Abbiamo dunque finalmente visto La Grazia, ultima fatica registica di Sorrentino. Non scrivevo per Contropiano una recensione dettagliata sui film dell’autore partenopeo da tempo, trovandoli ormai estenuanti esercizi di stile (Queneau starà bestemmiando dall’aldilà); ma considerato che stavolta il soggetto ha attinenze politiche evidenti, non ho voluto lasciarmi scappare l’occasione. Sebbene ad un anno di distanza…
Partiamo con un’incidentale nota positiva. Saranno l’ambientazione ed il tema per l’appunto politico-istituzionale (quanto pretestuoso, quanto dettato da autentica necessità creativa non saprei dire) ad imporre una certa austerità visiva, dunque una confezione meno ornamentale e impreziosita da elementi rococò (il barocco sarebbe un tratto ancora apprezzabile nella cinematografia sorrentiniana), ma la pellicola risulta stavolta meno stucchevole sul piano del formalismo linguistico-testuale.
Intendiamoci, il linguaggio del premio Oscar quello è, anche qui in questa farraginosa e meditabonda“Grazia” inflittaci come supplizio incoercibile: estetizzante, ampolloso, autocelebrativo, capzioso nella sua cocciutaggine epifanica – e dunque incapace di sbalordire malgrado l’evidente volontà di riuscirci – debordante di cervellotici tratti oniroidi, asfissiante nella spasmodica ricerca dell’istante poetico, enfatico e sterile nel succedersi architettonico delle immagini, infarcito di un citazionismo eccessivo – qui tocca i vertici dell’autocitazione per la verità: inquadrature riprese dal Divo, topoi registici, schemi narrativi ormai stantii – irritante per la banalità drammaturgica, inconsistente nei suoi ricercati straniamenti felliniani, astorico, amputato di una dialettica con il reale… e potrei continuare.
Insomma, la summa di una creatività occidentale che cerca di coprire con il feticismo della merce/immagine l’assenza di contenuti e di pensiero critico.
Almeno stavolta però, Sorrentino ci ha risparmiato l’eccesso postmodernista dell’artificio visivo di leziosa ed evanescente raffinatezza pittorica, accompagnato dal sovrabbondante utilizzo dell’apparato simbolico. Ciò che ci fu invece imposto per decreto registico durante le oltre due ore dell’angosciante quanto inutile Partenope, salvato solo dalla straordinaria presenza di Peppe Lanzetta.
Tuttavia, la pellicola rivela una sobrietà che non racconta nulla, non dice nulla, non significa. O che, per meglio dire, vorrebbe significare tutto e promanare senso attraverso l’atmosfera istituzionale che aleggia sull’intero spazio filmico, andando ad imprimersi nel volto formattato di un Servillo (Coppa Volpi a Venezia, a confermare la logica puramente mercantile e produttivistica dei premi) che sembra guardarsi in uno specchio infinito.
Uno specchio in cui riecheggiano e rimbalzano riflessi e frammenti di immagini delle sue precedenti performance attoriali con il regista partenopeo. Museificato in una gamma espressiva immutabile dove spicca un registro vocale ormai incapace di cambiare la pur minima nuance.
Cionondimeno, malgrado queste ritornanti cadenze recitative, Servillo stavolta ha dato vita ad un’interpretazione più sincera, meno gigionesca, riuscendo a toccare – anche solo a tratti – corde di rassicurante autenticità. Mettendo in mostra quella maestria che abbiamo spesso apprezzato in teatro.
Ordunque, al netto della incidentale nota di austerità formale degna di considerazione, che si rilevava all’inizio dell’articolo, possiamo viceversa affermare – con una qualche certezza critica – che La Grazia sia, su un piano ideologico e “politico” , il peggior film di Sorrentino.
Al cospetto di un presente tanto complesso e allo stesso tempo schiacciato sul dominio del pensiero unico, propagandato da un Occidente in piena crisi sistemica e culturale, il lavoro di Sorrentino risulta reazionario, servile, sfacciatamente e indecentemente celebrativo della più nominale e francamente inutile istituzione demo-liberale di questo paese.
Una riverenza al ruolo presidenziale che tra l’altro il regista ha espresso anche di persona a Mattarella, con una frase sconcertante per la sua vena elitaria: «Se il mondo fosse popolato solo da lei e dagli artisti vivremmo gioiosi e pacifici. Purtroppo ci sono anche gli altri!». Poco da aggiungere…
Ovviamente il Mariano De Santis del film non trova un riferimento diretto nel nostro attuale Presidente della Repubblica. Il personaggio nondimeno rappresenta la summa ideale delle qualità politiche, umane, filosofiche e giuridiche che evidentemente, nella rappresentazione utopistica di Sorrentino, dovrebbero connotare chi ricopre il ruolo di Capo dello Stato.
Il regista premio Oscar compie in tal senso dunque una precisa scelta di campo, identificando quelle qualità con le caratteristiche tipiche dei politici democristiani. Meditativo fino all’ossessione, dubbioso, impenetrabile, insondabile nelle intenzioni e nelle emozioni, De Santis è uomo distante e inconoscibile persino dai figli.
“Cemento armato” è il suo soprannome – che si vorrebbe ironico e bonario – a sugello di una personalità che ha fatto dell’esercizio del potere una vocazione.
Egli incarna alla perfezione la tradizione scudocrociata che fece dell’arzigogolo, della melmosa sottigliezza, del compromesso morale, dell’ipocrisia dissimulata con la complessità, dell’immobilismo, la pietra angolare di una gerarchia durata quarant’anni. E a ben vedere ancora dura.
La figlia – Dorotea, che ironica originalità! – sua consigliera e suo contraltare prova a sollecitarne la risolutezza decisionale chiedendogli di firmare la Legge sull’eutanasia, ma otterrà come risposta l’immancabile richiesta di un ulteriore tempo di riflessione.
Attraverso la seduzione della Macchina da Presa, Sorrentino tuttavia riesce nell’impresa di trasformare quelli che sono i caratteri esecrabili e antisociali di un potere borghese – che percepiamo custode di una sovrastruttura statale, la quale ha perso da decenni ogni contatto con la struttura materiale del Paese e con i suoi cittadini – in apprezzabili tendenze dell’intelligenza e dello spirito alla problematicità. è il peso del potere, la ragion di stato ad imporre simili posture, sembra dirci vagheggiando l’autore partenopeo. Un’indulgenza a dir poco imbarazzante per quanto risulta servile.
E allora la regia umanizza e normalizza quel profilo politico, mediante l’abracadabra dell’immagine iconica, che si vorrebbe rivelare nel volto di un Servillo attento ad assecondare, di volta in volta, le esigenze del racconto: qui affettando stupore lì compassata mestizia, ora misura e ponderatezza ora contenuta ironia; in realtà lasciando trasparire cliché interpretativi noiosi malgrado ci metta tutta la buona volontà per apparire sincero, riuscendoci solo in pochi momenti.
L’operazione di umanizzazione ed empatia passa inevitabilmente attraverso l’introduzione degli stereotipi nerratologici del regista partenopeo: nostalgia, malinconia, memoria, amore smarrito, in questo caso cautela ed equilibrio, quali dispositivi emotivi volti a fare leva sullo spettatore per costruirne il processo di immedesimazione con il suo Presidente.
Ma è in realtà un tentativo fallito in partenza, dovuto ad un’aporia di fondo. Perché malgrado tutte le peripezie drammaturgiche e registiche, ci troviamo di fronte al vertice di quei ceti dominanti che hanno fatto della frattura con la società, con la collettività e soprattutto con le classi popolari il pilastro del proprio dominio.
Nel film tutto emana un maleodorante lezzo di classismo. De Santis che si interroga sulla propria coscienza in merito alla Legge sull’eutanasia e a due domande di grazia da firmare, è l’estremo tentativo di soggettivizzare l’oggettivo, di trasformare la crisi di un sistema politico-economico e dell’ apparato statale e repressivo in un affanno dell’anima.
La visita al carcere per “guardare negli occhi” uno dei due detenuti richiedenti la scarcerazione è un’immagine irritante per il suo intrinseco – e non so quanto involontario – snobismo verso i reietti.
La scena è paradigmatica. Mariano De Santis, giunto al carcere di Torino, si sente dire che gli è stata riservata una sala per l’attesa. Lui, con generosa liberalità e nobiltà d’animo, decide di attendere insieme alle persone comuni. Ma l’immagine che si proietta è quella di una distanza sociale abissale con chi ha i propri cari detenuti.
Insomma, Sorrentino rimarca l’elevazione spirituale del suo Presidente, che viene guardato dagli astanti con stupore e gratitudine da sudditi, mentre egli, “umanissimo”, sembra sussurrare un evangelico «sono tra voi». D’altronde i protagonisti dei film di Sorrentino sono sempre borghesi, possidenti parassitari, uomini di potere, artisti, donne affascinanti che si macerano e lacerano nei propri crucci, nelle proprie sazie inquietudini, laddove i subalterni o sono esclusi o trattati con sufficiente ironia.
Lo stesso Quirinale che Sorrentino trasforma in un mausoleo di marmi e silenzi, quasi a rappresentare una gabbia intollerabile per quest’uomo -in effetti amante delle cose semplici, della giurisprudenza e dei suoi ricordi, a tal punto da desiderare ardentemente che passi in fretta il tempo del semestre bianco per far ritorno alla sua personale dimora- si rivela in realtà una torre eburnea separata dal mondo da una barriera non solo architettonica ma di classe.
Per la verità, la cinematografia del premio oscar di solito non prevede contesti temporali definiti e incursioni nella dimensione sociale. è quasi del tutto espunto il processo dialettico e storico, esautorato da una bolla elitaria in cui si dipanano le vicende individualissime dei suoi personaggi. La realtà è sullo sfondo, a margine di un racconto chiuso nell’universo del protagonista, attraversata solo da frammenti di sogni e di surrealtà troppo spesso roboanti e posticce, messe lì al solo scopo di ricercare un facile effetto straniante.
Ne La Grazia ad esempio, ci troviamo al cospetto di un Papa nero (ricordate i Pitura Freska?) rasta e con l’orecchino ma decisamente tradizionalista, che va via su uno scootere dopo aver parlato con Mariano De Santis. Una scorribanda surrealista e una concessione estetica all’inclusività liberal tanto superficiale quanto ridicola.
Così come a voler rompere l’etichetta quirinalizia troviamo un Gue Pequeno che reppa durante un cerimoniale di consegna di medaglie presidenziali, a richiamare la passione del Capo dello Stato – precedentemente suggeritaci – per la musica pop. Un’apparizione strumentale che non aggiunge alcun senso, neanche grottesco, allo svolgimento della pellicola.
Lo ribadiamo ancora una volta, qualora ve ne fosse bisogno. Sorrentino non è Fellini. Regista tanto borghese quanto capace di creazioni incisive e straordinarie sul piano visivo e simbolico; ma soprattutto capaci di stimolare riflessioni profonde e di aprire ferite nel corpo vivo della sua stessa classe di appartenenza.
A dire il vero però il regista fa di più e di peggio sul piano dell’ideologia, di quanto fin qui descritto. Un elogio neanche troppo velato delle Forze dell’Ordine, dei Corazzieri e delle Forze Armate. Un canto di alpini, patriottico e nazionalista, prorompe d’incanto dal petto di De Santis durante una cena con reduci del corpo; continua è la sottolineatura, certo anche in cadenze ironiche, delle capacità dei corazzieri; ci viene regalata l’apparizione di un robottino dei Carabinieri quale dispositivo di controllo per la sicurezza del Presidente.
Tuttavia lo zenit della condiscendenza militarista lo raggiungiamo grazie alla presenza di un generale –un involontario Bassi-Lega di monicelliana memoria, in quel superbo “Vogliamo i colonnelli” che metteva alla berlina il clima golpista nell’Italia dei primi anni Settanta – con cui il Presidente, durante un dialogo personale, conviene su quanto la disciplina e il rigore siano stati un rifugio che ha dato loro l’illusione di poter occultare la propria sensibilità. Ci mancava solo la pedagogia militare e repressiva velata di intima delicatezza. Certo, il tutto ammantato da una vena di grottesco che però risulta più esangue che rigenerante, più irritante che godibile.
Insomma un film non solo brutto e sbagliato ma addirittura sconcertante per la sua concessione ai miti, ai riti e ai simboli dell’egemonia attuale, nonché alle sue istituzioni. Un film slegato e frammentato, costruito ancor più degli altri su scene iconiche, come si diceva in precedenza.
E una sceneggiatura come sempre imbottita di supposte “frasi da antologia” che in realtà si rivelano per quello che sono: battute di una banalità disarmante, sospese tra il Bagaglino, la filosofia new age e il discorso da rotocalco televisivo.
Il rallenty iniziale poi, all’arrivo del Presidente del Portogallo al Quirinale – a fare il paio con l’incipit del Divo – è la ciliegina sulla torta che si vuole farcita di inutili e soverchianti invenzioni.
La scena finale è la degna conclusione di un film che per quanto ci si sforzi non si può non definire imbarazzante per la sua genuflessione al pensiero unico e alle articolazioni politiche che ne configurano la realtà storica, sociale ed economica. Ancorchè circonfuso di esistenzialismo, ricercato intimismo e riflessioni sulla memoria, questa Grazia risulta grigia, noiosa e ipocrita tanto quanto l’etichetta e la burocrazia quirinalizia.
Mariano De Santis, dopo aver firmato la Legge sull’eutanasia e una delle due domande di grazia -dietro le insistenze della figlia Dorotea- dopo aver perdonato la moglie che lo aveva tradito quarant’anni prima –con una donna: colpo di scena telefonato e francamente avvilente- volteggia nell’atmosfera all’interno di una capsula spaziale (vista in precedenza: altra scena madre caramellosa e sconcertante) come fosse assurto in un Empireo dantesco, sede dei beati intrisa di pura luce intellettuale, piena di amore e diretta emanazione di Dio. Sorrentino lo assume nell’alto dei cieli quale uomo giusto e di buon senso, al punto da contravvenire alle sue idee tradizionaliste, alla liturgia del diritto e al suo proverbiale immobilismo. Una sequenza che va a confermare una delle cifre del regista: la goffa traslazione metafisica di un grottesco che per sua sfortuna non graffia.
La cosa migliore della pellicola risultano dunque, in tutta sincerità, una scena di danza contemporanea, con la strepitosa performance di giovani ballerini. Una bravissima Anna Ferzetti (Dorotea) capace di trasmettere emozioni e forza con uno sguardo intenso, cui accompagna la calibrata gestione della macchina attoriale.
Una brillante e vivace Milvia Marigliano (Coco Valori, amica del Presidente e amante segreta della di lui moglie quarant’anni prima) volutamente sopra le righe per il personaggio della critica d’arte, e la cui potenza espressiva abbiamo potuto apprezzare spesso in teatro. Un Massimo Venturiello lineare e come sempre dotato di una presenza scenica di forte impatto.
In conclusione, la critica moderata, centrista, liberale e di sinistra si è spellata le mani. Noi, in linea con i principi di un’estetica e di un’analisi dell’opera d’arte di matrice marxista, non possiamo che decostruire derridianamente le strutture filmiche – in questo caso del cinema di Sorrentino – per dar luogo ad una critica radicale.
Sempre in controtendenza rispetto alle logiche del mercato e alle direttrici della stampa mainstream. Una direzione ostinata e contraria nell’ambito della cultura e della battaglia delle idee, perché cinema, teatro, letteratura e arte sono i volani su cui viaggia l’ideologia dominante.
D’altronde, come diceva Goffredo Fofi, non esiste la cultura genericamente intesa. Esistono le culture – popolari, etniche, nazionali, di classe – e ciascuna raprresenta precisi interessi. Sorrentino esprime col suo cinema quelli delle classi dirigenti e della borghesia. E con La Grazia ha manifestato chiaramente – a noi tuttavia la cosa non giunge nuova – le sue inclinazioni politiche, vagheggiando una società moderata, centrista, democristiana e normalizzata.
Noi siamo dall’altra parte della barricata. Dalla parte dei reietti. E rivendichiamo il diritto non solo di non morire democristiani ma di veder trattati questi tristi figuri come lo furono dai Petri, dai Monicelli, dai Magni, da Giorgio Bianchi.
In definitiva, Sorrentino ha girato un’innodia presidenziale in salsa democristiana. Per il futuro vorremmo augurarci che ci risparmi ulteriori supplizi.
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antonio D.
… un paese e una “industria” che ha avuto nella sua lunga storia e tradizione filmica varie genialità (per me una su tutte: GM.Volonte’ ; o Pietro Germi) non merita scadenze valoriali o interpretative scadenti e rappresentative dello squallore etico o morale di questo neomillennio all’insegna del decadimento completo! Grazie on. Vicié’; anche stavolta mi risparmi una “faticosa noia”; mai visti suoi film e: me ne guardo bene dal farlo! Ciao buona giornata!
Victor Matteucci
Eh sì. Centrato in modo Perfetto.Istantanea di un mondo che si ritrova nei suoi rituali bridge del dopocena o all’ora del the senza niente da dire ma con molto da nascondere