Savneet Talwar, professoressa ordinaria di arteterapia alla School of the Art Institute of Chicago (SAIC), è stata sospesa dall’insegnamento e persino posta sotto indagine per aver assegnato un compito in cui veniva semplicemente citata la violenza contro i palestinesi, senza nemmeno dichiarare il colpevole, ovvero Israele.
Questo ennesimo atto repressivo, che lede inoltre la libertà di insegnamento, è partito dalla denuncia di una studentessa. Lo scorso aprile, Talwar ha assegnato ai suoi alunni un caso di studio sulle dimensioni culturali della terapia. Il compito sarebbe stato quello di definire un piano di trattamento etico per un’ipotetica donna queer musulmana, residente negli Stati Uniti.
La consegna recitava semplicemente: “pur non essendo particolarmente attiva politicamente nel suo paese d’origine, le proteste a sostegno della Palestina la toccarono profondamente a livello personale. Si sentì profondamente colpita dalla violenza contro i civili palestinesi e criticò la risposta limitata del governo del suo paese“.
Nessun atto di accusa, nessuna posizione politica, solo una traccia che rappresenta quello che hanno vissuto milioni di persone (anche in Italia) e che riguarda i terribili soprusi documentati da chiunque non sia a libro paga dei sionisti. Di cui, anche in questo caso, si è vista benissimo la vera sensibilità intorno alle questioni di genere, usate come strumento di pinwashing genocidiario.
Il livello a cui si è arrivati nei “reati di parola” contro Israele è sempre più preoccupante, ed è anche segno della crisi sempre più profonda dei complici occidentali nel gestire la cesura storica che la questione palestinese rappresenta, soprattutto tra le giovani generazioni.
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