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Il mio vicino di casa ha 89 anni. Ogni giorno, intorno alle 12, lo si vede tornare verso casa con due buste. In una il latte. Nell’altra il pane e il giornale.

Una volta il commesso si permise di chiedere perché non metta tutto in una sola busta, – “giovanotto” – rispose il mio vicino – “sa quante goccioline è capace di tirar fuori il cartone del latte nel tempo in cui torno a casa? Abbastanza da bagnare tutto il giornale! Su’ giovanotto, mi dia la seconda busta solo per il latte”.

Alle 12 di questo giorno d’Aprile il mio vicino di casa è sul balcone. Non ha nessuna busta con sé, ma questo fitto velo tra lui e la realtà non gli impedisce di vestirsi bene. Prende il sole sulla sedia di plastica con una camicia bianca e la cravatta bordeaux.

Quante goccioline cadono dal cartone del latte in dieci minuti? Se le raccogliessi in una ciotola, e riuscissi a dividerle per contarle, potrei dire d’aver toccato un istante?

C’è stato un tempo in cui credevamo di avere il tempo dalla nostra. Poi arriva il giorno – ce n’è uno nella vita di tutti – in cui il tempo che abbiamo davanti è inferiore a quello che abbiamo dietro. Forse è stato quello il giorno in cui il mio vicino acquistò una cravatta bordeaux.

Là fuori il tempo scorre e noi lo inseguiamo. A una velocità che fa del passato una landa sconosciuta più del futuro. Mi verso un bicchiere di vino senza far cadere nemmeno un secondo, per la prima volta scopro che mi piace il verde delle bottiglie e mi chiedo il perché dell’incavo sul fondo.

Mi chiedo se il sapore del vino è quello del primo sorso, quand’ero assetato, o questo fondo che bevo ormai ubriaco. Rivedo mio padre potare la vigna e vedo mio padre pensare a mio nonno che pota la vigna. Più indugiamo, più mondo scoperchiamo. Eppure, non si può vivere un tempo immobile. Non si può costruire vita nei nascondigli, solo proteggerla.

Sostituiamo le parole orale e scritto con dentro e fuori, in un brano da Opere, con l’Autografia d’un ritratto di Carmelo Bene, otterremo questo: “Fin dal nostro fiorire-sfiorire alla cecità della luce, il fuori ha la precedenza sul dentro: l’interno inteso come morte esterna. Il dentro è il funerale del fuori, è la rimozione continua dell’interno.”

E che dire della canzone di Giorgio Gaber, C’è solo la strada: “Nelle case non c’è niente di buono/ appena una porta si chiude/dietro un uomo/succede qualcosa di strano/non c’è niente da fare/è fatale quell’uomo/incomincia a ammuffire. […] C’è solo la strada su cui puoi contare/la strada è l’unica salvezza/c’è solo la voglia e il bisogno di uscire/di esporsi nella strada e nella piazza. /Perché il giudizio universale/non passa per le case/e gli angeli non danno appuntamenti/e anche nelle case più spaziose/non c’è spazio per verifiche e confronti.

Questo non è un invito a uscire, è un’ipotesi. L’ipotesi che questo non sia il tempo di cui abbiamo bisogno. E la formicolante urgenza di bonificarlo che si respira, sia foriera di un domani – e uno ieri – in cui ignoreremo tale bisogno. Siamo corpi che precipitano all’infinito, in un desiderio di futuro che sfugge a sé stesso in ogni presente.

O, per meglio dire, ciò che desideriamo non è nel futuro ma in un presente che ci è oscuro. E nella noia di quest’assenza nutriamo ambizioni fittizie.

Siamo quell’uomo di Carlo Michelstaedter, “quello che sogna di levarsi e quando s’accorge d’essere ancora a giacere, non però si leva ma si rimette a sognar di levarsi – così, né lavandosi né cessando di sognare, continua a soffrir dell’immagine viva che gli turba la pace del sonno e dell’immobilità che gli rende vana l’azione che sogna.

Quello che era la velocità là fuori è lo spagnolo da imparare qua dentro, i libri da disporre per anno, la chitarra da riprendere in mano: bende per gli occhi che siamo noi a reclamare e che ci preservano quando rischiamo di avvicinarci troppo a noi stessi. Questo non è il tempo di cui abbiamo bisogno per incompletezza di informazioni. Su di noi, si intende. Perciò il mio vicino un giorno andò a comprare una cravatta bordeaux: per scoprire qual era il sapore del vino.

Ci sarà un tempo in cui il tempo finisce e i nostri cari si troveranno in un’intercapedine tra passato e presente, a raccogliere le cose che ci siamo lasciati dietro: vestiti in beneficienza, libri ben catalogati ma abbandonati dove erano, una chitarra scordata, una bottiglia di vino abbandonata a metà, la foto in cui sorridi e abbracci tuo figlio. Il nostro tempo diventerà peso: 18 chili e mezzo.

La moglie del mio vicino di casa dalla finestra lo tiene d’occhio – “Perché ti metti quella cravatta se non puoi uscire?” – “Perché il tempo passa, anche se restiamo qui dentro. Bisogna pur farglielo sapere che lo notiamo”.

Giorgio Gaber, C’è solo la strada (Anche per oggi non si vola, 1974)

Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica (Adelphi, 1982)

Carmelo Bene, Opere, con l’Autografia d’un ritratto (Bompiani, 2018)

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