«A chi ogni giorno lavora senza riconoscimento, senza rete, senza nome. Alla classe cui, ancora oggi, sento di appartenere. Questo libro è per voi, per noi. Con tutto il rispetto che vi è dovuto. E che spesso vi viene negato».
E’ con queste parole, inserite nei ringraziamenti finali, che Andrea Genovese chiude Yorkshire Napoletano, il suo primo libro di racconti. Professore universitario, tra i massimi esperti di economia circolare e crisi ambientale, Andrea Genovese ha intrapreso questa prima avventura letteraria calibrando e dosando perfettamente lingua, stile, sguardo ed emozioni personali, approccio ideologico e politico.
Nel fluido dipanarsi delle pagine è riuscito ad infondere un equilibrio intelligente tra gli elementi di economia – su cui fonda la sua conoscenza delle catene di approvvigionamento nei magazzini del nuovo capitalismo digitale – e gli umanissimi sentimenti della classe lavoratrice e del nuovo sottoproletariato post industriale.
Ha stabilito originali connessioni interne tra l’analisi capillare della parcellizazione del lavoro e dell’atomizzazione delle relazioni sociali e di classe, e l’intimità malinconica, incazzata, trascurata, vessata di un’umanità che sopravvive nelle strozzature di un sistema onnivoro e bulimico, dove la prima merce al consumo è quella umana. In bella mostra nei discount della precarizzazione metropolitana.
Ha spaziato, con rara levità per un neofita, tra le cadenze di una conoscenza etnografica, di una conricerca di alquatiana ascendenza sulle strutture interne al movimento delle merci, dei capitali e delle persone – nonchè sulla catena del valore nei settori della logistica – e la quotidianità complicata di figure sociali ai margini. Una quotidianità spesso campata con filosofia e ironia tutta partenopea.
E non è un caso che chi scrive abbia voluto citare qui Romano Alquati e la sua metodologia di indagine. Perché la scrittura analitica e coinvolgente di Genovese, il suo passo indolente ma consapevole da indagine sociale e dell’anima, nell’ultima parola dell’ultimo rigo dell’ultima pagina non avrà mutato, grazie alla magica prassi dell’espediente letterario, solo l’oggetto della ricerca ma il ricercatore stesso.
Andrea Genovese ha dato corpo e carne ad un libro in cui si leva alta la voce della rabbia, sua e di tutti coloro che hanno dovuto affrontare le forche caudine dell’emigrazione e della necessità di lasciare la propria terra per ragioni di lavoro. è lui stesso a dirlo nel prologo: «Questi racconti sono nati da quella rabbia, da quella frustrazione di sentirsi dire che non appartengo. Ma sono anche nati dalla consapevolezza che io appartengo ovunque porto me stesso. Così come i tanti personaggi di questi racconti». E’ una rabbia pur tuttavia sempre levigata, che lascia spesso il posto al disincanto.
Certo si potrebbe obiettare che Genovese, a differenza dei suoi personaggi marginali e precari dell’esistere, è un professore importante, affermato e non ha certo problemi economici e di lavoro. Ma sarebbe un’obiezione fallace all’origine.
Perché il tema di fondo che informa l’intero libro ed ogni racconto di questo Yorkshire Napoletano è rintracciabile nel titolo stesso. Il tema sono le radici. Quelle partenopee, trapiantate nel fumoso nord dell’Inghilterra, in quelli che furono i subborghi industriali e minerari. E più precisamente a Sheffield: la “Steel City”, la Città dell’Acciaio.
Paesaggio letterario e sociale, umano ed economico. Ad un tempo scenografia teatrale e set cinematografico in cui si intrecciano gli echi di una letteratura minimalista, che rimanda ad un Raymond Carver seduto a sorseggiare whiskey in un locale della Sanità o dei Quartieri Spagnoli; il sottoproletariato vivianeo, con la sua economia del vicolo tra solidarietà, sorte e memoria collettiva; i rappresentanti della working class britannica o gli immigrati superbamente raccontati da Ken Loach nei suoi film.
Si diceva dunque delle radici: territoriali, culturali, linguistiche e sociali. Radici alle quali tutti i personaggi dei racconti -come lo stesso autore- si attaccano nella paura di smarrirne il senso e l’identità. La memoria e la storia. Storia e memoria di radici sociali, quelle che Genovese – nato a Secondigliano da famiglia comunista e appartenente alla classe lavoratrice – trasferisce nei suoi protagonisti.
Sono dunque le radici e l’immigrazione i fattori che livellano e accomunano autore e personaggi. E con esse il sentire e la coscienza di classe che Genovese lascia affiorare ad ogni pagina, e tra pieghe esistenziali, materiali e lavorative di ciascun protagonista di questi undici brevi racconti.
Undici come una squadra di calcio. Undici come gli undici leoni cui lo stadio Maradona inneggia ogni domenica. Quegli undici leoni azzurri che vanno a formare il soccer team del Napoli, di cui tanto l’autore quanto i suoi personaggi sono tifosissmi. Il Napoli dunque: altro elemento portante del libro.
Undici racconti, undici scompartimenti di un viaggio sui binari laterali di un capitalismo spietato, i cui ingranaggi vengono, per il tempo sufficiente del racconto, quasi inceppati dall’umanità vivace, malinconica, solidale, cinica, commovente, svogliata, furba che attraversa questo lento treno.
Un treno di parole imbastito con una scrittura in chiaroscuro, capace di immergersi nel ventre putrefatto dello sfruttamento neoliberista e del lavoro povero; per riemergere un attimo dopo con un vero e proprio atto linguistico, iniettato di quelle spezie vernacolari tipiche del napoletano, che vanno a creare un universo di emozioni e di modi di vivere. A metà strada tra il cliché e l’anarchia, tra il folklore e la necessità.
Viaggiamo e attraversiamo lo Yorkshire napoletano di Genovese abitato da lanzettiane vite posdatate e da figure che sembrano fuoruscire a tratti da quelle che furono le pagine di analisi sociale di Ermanno Rea. Poveri cristi esiliati in un’Eboli dell’anima collocata nella Gran Bretagna, patria della City, del mercato e della Thatcher.
Capannoni industriali abbandonati, ruderi di fabbriche, vestigia della vecchia produttività fatta di catene di montaggio, miniere, classe operaia e padroni in carne e ossa. Oggi sostituita da piattaforme, algoritmi, digitalizzazione e magazzini della logistica dove vige l’iper-sfruttamento high-tech.
Sheffield e i sobborghi vicini. Napoli e la sua periferia. Discount, pub, negozi di alimentari gestiti da pakistani, pizzerie con finta pizza napoletana, ristoranti di cibo precotto. Palazzoni popolari e case signorili. Il Lotto Zero di Ponticelli (quartiere di Napoli) e le terraced house britanniche. Il mare di Napoli e i giardinetti inglesi maltenuti.
Cittadine postmoderne dove la sopravvivenza e la precarietà segnano il ritmo della vita: paghe da fame, benefit strappati con i denti e stato sociale sempre più eroso.
Un Bestiario Napoletano – per citare uno spiazzante documentario girato dal mai troppo compianto Salvatore Piscicelli – che mescola io narrante e soggettiva narrativa in stile cinematografico, i cui fotogrammi sono quelli di antieroi in cerca di lavoro, sottoproletari partiti da Napoli con la speranza di fare soldi, professori comunisti, disillusi sindacalisti. Proletari senza più una rivoluzione possibile, sospesi tra alienazione e filosofia dell’arte di arrangiarsi, tutta napoletana.
Un pastiche socio-economico e linguistico-culturale pervade questi racconti, la cui narrazione si dipana attraverso una lingua anti retorica, che cuce insieme inflessioni anglofone e dialetto partenopeo, riferimenti al punk e partite di calcio. Animata comunque da un’ironia soffusa e leggera a stemperare il dramma individuale, collettivo e politico che si staglia sullo sfondo.
E così incontriamo Carmine, che dopo aver lavorato a ritmi disumani in cucina tenta la fortuna coltivando marijuana. Ma gli va male e ritorna a Napoli, in un finale di racconto che commuove. Pietro, figlio di socialista, pure lui a faticare in cucina, che poi però decide di vendere le sigarette fuori ai club. ‘O tedesco, che viene da Villaricca e comincia anche a lui a lavorare in un ristorante, ovviamente senza contratto come gli altri. Per poi illudersi di costruire un futuro e infine scappare a Napoli dalla sua ragazza. Cosimo, idraulico cinico che fotte il prossimo ma poi si pente e decide di insegnare il mestiere ai giovani di un college.
E ancora Sandro ‘o pezzotto, che dopo un’esperienza alienante nei magazzini della logistica decide di installare le liste IPTV (‘e pezzotte appunto) sui televisori di mezzo Yorkshire. Tre fratelli emigrati insieme, che si lasciano vivere in un’indolenza tranquilla. Cicciotto ‘a botta, fuochista a Napoli che finisce prima in un call center e poi in un panificio industriale, creato da uno dei pionieri del movimento comunista inglese. Un panificio dove all’inizio gli operai si autogestivano mentre ora vengono sfruttati al massimo delle proprie capacità. Antonio, che a Napoli faceva l’elettricista e a Sheffield fa l’autista privato e porta la gente all’aeroporto.
E a chiudere Massimo, professore di sociologia. Comunista e molto poco integrato nella comunità accademica, preferisce frequentare amici delle classi popolari, occuparsi della vita della comunità e fare politica. Malasorte, un appassionato tifoso del Napoli, amico di Massimo, ma con la cattiva fame di portare sfortuna durante le partite. E in ultimo Luca, anch’egli professore. Vittima di razzismo forse involontario da parte di un collega.
Sono gli undici protagonisti di questi racconti che fanno riflettere con garbata eleganza e senza prendersi troppo sul serio. Ciascuno a suo modo uno sconfitto dalla vita. Ciascuno a suo modo appartenente a quella classe – per ritornare all’incipit di questo scritto – di sfruttati in cerca di riscatto. Ciascuno a suo modo una soggettività resistente. Anche con l’ironia. Anche con l’amore. Anche con la nostalgia delle sue inestirpabili radici.
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