Con lui la strada e il sottoproletariato si fecero teatro
Quando il 22 Marzo 1950 il sessantaduenne Raffaele Viviani morì nella sua Napoli, dove aveva vissuto l’intero arco della sua esistenza – era nato a Castellammare di Stabia il 10 Gennaio 1888 – già un’intera generazione non lo aveva mai visto recitare. La generazione precedente ricordava con ammirazione il grande attore ma, eccezion fatta per i critici più prestigiosi, nessuno aveva mai prestato molta attenzione al poeta e al commediografo.
Destino mai facile fu infatti quello di “don Raffaele”, che prese congedo dall’esistenza dopo una lunga malattia, abbandonato dal mondo teatrale e ridotto quasi in povertà. Mai troppo amato dagli intellettuali borghesi e à la page, dagli stessi critici e soprattutto dal potere politico, che non gli perdonavano – come ancor oggi non gli perdonano – quella sua straordinaria capacità di scavare e penetrare nelle più segrete emozioni della sua gente.
Di quel proletariato e sottoproletariato napoletano più marginale, facendone vibrare poi corpi e voci sul palcoscenico di un teatro in un profluvio di sensualità e di dolore, dense di umori, lancinanti. Quel suo essere nella poetica, nella lingua, nella scrittura scenica così meravigliosamente popolare. Così struggente e carnale.
Con Viviani parla infatti per la prima volta la strada, con tutta la sua potenza di denuncia. Con tutto il suo significato intrinseco di contestazione e la sua connotazione di classe.
Eduardo Scarpetta, assiduo frequentatore delle sue recite, così scriveva: «Quelle brevi rappresentazioni non si ascoltano, ma si vivono. E si vivono perché prima di voi, prima ancora degli spettatori, le ha vissute, le ha sentite l’autore. E le ha infine riprodotte con quella sincerità e con quella semplicità che costituiscono il tono degli artisti veramente sommi. Il riso addita e scopre sempre una piaga sociale! è un piccolo mondo in cui la comicità più schietta si fonde con l’osservazione arguta e profonda, e l’ambiente dei bassifondi napoletani palpita nel più lieve dettaglio scenico. Sono tocchi di colore, sono scorci di figure umane, sono brandelli di vita messi a nudo. Si ride anche qui, ma fra il riso spunta, ad un tratto, cocente una lacrima; e il dramma infine prorompe con un crescendo e una chiusa efficacissima».
Un disegno folgorante. Poche parole che descrivono in modo illuminante il teatro di Viviani.
Viviani nacque, come si diceva in apertura, a Castellammare di Stabia nel 1888. Il padre si arrangiava facendo il costumista in un teatrino alla periferia di Napoli e così il mondo delle scene gli entrò nel sangue sin dall’infanzia.
Nell’esordire ebbe il destino comune a tanti altri grandi protagonisti della ribalta. Una sera il tenore Gennaro Trengi si era ammalato improvvisamente. Il pubblico impaziente rumoreggiava. Ci fu così chi pensò di far recitare il vivace e magrissimo bimbo vestendolo con una specie di frac, mettendogli un tubino in testa e un bastoncino in mano.
Raffaele conosceva la macchietta per averla sentita centinaia di volte. Cantò con elegante spigliatezza e grazia facendo così, a quattro anni e mezzo, il suo debutto teatrale. Il pubblico gli batté entusiasta le mani e lo volle sentire ancora nelle sere successive. Quella prima improvvisa esperienza teatrale, che rimase per sempre scolpita nella sua mente, costituì per Viviani il lancio verso la sua carriera artistica.
L’elaborazione del repertorio macchiettistico è, per il giovane analfabeta Viviani, una vera e propria scuola di scrittura. Infatti quando nel 1917, in seguito alla crisi del caffè concerto, esordisce con una propria compagnia di prosa, trasforma i suoi numeri di varietà in pièce teatrali. Nascono `O vico, Tuledo `e notte, Scugnizzo, Eden teatro, La festa di Piedigrotta.
Coniugando le sue doti acrobatiche e mimiche ad un impietoso realismo venato di amaro umorismo, crea una propria maniera recitativa che lo distingue dal bozzettismo di moda tra gli artisti di varietà, costituendo la premessa stilistica più cospicua della sua futura opera drammaturgica.
Rimasto orfano di padre all’età di dodici anni, cominciò la lotta del fanciullo con la vita e quando dopo anni di sofferenze, di miserie e di umiliazioni, poteva dire di essere arrivato – prima, dal 1908 affermandosi come stella del varietà, poi dal 1918 passando con grande successo al teatro drammatico –; la stagione felice non durò nel complesso più di tredici anni.
Durante la sua sofferta adolescenza aveva lavorato con “gl’infimi guitti” per due lire e mezza al giorno e il venerdì senza paga, nei locali frequentati esclusivamente «da scaricatori di porto, marinai di velieri, soldati di dogana, popolino di rione e prostitute minime»; locali «annebbiati di fumo di sigarette, sigari e pipe di creta», come lui stesso ricorda.
Aveva lavorato negli stabilimenti balneari dove su una pedana al centro della sala d’aspetto, accompagnato dal pianoforte, l’artista era costretto a strillare per sopraffare il frastuono della folla che si agitava in attesa del suo turno, mentre il bagnino “chiamava i numeri” man mano che si liberavano i camerini e dal mare arrivavano le voci e le grida dei bagnanti.
Dopo gli anni del successo – cominciato al teatro Umberto di Napoli con la rappresentazione dell’atto unico ‘O Vico – che lo videro trionfare in Italia e all’estero, quelli che precedettero la seconda guerra mondiale furono però i più duri per Viviani.
La lotta al dialetto intrapresa dal regime fascista portò la Direzione dello Spettacolo a negargli i teatri, mentre l’U.N.A.T. (Unione Nazionale Arte Teatrale) gli diede addirittura l’ostracismo. Viviani non si arrese, continuando caparbiamente e con rinnovata energia la sua attività di attore e drammaturgo.
Nel 1942, incurante dei bombardamenti che devastavano Napoli, recita per tre mesi al Delle Palme. Ma sono questi gli ultimi momenti felici del grande artista. Nel ’45, dopo la liberazione, chiude definitivamente la carriera con la rappresentazione di ‘O vico, il primo lavoro che lo aveva consacrato e gli aveva attirato il consenso del pubblico.
Muore il 22 Marzo 1950 nella sua casa di Corso Vittorio Emanuele, dopo aver scritto con la collaborazione del figlio Vittorio l’ultimo testo: I dieci comandamenti.
Come il teatro di Goldoni descrive e rappresenta quelle situazioni sociali che sarebbero sfociate in un secondo momento nella Rivoluzione Francese, e più oltre nel Risorgimento, così il teatro di Viviani risente dei grandi movimenti sociali che animano l’inizio del secolo XX e che travolgeranno le vecchie strutture statali, sovvertendo completamente la frusta mentalità borghese.
Il suo non è un percorso casuale ma il frutto di una situazione in cui la cultura italiana si apriva a nuove e più vaste prospettive, nelle quali Raffaele Viviani si inserisce con tutto il suo carico innovativo. Per la prima volta, con lui l’animo e la condizione storica delle classi subalterne napoletane si esprimono direttamente, in una forma che non resta più chiusa nell’ambito della tradizione popolare ma giunge ad una realtà nazionale. Viviani introduce nella vita italiana, senza alcun intermediario, i dolori, le speranze, le gioie, le aspirazioni delle classi popolari.
All’origine del suo teatro – come all’origine di molte espressioni artistiche popolari – c’è la canzone. Non quella napoletana tradizionale ma un’ altra tipologia di canzone; la canzone che tratteggiava un tipo fornendo lo spunto per la cosiddetta macchietta. Genere che Viviani sviluppò e portò a maturazione con pretesti apparentemente umoristici, ma che in realtà avevano un fondo fortemente drammatico ed espressivo, dove l’animo popolare si mette a nudo nei suoi dolori, nelle sue gioie, nella sua infinita saggezza.
Nelle opere di Viviani, il canto ha la stessa funzione di apice, di crinale della parabola drammatica che assumerà più tardi nel teatro di Brecht. Tuttavia mentre nell’autore tedesco questa risoluzione, che è tra gli elementi maggiormente innovatori del suo teatro, riflette le esigenze di una cultura e di una coscienza teatrale mature, in Viviani essa è il segno di un’istintiva e approfondita conoscenza del cuore del pubblico, in particolar modo del suo pubblico: quello napoletano.
Un dispositivo scenico che verrà precisandosi nelle esigenze di una visione teatrale affatto personale e nelle possibilità che egli, in qualità di autore, dava a sé stesso come interprete.
Viviani, sin dalle sue prime esperienze teatrali, aveva saputo che il canto coopera potentemente alla fascinazione e alla commozione e può condurre il gioco scenico al suo culmine espressivo. D’altronde, psicologicamente il canto nasce proprio da una recitazione che va sopra le righe, rompendo la linearità testuale per produrre un effetto di straniamento emotivo.
In chiave scenica, l’incontro con il varietà e la sua allegria, con il suo potere umoristico capace di riprodurre parodiandola l’attualità più scottante, determina un nuovo genere di teatro. Si tratta di un’interpretazione del tutto nuova e audace della realtà sociale circostante, di un modo rivoluzionario di adoperare i superati strumenti dell’attività teatrale. Un minuzioso lavoro d’indagine e di affresco, per questa compiuta analisi della condizione storica della sua città in ogni suo strato, per ogni sua professione, attraverso ogni nuova versione dei suoi sentimenti.
Sia nella forma delle sue rappresentazioni, sia nelle deduzioni sociali fatte compiere ai propri personaggi, sia ancora nella raffigurazione psicologica dei loro segreti tormenti, Viviani inconsciamente offre soluzioni avanguardistiche, aprendo nuove strade all’opera d’arte. Quelle strade che sono richieste dal momento storico e che in molti anche oggi ritengono necessarie per il loro percorso scenico.
D’altra parte, il Viviani autore risente dell’esperienza naturalista, trae spunto dal romanzo d’appendice alla Mastriani come dall’intensa cronaca della Serao. Inoltre, la sua produzione teatrale viene guidata anche da quel paesaggismo sociale che già la Commedia Umana di Balzac aveva fatto suo strumento di descrizione.
Viviani sviluppa i propri lavori come un’inchiesta, esamina man mano i diversi ambienti, li illumina in ragione delle diverse professioni. Napoli viene analizzata e documentata senza che la fedeltà alla realtà impedisca l’evidenza artistica sulla scena. Anzi le due esigenze si fondono e si integrano. E fu forse proprio questa la grandezza indimenticabile di Viviani. Capace di restituire, ancora oggi dopo settantacinque anni, dignità d’arte alla plebe di Napoli.
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maria
grazie per questo inaspettato ricordo del grande Viviani
Giovanni
Scarpetta, Viviani, Eduardo orgoglio culturale del teatro popolare, per lagioia dei mattei, gioggie e residui vari..