrano le mobilitazioni dei giovani, la crescita di protagonismo dei lavoratori nei paesi di nuova industrializzazione, lo sviluppo dei movimenti per i beni comuni e i diritti sociali collettivi. Il carattere privato dei rapporti di produzione e di proprietà contraddice apertamente l’emancipazione sociale e culturale in interi paesi, anche nel cuore di un Europa che sta mettendo bruscamente in liquidazione il modello sociale sul quale ha costruito le proprie società.

 

  1. Dentro l’Europa ma per la fuoriuscita dall’Unione Europea

Per anni è stata alimentata arbitrariamente l’illusione che l’Unione Europea corrispondesse ad una ambizione progressiva dell’Europa. Questa ambizione è stata decisamente liquidata con la fine del conflitto globale USA/URSS e della funzione che in esso era stata assegnata all’Europa. La fine del bipolarismo Est/Ovest ha messo in moto il processo di costituzione di un nuovo polo imperialista intorno al progetto dell’Unione Europea.

I Trattati di Maastricht, Amsterdam ed infine di Lisbona affermano chiaramente la natura imperialista su cui è stata edificata l’UE.

La crisi economica in corso si sta rivelando il vero fattore costituente dell’Unione Europea come polo imperialista impegnato a tutto campo nella competizione globale con gli altri poli.

I vincoli economici/finanziari per i paesi membri, la centralizzazione politica e la concentrazione monopolistica europei, la funzione dominante di una crescente borghesia europea – soprattutto franco-tedesca- trasformano l’Unione Europea in una “gabbia dei popoli” e in una struttura antidemocratica, reazionaria, antipopolare e un pericolo per la stessa sovranità dei singoli stati membri. La centralizzazione politico/istituzionale europea è tra l’altro speculare e interconnessa alle tendenze disgregatrici e secessioniste nei paesi europei più deboli.

La sinistra italiana ed europea è stata vittima di un clamoroso abbaglio politico. Ha ritenuto impropriamente che il processo di costituzione dell’Unione Europea potesse essere modificato dall’interno, ha alimentato il mito illusorio del ruolo progressivo dell’UE e – in nome di un antiamericanismo miope e privato di ogni punto divista antimperialista – ha sostenuto il processo di rafforzamento politico, istituzionale e militare dell’Unione Europea.

E’ lontano dalla nostra visione ed azione politica qualsiasi euroscetticismo o anelito nazionalistico, al contrario rivendichiamo la dimensione europea come campo ideale e concreto della lotta politica e di classe. Riteniamo però che la dimensione europea ed internazionalista delle relazioni tra i popoli e del conflitto sociale non possono che darsi come contraddizione antagonista al carattere imperialista dell’Unione Europea.

Per tale ragione abbiamo sostenuto e valutato positivamente i referendum popolari in Danirmarca, Francia, Olanda, Irlanda contro l’adesione ai Trattati Europei e alla Costituzione Europea e valutiamo positivamente le posizioni dei partiti comunisti e delle forze progressiste che chiedono la fuoriuscita del proprio paese dall’UE.

Dentro l’Europa ma per l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea.

 

  1. L’infarto ecologico del pianeta dentro la contraddizione tra Capitale e Lavoro

Dalle sue origini , la società del modo di produzione capitalista, ha realizzato solo uno sviluppo che ha mercificato i rapporti tra gli uomini e la natura attraverso lo sfruttamento delle risorse umane e naturali, per realizzare profitti e accumulazione del capitale.

L’attuale fase della mondializzazione capitalista che si configura ormai come vera e propria competizione globale, nel definire i dettami dell’economia imperialista ha nel contempo realizzato uno sfruttamento accelerato della natura e del lavoro aumentando vertiginosamente le alterazioni causate dalla produzione selvaggia e senza limiti di uno sviluppismo quantitativo orientato solo dalle regole del profitto del capitale internazionale

Il concetto dello sviluppo senza limiti, l’abbattimento di ogni frontiera dietro la mistificazione della globalizzazione, sono state solo l’espressione della civiltà capitalistica che si caratterizza per la sua esclusività se confrontata con altre civiltà del pianeta; una crescita quantitativa che configura il modello di accumulazione capitalista come unica prospettiva dell’umanità. La sempre crescente disparità tra l’offerta di beni e i bisogni effettivi delle persone, sono i risultati di una competizione globale incentrata sullo sviluppismo capitalista, sulla crescita quantitativa e il consumismo per pochi, senza freni e senza limiti.

Il capitale attraverso lo “sviluppo”, compreso la falsa idea di “sviluppo sostenibile”, in realtà cerca di ottenere il maggior profitto possibile dallo sfruttamento delle risorse naturali e umane. L’economia capitalistica, infatti, riflette una logica di colonizzazione e di mercificazione di tutte le relazioni umane.

Il mercato e le sue leggi travolgono tutti gli spazi di socializzazione produttiva pre-capitalistica, distruggendo la stessa idea e le stesse antiche pratiche di produzione ed uso dei beni comuni della collettività trasformandoli in merci e sussumendoli direttamente nel modo di produzione della società del capitale.

Lo sviluppo è in sostanza la volontà dei paesi occidentali di dominare il mondo attraverso il mercato, le tecnologie e la scienza, sospinti dal modo di produzione capitalistico basato sempre sulle sue intime contraddizioni e sullo sfruttamento del capitale sul lavoro e del capitale sulla natura.

E’ necessario allora già nell’immediato legare la “questione ambientale” alle dinamiche reali della soluzione politica del conflitto capitale-lavoro nelle traiettorie della trasformazione radicale nella prospettiva socialista,così come ad esempio realizzato nel loro contesto dai movimenti sociali in molti paesi del Sud America e che hanno portato su tali temi alle avanzatissime Carte Costituzionali della Bolivia e dell’Ecuador.

Si deve quindi dare una prospettiva concreta a tale impostazione politica di classe anche nei paesi a capitalismo maturo, collegando la contraddizione capitale-natura allo sviluppo delle lotte sociali e del conflitto di classe con un programma minimo di controtendenza.

Decisivi in tal senso sono l’interscambio di esperienze con i movimenti di lotta dei lavoratori a livello internazionale; l’intrecciarsi di teoria e pratica della lotta di classe, dove la contraddizione capitale-natura è assunta tutta dentro le dinamiche del conflitto capitale-lavoro, per il superamento del modo di produzione capitalista nella costruzione concreta dei percorsi del Socialismo nel e per il XXI secolo.

I sostenitori della crescita e dello sviluppo non hanno tenuto nella giusta considerazione le condizioni socio-ambientali della produzione; la rincorsa al profitto ha trasformato l’uomo in “Capitale Umano” e la natura in “Capitale Naturale”.

Il paradigma dello “sviluppo sostenibile”accettando le regole di mercato, affiancato dai cosiddetti misuratori della crescita in apparente veste di indicatori alternativi, macro e micro, o dalle diverse proposte sulla decrescita,così come i vari progetti di uso di energie “sostenibili” alternative, anche se appaiono come accattivanti buone idee, accompagnate da programmi di un ”ambientalismo alla moda”, non mettono in discussione il modo di produzione capitalistico, e quindi i modi e le forme dello sfruttamento capitalista, ben definito dalla sempre più valida e attuale legge marxiana del valore.

 

Anche la cosiddetta “decrescita felice e sostenibile”, è una finta idea di progresso equilibrato che dovrebbe essere in grado di combinare tre necessità: progresso umano, diminuzione della povertà e tutela degli ecosistemi. Affermando di voler porre un freno ai cambiamenti climatici derivati dalle modificazioni dello sviluppo tecnologico capitalista e dal loro impatto ambientale, viene chiesta una limitazione dei consumi di energia e delle merci.

In tale impostazione, anche nei propositi più in buona fede ,si tratta di ipotesi di decrescita di classe per i “ricchi”, per i paesi a capitalismo maturo, in una logica di accattivante riformismo di maniera, tutta interna alle compatibilità del modo di produzione capitalista in chiave keynesiana e di compatibilità alle regole di mercato. Si pongono così al massimo risoluzioni redistributive del reddito con proposte per salvaguardare l’ambiente, la salute, etc., ma in tale ottica non si pone mai invece come centrale la questione del superamento del modo di produzione capitalista.

Ciò può avvenire a partire dalla considerazione che solo con la pianificazione socialista si può realizzare una produzione sociale realmente sostenibile perché necessaria all’intera classe dei lavoratori, attuando di conseguenza la redistribuzione sociale della ricchezza, e non del semplice reddito, iniziando percorsi di socializzazione dei mezzi di produzione.

 

Occorre porsi a questo punto delle domande che hanno una immediata ricaduta sulle modalità delle lotte da mettere in campo sostenendo proposte credibili e praticabili nell’immediato, ma che allo stesso tempo hanno a che fare con serie problematiche di carattere teorico e di strategia e tattiche immediatamente applicabili, che sicuramente non sono state ancora del tutto risolte né sul piano della teoria marxista né nella pratica del socialismo realizzato.

Ad esempio solo per porne già da subito qualcuna bisognerebbe chiedersi: cosa accadrebbe se si arrivasse ad una immediata e cospicua riduzione nella produzione di beni e servizi oggi del tutto mercificati, che, anche se sempre più spesso possono essere considerati superflui e finalizzati allo sfrenato consumismo imposto dalle leggi di accumulazione e valorizzazione del capitale, garantiscono altresì a milioni di lavoratori la possibilità di un salario?

Inoltre, pur considerando la limitatezza delle risorse naturali e e il loro attuale squilibrato e sfrenato sfruttamento, cosa procurerebbe una eventuale accelerata diminuzione del loro utilizzo, senza altre alternative energetiche, e che non sia accompagnata da un differente modello produttivo, distributivo e di consumo capace di equilibrato sviluppo eco-socio compatibile anche nei paesi del Sud del mondo?

Un’altra domanda che merita risposte teoriche e di strategie politiche: a fronte della palese profonda ingiustizia sociale verso i paesi del Sud che subiscono da anni i devastanti effetti del colonialismo e dell’imperialismo in termini di supersfuttamento sull’uomo e sulla natura, come ci si pone rispetto al sempre auspicabile sviluppo delle forze produttive , all’uso e alla qualità della scienza e all’evoluzione dei rapporti sociali complessivi di produzione?

 

La nostra organizzazione deve continuare e arricchire il dibattito su tali temi tentando delle risposte che abbiano una valenza teorica generale e strategica per la prospettiva del socialismo nel XXI secolo, ma allo stesso tempo che sappiano relazionarsi nell’immediato ad una prospettiva di programma in cui va strettamente legato il concetto di sostenibilità ambientale dello sviluppo a quello di progresso sociale.

E’ pertanto decisivo porre la questione in termini politici dentro la complessiva dinamica della lotta di classe del movimento internazionale dei lavoratori, sviluppando già da oggi lotte sociali di che rivendichino la complessiva redistribuzione della ricchezza sociale, ed estorta in primis ai lavoratori dei Paesi cosiddetti in Via di Sviluppo e allo stesso tempo ottenuta dalle sempre più sofisticate forme dello sfruttamento del lavoro nei paesi a capitalismo maturo.

 

Di una cosa siamo però già da subito convinti; tutto ciò è concretamente realizzabile solo attraverso la pianificazione economica a carattere socialista , come unico modello politico-economico in grado di coniugare il concetto di crescita qualitativa a compatibilità socio-ambientale con quello generale per la socializzazione della ricchezza, attraverso l’applicabilità pratica di forme di produzione sociale complessivamente necessarie e di crescita socialmente e ambientalmente equilibrata e di progresso sociale di qualità, a vantaggio della classe lavoratrice del Nord e dei Sud.

 

  1. Passare dai diritti individuali dell’uomo ai Diritti dell’Umanità

La visione emancipatrice dell’umanità, in questi ultimi decenni ha visto affermarsi l’egemonia del pensiero liberaldemocratico sul terreno dei diritti umani. La concezione individualistica dei diritti umani diventata prevalente, è stata utilizzata come una clava dalle maggiori potenze imperialiste e dai movimenti politici ad esse collegati. Questa concezione è stata per molti aspetti rivoluzionaria alla fine del Settecento ma è diventata prettamente eurocentrista e reazionaria nel XXI° Secolo.

La concezione liberale dei diritti umani ha avuto ed ha dovuto convivere per decenni con il suo peccato originale: ne erano infatti esclusi gli schiavi, le popolazioni delle colonie e i poveri.

Solo lo sviluppo e le lotte del movimento operaio e dei movimenti anticolonialisti ha reso possibile che i diritti umani assumessero un valore universale. Nei paesi che hanno sperimentato il socialismo possibile, diritti come l’istruzione, la sanità, il lavoro sono stati estesi a tutta la popolazione. Eppure nonostante importanti vittorie dei movimenti popolari, la concezione liberale dei diritti umani ha resistito nel tempo ed è riuscita anche a eclissare l’idea dell’uguaglianza sociale, soprattutto nell’ultima fase del conflitto globale tra USA e URSS. Il capitalismo ha saputo gestire con grande efficacia il nesso tra diritti individuali ed egemonia dell’economia di mercato depotenziando completamente la dimensione sociale e ugualitaria dei diritti stessi.

Anche sul piano dei diritti personali, la concezione individuale afferma la centralità e unicità dell’individuo ma nega il valore della sua relazione sociale con gli altri, di fatto lo isola dal contesto e gli costruisce intorno uno schema “politicamente corretto” formalmente protettivo ma impregnato di ipocrisia.

Lì dove è egemone il pensiero liberale – soprattutto nei paesi imperialisti e in presenza di condizioni sociali non drammatiche – è innegabile che i diritti individuali delle persone (sulla sessualità, sui diritti delle donne) vengano tutelati dalle leggi e sostenuti dalla crescita complessiva della società. Ma nei paesi dove le condizioni sociali sono più arretrate e più drammatiche, i diritti sociali collettivi ed anche quelli individuali vengono assegnati solo alla capacità competitiva individuale dell’homo economicus. In tutti i paesi capitalisti – avanzati o arretrati – diritti e miseria, libertà individuali ed esclusione sociale persistono come contraddizione tramite apparati legali e ideologici consolidati.

L’estensione della sfera dei diritti umani ai diritti sociali collettivi, è stata sistematicamente ostacolata dall’imperialismo in ogni angolo del mondo perché la concezione individualista dei diritti umani è funzionale ai rapporti privati di proprietà e di produzione e alla logica del mercato.

E’ tempo che questa contraddizione tra diritti individuali e diritti sociali collettivi esploda e demolisca l’egemonia liberale sul terreno dei diritti.

Emblematica di questa contraddizione è il tentativo di appropriazione privata dei diritti di brevetto, dei beni comuni naturali come l’acqua o dei beni cognitivi (l’istruzione, le scoperte scientifiche)un tentativo che sta incontrando una forte resistenza popolare e morale in tutto il mondo.

Sentiamo per questo l’esigenza di affermare che in presenza di un crescente protagonismo popolare in America Latina, Asia, Africa – ossia della maggioranza dell’umanità – e nel XXI° Secolo, sia giunto il tempo del superamento della concezione individualista dei diritti umani e il passaggio ai Diritti dell’Umanità, dentro i quali i diritti sociali collettivi assumano una nuova centralità.

 

5. Difendere ma anche ampliare gli spazi della democrazia

La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono i risultati dei rapporti di forza e del compromesso possibile realizzato alla fine della Seconda Guerra Mondiale dal movimento di resistenza antifascista e dal movimento operaio nel nostro paese con la borghesia e le ingerenze dell’imperialismo USA.

Seppur disattesa in diversi punti cruciali e sottoposta a violazioni durante gli anni delle leggi d’emergenza negli anni ’70, la Costituzione ha assicurato largamente la rappresentanza politica della società italiana.

Il processo di normalizzazione capitalista che ha posto in essere quella che arbitrariamente è stata definita la Seconda Repubblica dal 1992-93, ha introdotto riforme istituzionali, elettorali ed economiche di segno reazionario e antidemocratico. Le privatizzazioni, la precarietà sul lavoro, il sistema elettorale maggioritario sono stati gli assi su cui – con responsabilità perfettamente bipartizan – le classi dominanti hanno brutalizzato la vita politica, democratica ed economica del nostro paese, svuotando nei fatti la Costituzione nei suoi aspetti più avanzati.

La responsabilità di questa regressione democratica e sociale non è stata solo della destra e di Berlusconi, ma porta la piena responsabilità anche dei governi di centro-sinistra, i quali hanno condiviso in pieno il disegno della cosiddetta modernizzazione del paese in senso capitalistico.

L’introduzione del sistema elettorale maggioritario è un grave attacco alla democrazia rappresentativa ma anche alla storia del suffragio universale conquistato dal movimento dei lavoratori, un risultato storico oggi sostituito da un sistema elettorale escludente socialmente e fondato sui gruppi di pressione.

Non è solo l’idea di democrazia ad essere stata annichilita dal dogma della “governabilità”, ma è la stessa esperienza di democrazia rappresentativa imperniata sulla Costituzione che è stata interpretata in modo volutamente distorto per renderla funzionale alle esigenze di stabilità e governance dei poteri forti italiani ed internazionali.

Riteniamo che le forme di partecipazione democratica previste dalla Costituzione debbano essere spostate più in avanti di quanto lo siano state fino ad ora. Vediamo chiaramente i rischi del plebiscitarismo evocati dalla destra, ma crediamo anche che ad esso vadano contrapposte forme di partecipazione democratica che vadano oltre la mera espressione del voto elettorale.

Ad esempio il fatto che la Costituzione escluda che l’adesione dell’Italia alla NATO o all’Unione Europea – e le loro conseguenze concrete – possano essere sottoposte all’attenzione, alla discussione e alla volontà popolare tramite referendum (come in altri paesi), è uno dei motivi di forte subordinazione ai poteri forti internazionali delle strutture e del dibattito politico/istituzionali esistenti.

Lo stesso sistema di partecipazione non può essere limitato al solo esercizio elettorale, ma deve prevedere via via l’introduzione del sistema di revoca del mandato elettorale e del rendiconto periodico e obbligatorio del lavoro svolto dagli eletti.

Dentro tale contesto occorre battersi per il mantenimento e l’allargamento delle libertà politiche e sindacali previste dalla Costituzione e per il ripristino del sistema elettorale proporzionale, sulla base del principio irrinunciabile di “una testa un voto” sia sul piano politico che nelle elezioni sui luoghi di lavoro. L’esclusione dai diritti sindacali per le organizzazioni che non accettano gli accordi-truffa o la persistenza della quota del 33% dei voti per Cgil Cisl Uil nelle elezioni sui luoghi di lavoro indipendentemente dai loro risultati, è una vergogna giuridica e politica niente affatto dissimile dagli orrori delle leggi elettorali di stampo berlusconiano (il cosiddetto Porcellum).

Il sistema proporzionale va riaffermato non solo come l’unico possibile per dare coerenza ad una democrazia che si vuole rappresentativa di tutti gli interessi sociali e delle opzioni politiche che li rappresentano, ma è anche un principio che riafferma la centralità della rappresentanza democratica contro i progetti autoritari dei sostenitori della governance a tutti i costi, e costoro non abbondano solo nella file della destra.

.

 

  1. La contraddizione tra aspettative e realtà rimette in moto nuove generazioni

Le manifestazioni e le mobilitazioni di massa dei giovani in atto da mesi in Italia con al centro il no alla controriforma Gelmini, hanno messo in luce una contraddizione per alcuni anni latente ma ormai esplicita anche nelle coscienze di milioni di persone: per la prima volta nella storia dell’Italia contemporanea le nuove generazioni vivranno peggio di quelle che le hanno precedute. Si tratta sicuramente di un fenomeno aggravato e amplificato dalle caratteristiche peculiari del sistema formativo e del lavoro italiano – clientelismo, nepotismo – ma comune a quasi tutti i paesi dell’Unione Europea, investiti da tagli che tendenzialmente riducono drasticamente i finanziamenti pubblici alla istruzione e alla formazione, ed in molti casi anche gli stanziamenti per la ricerca pubblica e libera. Al tempo stesso l’accesso all’istruzione superiore diventa sempre più selettivo, legato al censo e ad un merito che, in realtà, diventa la manifestazione della divisione di classe della società.

Le classi dominanti, soprattutto in Italia ma anche nel resto dell’Europa, stanno abbassando coscientemente le aspettative generali della società dopo un intero ciclo storico che aveva visto le aspettative crescere di generazione in generazione.

Quello che in molti paesi è nato come un movimento a carattere studentesco, ha oggi tutte la condizioni affinché diventi un vero e proprio movimento generazionale e moto sociale contro quello che efficacemente è stato ribattezzato il ‘furto del futuro’. Le aspettative che la fase precedente della gestione capitalistica avevano creato in milioni di giovani – ascesa sociale attraverso l’istruzione, partecipazione al governo della società sulla base della meritocrazia – vengono drasticamente frustrate da un sistema di istruzione, formazione ed inquadramento nel mondo del lavoro che somiglia sempre di più a quello vigente prima della conquista dell’istruzione di massa da parte dei movimenti studenteschi ed operai degli anni ’60. Si evidenzia ormai una contraddizione enorme tra le aspettative di promozione ed ascesa sociale delle giovani generazioni – investite da un processo di proletarizzazione senza precedenti negli ultimi decenni – e le durissime condizioni materiali che sembrano bloccare e frustrare queste aspettative, generando frustrazione e rabbia diffuse non solo tra gli studenti ed i giovani lavoratori precari ma anche all’interno delle generazioni precedenti che speravano in un futuro migliore per i propri figli e nipoti. Le forme di lotta radicali messe finora in campo da ampi settori delle nuove generazioni possono potenzialmente catalizzare uno scontento sociale ed una messa in discussione del modello politico ed istituzionale dato, coinvolgendo altri settori sociali investiti in pieno dalla gestione autoritaria della crisi da parte dei singoli governi e dell’Unione Europea.

La Rete dei Comunisti ritiene di dover intervenire ad ogni livello per spingere in avanti e non indietro le aspettative generali della società, affermando con forza che non si può in alcun modo fare a meno dello sviluppo scientifico e del conflitto sociale come elementi reali dell’emancipazione e del futuro delle nuove generazioni.

 

 

  1. Fuori dal sistema di guerra e dai trattati militari aggressivi

Il bellicismo e la tendenza alla guerra sono divenuti fattori strutturali della nuova fase apertasi dopo l’89. L’attacco all’Iraq è stato volutamente interpretato come il sigillo che consacrava il nuovo ordine mondiale e l’economia di guerra è diventata sempre più pervasiva, condizionando ed orientando le grandi scelte economiche dei paesi imperialisti. Una costante per il sistema militare/industriale statunitense, una novità assoluta per i paesi usciti sconfitti dalla II guerra mondiale: Germania, Giappone ed Italia.

La guerra e la finanziarizzazione che hanno sostenuto il capitalismo nell’ultima parte del XX secolo e l’inizio del XXI, hanno consumato la loro “spinta propulsiva” al ciclo economico. Il keynesismo militare e la spesa bellica, cresciuta sotto la spinta della competizione tecnologica delle grandi corporations, non ha risolto i problemi dello sviluppo economico e della società capitalistica.

Nonostante la crisi e la stagnazione un recente rapporto del Sipri (Stockhlm International Peace Research Institute) ha certificato un aumento del commercio delle armi. L’industria bellica e degli armamenti fattura un giro d’affari lievitato del 22% negli ultimi cinque anni. Le armi prodotte non possono essere rivendute se non agli stati e ai loro apparati coercitivi che garantiscono lo sbocco di mercato con una gigantesca ridistribuzione di ricchezza dalla società a favore dei fabbricanti di armi (vedi Finmeccanica). Anche un adolescente comprende che se le enormi risorse impiegate nel campo della ricerca militare fossero usate per una ricerca civile ben altre e più utili invenzioni ne scaturirebbero.

Così come il crollo del Muro di Berlino diede alla testa a parecchi “opinionisti” in occidente, bisogna oggi evitare facili sottovalutazioni dell’agire concreto dell’imperialismo USA. E’ vero che la cosiddetta “coalizione internazionale” e la NATO sono inchiodati nel pantano in Afghanistan e Pakistan rischiando una sconfitta di portata strategica, ma gli USA tuttora hanno circa 400 mila soldati in terra straniera e oltre 1000 basi militari sparse per il mondo. In America Latina rafforzano la loro presenza militare in Colombia e in Perù e, come storicamente ci hanno abituato, stanno dirigendo tentativi di colpo di stato contro paesi sovrani attraversati da profondi processi di trasformazione economica e sociale e integrati nell’Alba: in Venezuela nel 2002, in Bolivia nel 2008, in Honduras nel 2009 (colpo di stato riuscito contro il governo di Manuel Zelaya ), in Ecuador nel 2010 (golpe fallito contro Correa, a cui l’imperialismo non ha mai perdonato, tra le altre cose, di aver ordinato la smobilitazione della base militare che gli Usa avevano a Manta). In Asia, nella penisola coreana, si è ripreso a sparare e le manovre militari congiunte tra la Corea del Sud e gli USA vicino alle acque territoriali della Corea del Nord, sono foriere di incidenti e rappresaglie militari. Il Giappone ha riallineato le forze armate terrestri dal nord al sud per il controllo sul versante cinese, sta incrementando vorticosamente le spese militari e la corsa al nucleare, ha revisionato la propria Costituzione in senso militarista e si appresta alla revisione del divieto di esportazione delle armi. In Medio Oriente gli USA continuano ad armare e sostenere lo stato sionista di Israele contro i palestinesi e i paesi della regione, incluse le minacce di attacco militare e nucleare contro l’Iran che innescherebbe un conflitto regionale di enorme gravità. In Africa la Casa Bianca sta accelerando i tempi di Africom, sigla con cui viene indicato il comando dell’esercito permanente degli Usa nel continente nero. Insomma la politica estera di Obama è aggressiva e pericolosa in Asia, Africa e America Latina esattamente quanto lo è stata quella di Bush.

In questo nuovo contesto globale del dopo “guerra fredda” la NATO ha modificato progressivamente la propria funzione e con la sua nuova dottrina militare si è trasformata in gendarme mondiale degli interessi imperialisti. Il recente vertice di Lisbona ha deliberato la realizzazione dello scudo spaziale in Europa – agognato fin dai tempi di Reagan – in funzione anti Iran, ma soprattutto un segnale di forte pressione contro la Russia dopo i casi della Georgia e della Ucraina.

L’Unione Europea e il suo nucleo duro imperialista cercano, dentro la NATO, di acquisire quote maggiori di comando non riuscendovi, perché Washington non può e non vuole rinunciare al comando assoluto della Nato nello spazio europeo. La guerra alla Jugoslavia e la sua disgregazione hanno suggellato le aspirazione espansioniste della UE ed anche messo in evidenza il ruolo della Germania e il nuovo spirito interventista, svelando di fatto che l’Unione Europea non rappresenta certo un “contrappeso democratico” agli USA. Il nuovo patto di stabilità dovrà servire anche a drenare risorse dal lavoro per destinarle al capitale e alle banche, per la competizione globale e per rendere fattuale l’esercito europeo.

L’Italia, o meglio la sua classe dirigente e i governi, sono parte integrante dell’evoluzione riarmista globale e del bellicismo neocoloniale. Il nostro paese è impegnato in 21 paesi con 33 missioni militari e poco meno di 10.000 soldati (circa 4.000 in Afghanistan) che producono debito pubblico e costano 3 milioni di euro al giorno. Nel 2010 la spesa militare si è aggirata intorno alla cifra di 23 miliardi di euro, quanto una finanziaria! La branca dell’economia più profittevole è quella legata direttamente e indirettamente alla produzione militare e intere zone sono sempre più condizionate da questo tipo di sviluppo e dalla presenza pervasiva dei siti militari: Veneto, Sardegna, area novarese, Sicilia, Toscana, il Lazio, la Campania, la Puglia solo per citare i casi più evidenti.

I sondaggi in più riprese hanno sottolineato l’orientamento maggioritario degli italiani contrari alla guerra e alla proiezione militare esterna, nonostante la “copertura mediatica” fortissima delle scelte guerrafondaie. Una contraddizione con risvolti politici importanti, una frattura tra il corpo sociale e il Parlamento Italiano che vota compatto il finanziamento della guerra e delle missioni militari, mettendo in luce un buco di rappresentanza. L’intesa bipartisan, che accomuna quasi tutte le forze politiche nel patto di fedeltà alla Nato e al complesso militare/industriale, è risaltata clamorosamente nella vicenda di Finmeccanica. Inquietante è stato il silenzio e l’omertà intorno all’intreccio di armi, finanza, fascisti, boiardi di stato, ex senatori etc. venuto alla luce dall’inchiesta della magistratura e rilanciato dai maggiori quotidiani italiani. Tutti allineati e coperti dietro le parole del ministro degli esteri Frattini che ha chiamato nemici dell’Italia chi attacca Finmeccanica!

E’ urgente e necessario che tutte le realtà sociali, culturali, sindacali e politiche che si muovono sul terreno di una alternativa radicale al modello sociale dominante rimettano al centro delle proprie piattaforme il no alle spese militari, alla militarizzazione della società e della cultura, il rifiuto e la fuoriuscita dai Trattati militari storici (la NATO) e dai nuovi Trattati (all’interno della UE e con Israele). La sconfitta subita dal movimento contro la guerra a Vicenza e il disastro prodotto dalla subalternità della ex sinistra radicale nel governo Prodi, pesano e peseranno ancora sulla capacità di mobilitazione del movimento no war. Quasi tutte le nuove espressioni dell’antiberlusconismo non annoverano tra le proprie parole d’ordine il no alla NATO e alle missioni militari all’estero. La Resistenza Globale ovvero l’alleanza strategica con il mondo del lavoro ed i popoli in lotta per la loro liberazione dal gioco colonialista, la resistenza e non-collaborazione ai progetti dell’imperialismo ed i suoi alleati devono essere i cardini della ripresa della lotta contro la guerra in Italia e in Europa.

 

  1. La religione è ancora un ostacolo al progresso sociale dell’umanità

La demolizione di una visione religiosa della vita e della realtà, non è una battaglia secondaria per i comunisti. Le religioni infatti trovano spazio,peso e funzione anche nelle moderne e “scientifiche” società capitaliste perchè queste sono profondamente permeate di religiosità ovvero mantengono vivo un rapporto estraniato dell’uomo dalla società. In altre parole nella società borghese non è possibile avere l’uguaglianza dei “cittadini” senza le differenze sociali ed economiche che sussistono nella cosiddetta società civile dentro la vita quotidiana e lavorativa.

La “religiosità” della nostra società, può fare riferimento al Dio religioso o al “Dio” denaro come metro di misura generale dei rapporti sociali che supporta le religioni concrete. Per questo è una decisiva battaglia teorica e culturale che va ripresa nella società per la formazione di nuove generazioni di comunisti e di attivisti politici e sociali, al cui centro va di nuovo messo l’uomo in quanto capace di decidere razionalmente il proprio destino, di assumersi le proprie responsabilità senza credere in qualsiasi ente esterno e determinato, contando sempre sulle proprie possibilità e capacità.

La questione religiosa in Italia e nel mondo dal punto di vista dei comunisti non è una questione formale nè scontata. Da un punto di vista generale tale questione la sta risolvendo la scienza stessa sviluppando la ricerca sia verso l’universale che verso le dimensioni infinitesimali della materia. Alla luce di questi continui sviluppi della scienza e della conoscenza, parlare di Dio appare come un orpello del passato. Purtroppo non è ancora così nè sul piano politico nè sul piano della concezione teorica dei comunisti.

Politicamente e ideologicamente nel nostro paese l’offensiva vaticana è a tutto campo e trova ben pochi oppositori ufficiali, tra gli intellettuali, nell’ambito della politica e della scienza. La subalternità di tutte le forze politiche e il supporto politico bipartizan ai finanziamenti al Vaticano e nella istruzione religiosa è scandaloso, nonostante che debba ormai fare continuamente i conti con una società dove la concezione religiosa è sempre più logorata.

Nel mondo contemporaneo ed anche nel nostro paese, non dobbiamo fare i conti solo con la Chiesa Cattolica (dove si sente il peso dello Stato Vaticano incomparabile con quello della sola Chiesa Cattolica in altri paesi), ma con una intera fase regressiva dell’umanità che ha la “necessità” di trovare la sua salvezza fuori da questo mondo, fuori dalle laceranti contraddizioni che questo sviluppo produce. Ebraismo, islamismo, sette evangeliche cristiane e molte altre ancora sono le religioni che disgregano il concetto di umanità e la coscienza di sè dei popoli. La laicità, dunque, non è un valore contro l’Italia beghina ma lo è per tutto il mondo, senza negare però che le specifiche religioni collocate in determinate condizioni possono anche svolgere una funzione politica positiva. La resistenza islamica contro lo Stato di Israele o contro l’interventismo americano in Medio Oriente o su una scala diversa la funzione avuta dalla Teologia della Liberazione in America Latina, sono alcuni esempi dove la funzione politica delle religioni può essere antimperialista.

Occorre sempre ricordarsi e riaffermare che è “l’uomo che fa la religione”, e non la religione che fa l’uomo. E’ una affermazione non scontata, nemmeno per i comunisti italiani. La tattica usata dal PCI verso i cattolici, non necessariamente condivisibile, certamente aveva le sue basi obiettive e le sue giustificazioni politiche. Il crollo politico e culturale della sinistra italiana ha trasformato una tattica in una strategia facendo macerie della necessaria chiarezza teorica sulla questione della religione. La convinta furbizia di Vendola sulla sua cattolicità ne è una palese dimostrazione. Certamente Vendola non si dichiara più comunista, da non molto, ma altrettanto certamente fa parte a pieno titolo della storia dei comunisti italiani.

E’ proprio per questo che riaffermiamo l’importanza di riappropriarsi del metodo scientifico contro una visione eclettica e deterministica, ritrovando il valore dei processi dialettici e dunque della continua verifica delle tesi proposte.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.