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Tutto questo prima di conoscere i compagni fuori della porta. Una sera uscivo dalla Fiat e vedo uno studente che mi fa: Vuoi venire a una riunione li al bar? lo decido che mi va e gli dico va bene che ci vado. Che cazzo non c’ho niente da fare mi vado a vedere questi stronzi che vogliono che dicono.

Li vedevo tutti i giorni questi studenti e li giudicavo stronzi. Non sapevo neanche quello che dicevano non leggevo nessuno dei loro volantini. C’erano allora gli scioperi quelli fatti dal sindacato. Erano quelli che volevano la seconda categoria i gruisti e i carrellisti.

C’erano questi scioperi dentro c’erano alcune linee quelle della 124 che stavano ferme. Gli operai giocavano a carte a soldi a scommesse. Leggevano o stavano li fermi perché non arrivavano i pezzi. Stavano ferme due o tre linee.

Quando uscivo vedevo gli studenti che davano i volantini e che parlavano di questo sciopero. Ma a me la cosa non mi interessava. Allora vado a quella riunione li al bar di fianco a Mirafiori.

Conosco Mario e degli studenti e gli dico in che officina stavo quello che facevo. Conosco anche altri operai e Raffaele uno della 124 che vedevo che veniva tutte le sere alle riunioni. Lui diceva che conosceva un’ottantina di compagni che erano disposti a fermarsi quando diceva lui.

Cazzo, mi dicevo io, a me mi conoscono tutti quanti ma nessuno è disposto a fermarsi quando dico io. Allora gli dico se tu conosci questi ottanta compagni possiamo fermarci quando vogliamo. Possiamo fermarci anche domani. Non lavoriamo piú cominciamo a lottare da domani.

E Mario e gli altri studenti stavano con le orecchie tese a sentire quello che dicevamo io e questo Raffaele. Poi si decide di fare un volantino per domani in cui diciamo di fare la lotta di fermarci. Non lo so su che cosa doveva essere quel volantino. Sulla seconda categoria pure forse non lo so. O mi sembra che volevamo i soldi della mensa.

Alla Fiat non c’è la mensa e volevamo i soldi della mensa che c’avevano promesso. Doveva essere una cosa del genere. Come in tante fabbriche alla Fiat per mangiare ci portavamo il baracchino. E io dicevo che la mezz’ora del mangiare ce la dovevano pagare perché anche quella mezz’ora lavoravamo.

Perché mentre stai lavorando suona la sirena uuuhhh e allora tu ti metti a correre fai le scale arrivi nel tuo corridoio arrivi nel tuo spogliatoio arrivi al tuo armadietto prendi la forchetta il cucchiaio il pane corri vai dove sta il tuo baracchino che ce ne stanno duemila prendi il tuo baracchino arrivi al tavolo parli tatatatatatatatatata mangi giú uuuhhh salti su scappi corridoio spogliatoio armadietto posi un’altra volta la roba corri giú mezz’ora eccoti un’altra volta nell’officina.

Tutto di corsa mentre vai e mentre torni in officina se no non ce la fai.

Questo è lavoro mica è intervallo. E’ produttivo sto fatto. Comunque sento Raffaele che lui dice che poteva bloccare ottanta compagni. E gli dico che ci diamo l’appuntamento domani lui con i suoi e io con i miei. Che io non avevo nessun seguito comunque pensavo vediamo se mi seguono io ci provo.

Ci vediamo con i miei e con i tuoi dico a Raffaele. Ci vediamo al terminale delle linee e li facciamo un’assemblea un corteo. E minacciamo di morte e di impiccagione tutti i ruffiani i crumiri i fuorilinea. Li minacciamo e così facciamo i cortei e ci mettiamo a gridare e a cantare. Vediamo un po’ che cazzo combiniamo poi ce ne usciamo fuori dall’officina. Insomma lottiamo domani non si lavora. Va bene va bene.

Allora facciamo questo volantino domani all’una li distribuiamo davanti ai cancelli. Poi quando siamo dentro parliamo con i compagni negli spogliatoi durante il percorso per andare negli spogliatoi. Il giorno dopo cominciamo a distribuire il volantino davanti alla porta insieme agli studenti. Mario aveva fatto un cartello non so cosa c’era scritto sopra “Potere operaio”.

La classe operaia è forte questa roba qua. Allora io mi metto a fare l’agitazione fuori della porta: Compagni noi oggi ci dobbiamo fermare. Perché ci siamo rotti il cazzo a lavorare. Avete visto il lavoro com’è duro. Avete visto com’è pesante. Avete visto come fa male. Vi avevano fatto credere che la Fiat era la terra promessa che era la California che ci eravamo salvati. Io ho fatto tutti i lavori il muratore il lavapiatti lo scaricatore.

Tutti li ho fatti ma il più schifoso è proprio la Fiat. Io quando sono venuto alla Fiat credevo che mi sarei salvato. Questo mito della Fiat del lavoro Fiat. Invece è una schifezza come tutti quanti i lavori anzi peggio. Qua ogni giorno ci aumentano i ritmi. Molto lavoro e pochi soldi. Qua pian piano si muore senza accorgersene. Questo significa che è proprio il lavoro che è schifoso tutti i lavori sono schifosi.

Non c’è lavoro che va bene è proprio il lavoro che è schifoso. Qua oggi se vogliamo migliorare non dobbiamo migliorare lavorando di piú. Ma lottando e non lavorando più solo così possiamo migliorare. Ce repusammo nu poco oggi ce ne iammo a fa’ ‘na iurnata ‘e festa.

Parlavo in dialetto perché erano tutti napoletani meridionali. Che cosí capivano tutti perché lí la lingua ufficiale era il napoletano.

Poi entriamo dentro e mentre entriamo dentro mi viene in mente una cosa. Mi faccio dare il cartello da Mario non so neanche che cazzo c’era scritto sopra di preciso. Mi viene uno sprazzo di fantasia adesso entro nella Fiat col cartello. Entro col cartello in una mano e il tesserino nell’altra. Perché per entrare bisogna mostrare il tesserino se sei dipendente o no. Se no chissà ci può andare dentro un bandito uno che vuole mettere una bomba.

Il primo guardione mi guarda sorpreso a bocca aperta. E’ la prima volta in vita sua che vede un cartello dentro la Fiat passare i cancelli legalmente col tesserino Fiat in mano. Il capo dei guardioni mi viene incontro e dice: Lei si fermi. Dici a me? Sí cosa fa con questo cartello? Con questo qua? faccio io. Lo tengo esposto. Ma non sa che non si può entrare coi cartelli? E dove sta scritto? Nei regolamenti non c’è questo fatto che non si può entrare coi cartelli perciò io entro. No non si può entrare.

Ma allora questo è un arbitrio che non si può entrare lo stai decidendo tu adesso qua io invece entro. Questo cartello mi piace e me lo porto appresso. No non si deve entrare con cose che non c’entrano col lavoro. E allora perché quello lí entra col Corriere dello Sport che cazzo c’entra il Corriere dello Sport col lavoro e cogli operai. Questo cartello qua almeno interessa agli operai quel giornale li non interessa a nessuno.

Non me ne frega lei venga con me. E io dico: Se lo poso il cartello posso entrare? Sí posi il cartello. Guarda che io lo poso qua fuori dal cancello. Cosí va bene? Entro dentro. Mi chiama ancora il capo dei guardioni: Lei venga con me. Ma dove? Io devo andare a lavorare. Venga con me. Allora io lo prendo per la cravatta e gli dico: Ma vieni tu invece con me.

Lo trascino un po’ poi gli tiro un calcio nei coglioni un calcio nella pancia e lo butto a terra. Dico: Non cacatemi il cazzo oggi si fa la lotta oggi andate a fa ‘n culo tutti quanti. Tutti gli operai che entravano un boato uhhhhh come quelle tribú arabe. Tutti quanti che mi applaudivano. Poi dicono: Scappa dentro dai se no ti individuano. Scappai dentro e andai nello spogliatoio: Compagni oggi si fa la lotta adesso andiamo tutti a fare un grande casino. Tutti quanti si sbiancarono in faccia. La cosa era troppo provocatoria per loro.

Non avevano mai fatto delle lotte. Lì il sindacato non si faceva vedere mai. Pensavano: Questo qua dove sbuca fuori questo pazzo che dice che dobbiamo fare la lotta. Comunque io li aspettavo ancora sotto le scale: Oggi si deve fare la lotta. Ma come facciamo? Ce ne scendiamo giù e al posto di andare nelle linee facciamo tutti un gruppo in fondo ai terminali.

Ma questi qua non ci andavano. Erano frustrati erano bloccati non capivano e andavano tutti alle linee. Perché c’avevano la nevrosi. Cos’è la nevrosi.

Ogni operaio Fiat ha un numero di cancello un numero di corridoio un numero di spogliatoio un numero di armadietto un numero di officina un numero di linea un numero di operazioni da fare un numero di pezzi di macchina da fare. Insomma è tutto numeri la sua giornata alla Fiat è tutta articolata organizzata da questa serie di numeri che si vedono e da altri che non si vedono. Da una serie di cose numerate e obbligate. Stare lí dentro significa che come tu passi il cancello devi fare cosí col tesserino numerato poi devi fare quella scala numerata girando a destra poi quel corridoio numerato. E cosí via.

Alla mensa per esempio. Automaticamente gli operai si scelgono i posti da sedere e i posti rimangono quelli poi per sempre. Mica si è organizzati lì alla mensa che tutti si devono sedere sempre allo stesso posto. Ma di fatto tu va a finire che ti siedi sempre allo stesso posto. Cioè è veramente un fatto scientifico questo è un fatto strano. Io ho mangiato sempre alla stessa sedia allo stesso tavolo con le stesse persone senza che nessuno ci avesse mai messi insieme noi.

Allora questo significa secondo me la nevrosi non so se si può dire nevrosi per questa cosa qua se la parola è esatta. Ma per stare lí dentro devi fare questo perché se no neanche ci stai lí dentro se non fai questo. Questi qua con cui avevo parlato di fare la lotta non sapevano che cazzo fare. La proposta che gli facevo io non la capivano immediatamente. Intuivano che doveva essere giusto quello che io gli proponevo ma non sapevano come realizzarlo. Non capivano che l’importante era solo di fare casino tutti insieme. Io mi incazzai. Non perché venivo licenziato per quello che avevo fatto perché infatti già mi volevo licenziare da solo cercavo solo la scusa.

Erano tre mesi che stavo alla Fiat e non ne potevo più. Non mi potevo più sopportare come operaio come lavoratore. Era maggio c’era già caldo e volevo tornare giù a casa a farmi i bagni. Non m’incazzai perché venivo licenziato. Quello era sicuro ma non me ne fregava niente. Ero facilmente individuabile così com’ero.

Avevo i baffi avevo le scarpe bianche e la camicia blu il pantalone blu ero facilmente individuabile. E stavo così com’ero entrato nell’officina senza travestirmi. Cioè senza prendere dallo spogliatoio le scarpe vecchie il pantalone vecchio la maglia vecchia senza cambiarmi come si faceva sempre.

Ero entrato così come stavo fuori sulla strada con le scarpe bianche pulite tutto acchittato. Ero entrato così dentro l’officina proprio deciso a non lavorare. Ero incazzato invece perché non ero riuscito a convincere gli altri. Mi vado a prendere una coca all’automatico e me la bevo e arrivo in ritardo alla linea di montaggio. Perché ci si deve arrivare sempre prima alla linea mai dopo. E trovai già li il capo l’altro capo tutti quanti lí che mi guardavano. E c’era il fuorilinea al mio posto.

Arrivai lí e il capo dice: Guardi che lei sta rompendo le scatole. Qua si arriva in orario adesso le do mezz’ora di multa. Gli dico: Fai che cazzo vuoi tu m’hai rotto le scatole tu e la Fiat. Va’ fa ‘n culo se no ti tiro qualcosa in testa. Fatevele da voi queste zozze macchine di merda a me che mi frega.

E tutti gli operai che stavano lì intorno mi guardavano e io gli dicevo: Ma siete degli stronzi voi siete degli schiavi. Qua bisogna picchiarli a sti guardioni qua a sti fascisti. Che cazzo sono sti insetti sputiamogli in faccia e facciamo quello che vogliamo qua mi sembra il servizio militare. Fuori dobbiamo pagare se entriamo in un bar dobbiamo pagare nel tram dobbiamo pagare la pensione tutto dobbiamo pagare.

E qua dentro ci vogliono comandare. Per quattro soldi che non ci servono a un cazzo per un lavoro che ci fa crepare e basta. Ma siamo impazziti. Questa è una vita di merda sono più liberi quelli che stanno in galera di noi. Qua incatenati a queste macchine schifose che non ci possiamo mai muovere coi secondini tutti intorno. Ci manca solo che ci frustino anche.

Comunque cominciai a lavorare di malavoglia perché volevo lottare. Volevo fare qualcosa stare lì non mi andava. Mentre ero così sento da lontano le urla. Le officine delle Carrozzerie sono dei capannoni grandissimi che non si vede in fondo. Dove c’è un rumore grandissimo e non si sente la voce umana. Per parlarsi tra loro gli operai devono urlare sempre. Sentivo dei casini urla e mi dico: Questi sono i compagni che cominciano a fare il corteo. Che non si capiva dov’era che non si vedeva.

Io abbandono il posto di lavoro attraverso tutte le linee le taglio in mezzo lì dove stanno tutte le altre macchine e vado dai compagni.

Arrivo e anch’io mi metto a urlare insieme. Ma le cose più strane urlavamo che non c’entravano un cazzo. Le urlavamo per fare un momento di rottura urlavamo Mao Tzetung Ho Ci Min Potere operaio. E altre cose che non erano legate a niente lì ma che ci piaceva di dirle. Cose come Viva Gigi Riva Viva il Cagliari Viva la fica urlavamo.

Volevamo urlare delle cose che non c’entravano niente con la Fiat con tutto quello che dovevamo fare lí dentro. Per questo tutti quanti gente che non sapeva per niente chi era Mao e Ho Ci Min gridavano Mao e Ho Ci Min. Perché non c’entrava un cazzo con la Fiat e gli andava bene.

E cominciamo fare un corteo eravamo un’ottantina di operai. Man mano che il corteo passava tra le linee si ingrandiva di dietro. A un certo punto arriviamo in un posto dove c’erano dei cartoni li strappiamo e col gesso ci scriviamo: Compagni uscite dalle linee il vostro posto è con noi. Su un altro scriviamo: Potere operaio. Su un altro ancora: Ai lecchini il lavoro agli operai le lotte. E andiamo avanti con questi tre cartelli.

Il corteo cominciò a ingrandirsi e arrivarono i sindacalisti. I sindacalisti era la prima volta che io li vedevo in vita mia dentro la Fiat. Cominciano i sindacalisti: Compagni non bisogna lottare adesso. Le lotte le faremo in autunno insieme al resto della classe operaia insieme a tutti gli altri metalmeccanici. Adesso significa indebolire la lotta se ci scontriamo adesso come faremo poi a ottobre.

Noi gli diciamo: Le lotte bisogna farle adesso perché è ancora primavera e c’è ancora l’estate davanti.

A ottobre ci serviranno i cappotti le scarpe ci servirà pagare il riscaldamento nelle case i libri dei figli per la scuola. Per cui l’operaio non può lottare d’inverno deve lottare d’estate. Perché d’estate può dormire pure all’aria aperta d’inverno no. E poi lo sapete che è in primavera che la Fiat ha più richiesta di produzione se fermiamo adesso freghiamo la Fiat che a ottobre non gliene importa più niente.

I sindacalisti cominciano a fare capannelli a dividerci a separare il corteo. Noi in una ventina facciamo un altro corteo in un altro posto e recuperiamo altri compagni. Dopo due ore riusciamo a bloccare tutte le linee. Proprio allora arriva il capo delle Carrozzerie il colonnello. Lì eravamo all’officina 54 ma si erano fermate tutte quante le linee perché eravamo andati anche nelle altre officine delle Carrozzerie e le avevamo fatte fermare tutte.

Arriva il colonnello e come arriva lui si apriva lo spazio fra gli operai tutti rientravano nelle linee precipitosamente. Eravamo rimasti lì solo in quindici con i cartelli in mano.

Allora io decido che questo è il momento di affrontarlo perché se no ci sputtaniamo proprio. Lui avanza verso di noi e io avanzo verso di lui col cartello dritto verso la sua faccia. Glielo pianto a mezzo metro dal naso e lui lo legge. Non mi ricordo quale cartello era cosa c’era scritto non mi interessava. A me interessava solo che lui se ne andasse a fare in culo. Fargli capire che non c’era niente da fare con noi.

Lui vede che io non me ne andavo via che mi ero piazzato proprio lì davanti a lui e dice: Ma questi cosa sono? Cartelli per la verdura? Siamo al mercato? No dico io sono cartelli che vanno contro gli interessi dei padroni perciò li abbiamo fatti.

Poi lui si mette a fare capannello l’ingegnere delle Carrozzerie con gli altri operai. E c’era intorno all’ingegnere un cinquecento operai che dicevano sempre sì sempre si con la testa. Lui parlava e gli operai dicevano sì. Gli altri capannelli E facevano i sindacalisti sulle altre linee delle Carrozzerie e noi eravamo rimasti un gruppetto di quindici compagni isolati.

Allora dico: Compagni qua bisogna intervenire perché se no qua ci isolano ci fanno il culo. Dobbiamo intervenire dove sta parlando l’ingegnere perché lì è il pesce più grosso. Se riusciamo a mandare a fare in culo l’ingegnere davanti agli operai recuperiamo tutto. Se spacchiamo la gestione capitalistica di questo capannello siamo a posto qua abbiamo vinto la lotta oggi.

Ci avviciniamo l’ingegnere parlava e io dico: Posso intervenire anch’io in questa discussione? Lui fa: Prego parli pure cosa ha da dire? Ho da dire una sola cosa. Lei quanto prende di premio di produzione?

Questi sono fatti che non l’interessano fa l’ingegnere. No m’interessa sì invece. M’interessa perché noi di premio di produzione prendiamo massimo non lo so neanche quanto prendo io. Io non la guardo mai la busta paga cosa c’è scritto la paga base il cottimo l’indennità quelle cose lì. Prendo solo i soldi senza leggerla perché non m’interessa leggerla m’interessano i soldi. Ma certamente prenderemo al massimo il cinque il sei per cento il sette per cento. E lei invece che cosa prende? Non la interessa.

Rispetto alle piccole percentuali che prendiamo noi continuo io voi secondo la produzione annua di automobili che noi facciamo vi prendete dei premi di vari milioni di lire. E per questo che avete interesse a farci produrre sempre di più. Mentre per noi il lavoro e i soldi restano sempre gli stessi.

E’ vero o no? Le ripeto che queste sono cose che a lei non interessano. Come non m’interessano? Lei col mio lavoro si fa i milioni e poi dice che non mi deve interessare. Se li fa lei i soldi perché il premio di produzione aumenta con l’aumento della categoria. Cioè se sei un fuorilinea un capo un gran capo se sei Agnelli. Agnelli evidentemente il massimo premio di produzione è suo.

Mi voltai verso gli operai: Lo sapete voi quanti soldi si piglia questo qua come premio di produzione? Lo sapete perché non me lo vuole dire? Allora il colonnello interviene e dice: Ma lei lo sa che io ho studiato? Che sono ingegnere? No non lo so rispondo io. E dico: Ma lei lo sa che a noi non ce ne frega un cazzo che lei ha studiato? Che non gli riconosciamo nessun diritto più di noi?

Dice; Ma a lei gli hanno insegnato l’educazione i suoi genitori? No non me l’hanno insegnata perché a lei gliel’hanno insegnata? A me me l’hanno insegnata. E poi ha fatto il militare lei dice? No non l’ho fatto il militare io perché cosa c’entra la famiglia e il militare?

C’entra perché le famiglie devono insegnare l’educazione e a rispettare le persone più istruite. E se lei avesse fatto il militare avrebbe capito che dappertutto c’è un’organizzazione che va rispettata. Chi non rispetta questa organizzazione è un anarchico un delinquente un pazzo.

Può darsi che io sono un pazzo ma c’è il fatto che a me non mi piace lavorare. Ecco ecco strilla lui avete sentito avete sentito a tutti quelli che fanno sciopero non gli piace lavorare. E allora dico io perché tutti questi qua invece di mettersi nelle linee a lavorare preferiscono starsene qua a parlare con lei? Si vede che anche a tutti questi non gli piace lavorare. Basta una cosa qualsiasi basta che trovano una scusa anche di stare a sentire qualcuno che parla pur di non lavorare. All’operaio non piace il lavoro l’operaio è costretto a lavorare.

Io ci sto alla Fiat non perché mi piace la Fiat che non c’è un cazzo che mi piace della Fiat neanche le macchine che facciamo mi piacciono e non mi piacciono neanche i capi e neanche lei mi piace. Ci sto perché ho bisogno dei soldi della Fiat. Secondo me lei ci starà ancora per poco qua dentro fa il colonnello. Ho saputo che è stato picchiato un guardiano fuori. Se scopro chi è stato gliela faccio pagare cara.

Non deve andare molto lontano per scoprire chi è stato dico io gli indovinelli a me non mi sono mai piaciuti. Lo so che lei me la farà pagare cara ma non me ne frega niente.

Ho picchiato quello lì e picchierò ancora qualcun altro stasera. Quello sente odor di botte e subito scappa via da in mezzo a noi dagli operai. Perché noi quindici ci eravamo messi davanti a lui e dietro a lui ci stavano tutti gli altri operai. Scappa via ma prima mi domanda: Lei come si chiama? Gli dico il mio nome e cognome il nome del mio capo che sono dell’officina 54 della linea della 500 e che sto sempre a disposizione.

Gli dico tutto così per fare vedere che non lo temo. Vedrà che gliela farò pagare. Ma va’ fa ‘n culo vattene via brutto stronzo un’altra volta me la farai pagare. Se ne va e come se ne va gli operai tutti quanti ehhhhhhhh un urlo tutti a applaudire: Sei un dio gli hai fatto un culo così quello è uno stronzo veramente quello ci voleva prendere in giro tutti.

Va bene va bene dico io questa l’abbiamo fatta ma adesso dobbiamo fare il corteo. Dobbiamo fare un casino che non finisce più dobbiamo spaccare tutto qua dentro adesso. E picchiavamo a calci contro i cassoni del materiale per fare rumore un rumore cupo violento dududu dududu dududu e per due ore a fare questo casino.

Poi ogni tanto facevamo delle assemblee una volta a nord delle linee una volta a sud delle linee. Le tagliavamo a zig zag gridando tutti insieme: Più soldi meno lavoro. Oppure: Vogliamo tutto. Salivamo e scendevamo le linee e facevamo le assemblee. Così fino alla sera.

La sera vado per timbrare il cartellino. Il mio cartellino non c’era se l’erano preso loro. Vado dal capo. Capo dove sta il mio cartellino? Dice: Perché non c’è? Non faccia lo spiritoso dove l’ha messo? rispondo io. Io non so dov’è fa lui se non c’è significa che lei deve aspettare e poi vediamo un po’. Va bene, aspetto pure.

Intanto vanno via tutti gli operai se ne vanno via tutti quanti. Mi sembrava che ero rimasto solo io nella Mirafiori. Mentre sto così sbuca fuori un altro capo poi un altro ancora un altro ancora. Mi dico: Eh qua c’è odore di guardioni. Capo il mio cartellino dov’è? Lei deve venire in ufficio fa lui. Col cazzo che ci vengo in ufficio. Io domani entro in fabbrica un’altra volta col cartellino o senza cartellino. Ma nell’ufficio non ci vengo. Se il colonnello mi deve dire qualcosa me la viene a dire lui qua in officina. Io non ho niente da dire a lui è lui che vuole dire qualcosa a me. E scappo via veloce per non restare l’ultimo.

Uscivano allora degli operai dagli spogliatoi che si erano lavati e si erano vestiti. Raggiungo i miei compagni e dico: Compagni qua mi vogliono acchiappare per denunciarmi. Quelli mi acchiappano all’uscita mi mettono un ferrovecchio in tasca e poi chiamano la polizia e mi denunciano come ladro ecco come fanno.

Tutto organizzato. Mi acchiappavano mi mettevano un ferro in tasca un ferro qualsiasi un bullone una chiave. Telefonavano alla polizia: L’abbiamo sorpreso a rubare e stamattina ha picchiato pure un guardione. Mi davano pure tre anni. Questo era il loro trucco. Mi volevano prendere a tutti i costi.

Andavo avanti coi compagni. Stiamo attenti all’uscita. Perché all’uscita un guardione ti indica ti fanno entrare in una stanza e ti frugano nella borsa e addosso. Adesso se indicano me dico ai compagni io non ci vado dentro alla visita perché se ci vado dentro sono fottuto.

Andiamo avanti arriviamo al cancello e vedo il capo il mio capo in mezzo ai guardioni cinque guardioni. Fa il capo. E’ lui è quello lí. Avanza un guardione doveva essere il picchiatore della situazione e dice: Tu no anzi lei danno sempre del lei alla Fiat lei venga con me. Chi io? Perché devo venire? Venga con me. Non ci voglio venire. Venga con me. Non ci voglio venire cosa vuoi tu da me? Perché non è mai passato a rivista lei? Sì ma stasera non c’ho voglia e poi io non c’ho borsa vedi c’ho la maglia. La sollevo sul torso nudo.

C’ho il pantalone e basta non c’ho niente addosso hai visto? Ciao. Venga qua urla lui. Mi prende per il collo questo bestione di merda e mi tira. Allora io studio un attimo come cazzo fare. Faccio finta di andare con lui. Poi gli metto un piede davanti e gli do una spallata. Púnfete cade per terra come una merda di vacca. Gli tiro un calcio nelle palle.

Mi si buttano addosso altri due guardioni. Il primo mi teneva da sotto e questi due mi stavano sopra. Riesco a calci a gomitate a buttare gli altri due via da sopra di me. Adesso io stavo di traverso addosso a loro ma con la testa giù che me la teneva stretta il bestione. A questo punto un compagno tira il braccio che questo stronzo mi teneva intorno al collo come una morsa. Io gli strappo via il braccio salto su gli sputo in faccia al bestione. E scappo.

Poi prendono il compagno e l’hanno licenziato questo qua perché mi aveva aiutato. E sono uscito fuori. Sono uscito fuori e c’erano lì tanti operai e studenti davanti. C’erano davanti al cancello tutti i compagni che parlavano della lotta. C’erano lì i compagni che dicevano che avevo fatto bene a menare i guardioni. Che quel giorno era stata una grossa lotta una grossa soddisfazione. E abbiamo fatto la riunione poi e tutte queste cose qua.

Sono venuti in massa gli operai nel bar tanti che non ci si entrava. E lí ho conosciuto anche Emilio e Adriano tutti questi compagni qua. Eravamo tanti quella sera che si decise di fare poi le assemblee all’università. E quello fu l’inizio delle grandi lotte alla Fiat. Che era stato il 29 maggio quel giorno giovedì.”

“Vogliamo tutto” (1971) di Nanni Balestrini, Parte I – cap. 5, “La lotta”

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