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«Quei giorni rubati alla mia vita»

Il 28 aprile, giorno in cui il manifesto festeggia il suo compleanno, è in realtà anche la giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro. Un’azienda sarda ha invitato nei propri capannoni e proposto ai propri dipendenti una rappresentazione teatrale, «Giorni rubati», protagonista e autore in prima persona Giammarco Mereu, produzione della compagnia Rosso Levante con la regia di Jurj Piroddi e Silvia Cattoi. Una storia vera, perché Mereu, dipendente da una ditta esterna, è stato vittima davvero di un atroce incidente sul lavoro, cinque anni fa, che lo ha reso paraplegico.
«Alla fine dello spettacolo, quando ho visto tutta quella platea di miei antichi compagni di lavoro, giubbetto arancione e casco antinfortuni in testa, alzarsi in piedi per applaudire me, ho provato una emozione fortissima». Non lo nasconde, Giammarco Mereu, l’impatto che anche lui ha vissuto giovedì, quando è tornato nello stabilimento specializzato nella costruzione di piattaforme marine per il petrolio. Lì era cominciato il suo dramma, una sera che stava terminando di lavorare le nuove strutture del porto di Arbatax. Un cancello del peso di sei quintali gli ha letteralmente spezzato la schiena, e costretto a muoversi su una sedia a rotelle. Perito tecnico, ha fatto diversi mestieri nella vita: in quel momento della sua vita faceva il gruista, e aveva 37 anni, moglie e due figli piccoli.
Portare lo spettacolo in fabbrica, è stato letteralmente tornare sul «luogo del delitto»?
Senza dubbio è stata un’esperienza bellissima e molto forte, ma che mi ha messo anche in difficoltà: è stato duro portare a termine lo spettacolo, senza interrompermi, guardando le facce di chi ti conosceva pure prima, e che quella storia conosce già. Riviverla assieme a loro è stato particolarmente toccante, e in certi momenti la commozione mi ha davvero attanagliato, soprattutto nel racconto dell’incidente.
Anche se si può pensare che lo spettacolo sia nato anche per «superare» quel trauma.
È nato semplicemente, perché io e Juri il regista ci conosciamo da più di vent’anni. Io gli ho mandato per mail delle poesie che ho scritto, e lui mi ha proposto di fare qualcosa insieme, che ripercorresse quello che mi era accaduto. Abbiamo cominciato a lavorare assieme a un musicista, e quel lavoro piano piano è cresciuto, grazie alla loro abilità nel mettere in scena quello che io volevo raccontare.
Ripercorrere ogni volta su un palcoscenico quello che è successo, è un percorso di guerra, o assume una funzione liberatoria?
Non è liberatorio, vuol dire ripercorrere delle tappe che fanno molto soffrire e riflettere, ma anche rendersi conto che nonostante tutto quello che è successo, bisogna capire e andare avanti, e tirar fuori tutto quello che si ha dentro, con tutta l’energia possibile.
Anche se all’inizio dello spettacolo, dopo il monologo del medico disincantato, va via il paravento e tu ti metti a nudo, anche letteralmente.
È un modo per mettersi a nudo materialmente e non solo, perché vogliamo far vedere agli altri tutti quegli aspetti che spesso non si colgono al momento di un incidente. Quando si vede una persona in carrozzina, si pensa che non cammini e tutto si conclude lì, invece i problemi sono molti di più: un corpo diviso a metà, con un canale di comunicazione staccato, implica che tutti gli organi legati a quella lesione non rispondano più, che è il vero problema. Abbiamo volutamente mostrato la scena del vestirsi perché è importante anche se sembra scontato: quando non si ha una perfetta «normalità» tutto diventa molto più difficile.
Nel giorno che vuole ammonire sulla sicurezza nel lavoro (solo pochi giorni fa in Sardegna due operai sono morti in un petrolchimico mentre pulivano una cisterna, uccisi dalle esalazioni), l’azienda ti ha chiamato a raccontare la tua storia agli altri lavoratori. Cosa vuol dire per te?
Che un canale si è aperto. Io ci ho lavorato tre anni, dipendente di una ditta esterna, partito come aiutante e finito come gruista, e conosco gli altri lavoratori quasi uno per uno. L’azienda lavora con molti partner stranieri, e in ambito internazionale c’è un problema di costi assicurativi, basati sulla clausola «incidenti zero». È lo stesso criterio che vige per le assicurazioni auto, e questo rende le aziende più attente molto pignole, con campagne che vanno dagli slogan e dai cartelli fino alla proiezione di filmati. Poi, nella media, davanti al problema delle scadenze di certe consegne, vediamo che la sicurezza va a scemare. Lì si insinua il virus della produttività a tutti i costi, a scapito degli operai che non lavorano in perfetta sicurezza. E un grosso problema siamo noi operai stessi, perché spesso siamo riluttanti a usare e indossare tutti gli strumenti di sicurezza che ci vengono proposti, ci danno fastidio, ci pesano non ci vanno bene… Ma bisogna picchiare duro su quest’aspetto: la generazione dei cinquanta, sessantenni che ancora lavorano è dura da scalfire sull’argomento; con quelli più giovani è più facile, perché sono pronti a capire che bisogna investire sulla sicurezza per forza. Ad essere un po’ cinici, si può dire che anche «dopo» si ha un risparmio economico.
Eppure gli imprenditori che oggi si prendono a modello, non sembrano disposti a largheggiare nella concessione e salvaguardia dei diritti tra i quali la sicurezza dovrebbe essere ai primi posti…
La flessibilità rende l’operaio più ricattabile ovviamente, visto il dilagare della disoccupazione. Quando lavoravo presso piccole ditte private, spesso non c’erano i fondi per le cinture o per le scarpe di sicurezza. E l’operaio finisce con l’uniformarsi, sentendosi dire che è già un privilegio lavorare. Tante volte ho dovuto lottare contro il «fatalismo» dei miei compagni che finivano per accettare ritardi nel pagamento degli stipendi anche di sei o sette mesi. Inutilmente li martellavo con lo spauracchio del tessuto sociale che lasciavamo ai nostri figli. Per loro sarà sempre più difficile ribellarsi.
Tu cosa dici a tuo figlio più grande?
Considero mio figlio un eroe, se posso usare questa parola. Aveva sette anni al momento dell’incidente, mi ha conosciuto in piedi, abbiamo giocato insieme, ero un padre sportivo come tanti altri. E lui ha dovuto subire questo passaggio da un padre molto presente a un padre che non c’era quasi più. Stiamo cercando di inventarci un nuovo rapporto. All’ospedale mi disse una frase bellissima: «Papà, quando torni a casa torni con la sedia a rotelle?». Io avevo le lacrime agli occhi e non ce la facevo a rispondere. Mi ha abbracciato e mi ha detto: «Non è importante, torna a casa in fretta». Penso che non dimenticherò mai una lezione del genere. Io spero di essere all’altezza e di lasciargli un messaggio che lui possa percepire e trasmettere agli altri. Bisogna salvaguardarsi, indignarsi e rifiutarsi di lavorare fuori delle condizioni di sicurezza.

Oggi è primo maggio. Per te cosa vuol dire questa data?

Ha perso molto significato, come la «festa della donna». Mi sarebbe piaciuto dire due poesie mie sul palco di san Giovanni, ma anche quello mi sembra diventato un affare discografico, e del lavoro cantano quelli che ne stanno fuori, non c’è nessuno che ne parli dal di dentro.

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Tutte le corde di una tragedia E il dolore diventa uno swing

 

G. Cap.
Un gruppo di artisti, la compagnia Rossolevante di Arbatax sulla costa orientale della Sardegna, che si mette a disposizione di una storia straordinaria per farne insieme uno spettacolo. Uno spettacolo politico certo, un tempo si sarebbe detto quasi «agit prop», e che invece ha una potenza poetica impressionante, anche se la storia che narra è quella di un dramma. L’autore, e protagonista nella vita e sulla scena, è Giammarco Mereu, rimasto vittima cinque anni fa di un orrendo incidente sul lavoro che gli ha distrutto due vertebre, D10 D11, che suonano ora come sottotitolo dello spettacolo, titolo principale Giorni rubati. In meno di un’ora, scorre sulla scena non solo il racconto della tragedia, ma anche tutto il flusso di sentimenti, reazioni, strumenti e ammonizioni che da quella esperienza nascono. E che possono avere un senso civile ed esistenziale per tutti gli spettatori, non solo per quelli che abitualmente devono fare i conti con la sicurezza sul proprio posto di lavoro.
Firmano la regia Juri Piroddi e Silvia Cattoi, lunga esperienza alle spalle e anche attori sulla scena, che movimentano assieme agli strumenti che dal vivo suona Giancarlo Brioni. Tutti al servizio di quella storia, ma anche decisivi per farne spettacolo e commozione, senza che l’amarezza del racconto blocchi le reazioni in una corazza di dolore. Così che lo stesso Mereu inizia il suo racconto recitando, con accenti napoletani, le diagnosi, il buon senso consolatorio e quel po’ di cinismo dei medici che per primi lo ebbero in cura. E creando un vero colpo di teatro quando, togliendo un semplice paravento, la condizione attuale di Mereu si spoglia di ogni ipocrisia. E dimostra virtuosismi da brivido su quelle due ruote.
Ma non c’è facile spirito consolatorio in quel racconto. Certo risultano evidenti i prezzi e i limiti che la vittima deve pagare (anche con suggestioni crudeli tra chi sul lavoro perde la vita e chi ne resta menomato drammaticamente per sempre), ma fuori di ogni retorica e ipocrisia il tema viene affrontato in positivo, tra le parole e i versi dello stesso Mereu, e l’accompagnamento suadente delle musiche di Brioni su fisarmonica, chitarra e armonica. Ci sono momenti sconvolgenti, ed altri dolcissimi, come quella piuma che volando dà peso specifico solidissimo a emozioni e dolori che il caso insinua nella vita quotidiana. E che alla fine, in uno swing cantato a quattro voci, apre uno squarcio di struggente speranza per il futuro.
Lo spettacolo arriva a Roma a partire da lunedì 9 maggio (al Palladium, e poi a Torbellamonaca, Teatro della Dodicesima e Centro culturale Affabulazione di Ostia) per una virtuosa collaborazione della Provincia con Inail, Anmil, Università Romatre e le tre confederazioni sindacali per una volta unite.

 

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Ex gruista, al lavoro per una ditta esterna schiacciato nel 2006 da un cancello di ferro

 

Giammarco Mereu ha 42 anni. Il 14 novembre del 2006 ha subito un incidente grave sul lavoro: la sera al termine dello straordinario presso una ditta appaltatrice di una grande società con sede a Arbatax nell’Ogliastra, è rimasto schiacciato da un cancello di ferro del peso di 600 chili. Dopo notevoli difficoltà nei soccorsi (la località non era ancora urbanizzata) è stato ospedalizzato a Cagliari e ha subito diversi interventi chirurgici. Due vertebre distrutte (D10, D11, danno il sottotitolo allo spettacolo), e una sedia a rotelle con cui muoversi. Quello che era un uomo aitante e sportivo, tifoso della Roma e che aveva avuto la forza di cambiare diversi mestieri, non avrebbe più fatto il gruista. Con moglie e due figli, ha reagito e si è impegnato, fuori da ogni «protagonismo», a diffondere la necessità della sicurezza sul lavoro. Ha scritto e si è fatto sentire, ha composto poesie (raccolte in Riflessioni di un combattente) e ha accolto felice l’idea della compagnia sarda Rossolevante di «raccontare» in uno spettacolo la propria esperienza: così è nato «Giorni rubati». Ora va in scena dove lo invitano (a Roma la settimana prossima) e da uomo libero grida il proprio pensiero e la propria poesia, entrambi senza subire ricatti. Lo spettacolo «Giorni rubati» andrà in scena a Roma e dintorni dal 9 al 14 maggio al Teatro Palladium, poi al Teatro di Tor bella Monaca, al Teatro della Dodicesima (Spinaceto), al Centro Culturale Affabulazione di Ostia.
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Il grande processo nel film «Polvere»

 

Mauro Ravarino
Per certi versi Casale Monferrato è il futuro. Almeno quello auspicato, con un po’ di giustizia e l’amianto al bando. Lo è per paesi come India, Cina, Russia e Brasile, dove la produzione della fibra killer ha ripreso a crescere. E anche per il Canada, dove le lobby economiche dell’amianto sono più forti che mai. È un passato che non si cancella e torna a galla, la gente di Casale lo patisce ancora sulla propria pelle. «L’amianto è solo morte, sofferenza e dolore». Ci sono state quasi 2 mila vittime in questa cittadina di 35 mila abitanti e ogni anno 50 persone si ammalano di mesotelioma. Come Luisa Minazzi, dirigente scolastico, che ha lottato fino all’ultimo e ha voluto rendere pubblica la sua malattia perché potesse servire a qualcuno, alla ricerca. Ma il tumore non le ha lasciato scampo. La sua è la storia centrale, non l’unica, del film documentario Polvere, il grande processo dell’amianto di Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller, presentato giovedì scorso al Teatro comunale di Casale Monferrato nella giornata mondiale in memoria delle vittime dell’amianto; l’anteprima nazionale sarà il 2 giugno al festival Cinemambiente di Torino. Cinque anni di lavoro e una coproduzione internazionale (la tv franco-tedesca Arte, i network pubblici di Belgio, Rfbf, e Svizzera, Rsi, e i finanziamenti dal progetto Media e da Piemonte Doc Film Fund).
«Quella dell’Eternit è una storia dove l’industria ha fatto sfaceli, con premeditazione, senza pagare le terribili conseguenze. Nel 2006 il processo contro i vertici della multinazionale sembrava un’utopia, ora non lo è più» dicono gli autori, che dei personaggi coinvolti in questa storia sono stati conquistati. Tra gli altri, i sindacalisti Nicola Pondrano e Bruno Pesce e la presidente dell’associazione Familiari vittime dell’amianto Romana Blasotti, che ha perso cinque cari. Difficile mettere in scena un processo. «Ma se non ci fosse stato, sarebbe stato impossibile trovare i finanziamenti. Ed è stata l’occasione per raccontare una storia che si sviluppa ben oltre i confini giudiziari». Da Casale il film si sposta in una baraccopoli di Mumbay, dove l’amianto si lavora a mani nude, e nella più grande miniera d’America, a Minaçu in Brasile. «L’intenzione – conclude Bruna – è stata quella di fare un film che non fosse schierato ma problematico, per raggiungere un pubblico più ampio possibile, non solo italiano. Il documentario fotografa una storia, quella di Casale, che può essere patrimonio per le future lotte». Romana che va al cimitero, Nicola che depone al processo, gli operai dell’India, Luisa nel coro e al lavoro a scuola fino all’ultimo e, infine, il corteo di fiaccole che attraversa Casale sono sequenze e immagini forti che non danno tregua emotiva. Fanno parte di unico racconto che mescola ragione e sentimento e parla di una lotta e di un coraggio senza eguali.
* da “il manifesto” del 1 maggio 2011

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