La richiesta di revoca all’invito per lo scrittore israeliano Eshkol Nevo dal prossimo festival ‘Il Libro Possibile‘, in programma a Polignano a Mare è diventata una petizione: “Il silenzio non è neutrale”.
La raccolta di firme, inizialmente promossa da un gruppo di intellettuali e artisti palestinesi ed ebrei, ha acquisito risonanza nazionale.
La richiesta alla base della petizione si fonda sul rifiuto di concedere spazio a Eskhol Nevo, considerato dai promotori come rappresentante della posizione ufficiale israeliana riguardo alle vicende in Medio Oriente.
Sulle ragioni di questa protesta riteniamo interessante quanto ha scritto Paolo Caridi, saggista, giornalista e autrice di molti libri sulla questione palestinese e in Medio Oriente.
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“Il silenzio è colpevole, le domande non fatte”
di Paola Caridi
Sarebbe scoppiato, prima o poi, il caso Eshkol Nevo. Ma non per le ragioni che pensiamo, e cioè per una lettera che non avrei firmato, e che chiede di non invitarlo a un festival letterario. La lettera ha firme per me importantissime: fratelli e sorelle, amiche e amici carissimi.
Quello non è però, a mio parere, il tema. Non è un problema invitare Eshkol Nevo. Il problema è chi gli fa le domande: per incensarlo, o per chiedergli cosa pensa del genocidio di cui lui, come la società israeliana, è responsabile?
Perché, come dice Omer Bartov, studioso di genocidi tra i più importanti a livello globale, il “genocidio è un evento sociale”.
La pressione, sull’intellighentsjia israeliana, è necessaria, imprescindibile. È moralmente necessaria, perché non basta vergognarsi del governo israeliano. Bisogna affermare che si è contro un genocidio. Il negazionismo diviene, ogni giorno che passa e ogni bombardamento e ogni morto ammazzato in più, moralmente insostenibile.
E allora, se queste domande verranno poste a Nevo, si sarà superata finalmente la stantia narrazione dell’autore israeliano che filtra l’immagine di Israele, com’è successo con il trio dei più famosi scrittori, Oz-Grossman-Yehoshua.
Alle loro interviste fin troppo frequenti, frequentissime, che sono state pubblicate sulla stampa italiana è stato affidato il racconto egemone e dominante di un paese comunque moderno e “vicino”, rispetto invece a una realtà crudele e complessa dell’Israele potenza occupante, decisamente meno glamour di quello che è arrivato in Italia per decenni.
Soprattutto grazie a una spinta pervasiva della macchina propagandistica dei vari governi israeliani che si sono succeduti: i governi che, fra l’altro, invitavano spesso i giornalisti (non tutti, per fortuna, e non solo italiani) a farsi un giro nella Israele che doveva difendersi, l’Israele militare, militarista, dei “confini”. L’Israele che occupa la Palestina.
In Italia, per lungo tempo, è arrivata l’Israele delle copertine patinate sulle riviste di turismo dedicate a Tel Aviv, sicura, moderna, a difesa dell’Occidente e pure dei luoghi santi cristiani: moneta sonante fatta di pellegrinaggi e pure turismo laico. Era l’Israele che Oz-Grossman-Yehoshua descrivevano, da par loro, in modo critico e sferzante, ma mai in modo così incisivo da instillare il dubbio sul vulnus, la ferita originaria dentro l’immaginario italiano.
Soprattutto, la responsabilità politica e storica di Israele, il 1948 e la nakba: aver occupato, cancellato, distrutto un popolo, una terra abitata e coltivata, una storia, compresa quella culturale. Li ho intervistati anche io, Amos Oz e David Grossman e Abraham Yehoshua, e ne ho amato la correttezza, l’impegno, la voce critica. Anche la tristezza.
In questa immagine, però, i palestinesi non ci sono mai stati come (co)protagonisti, se non quando è scorso il sangue. Non quello palestinese, che scorreva invisibile, e quotidiano e costante. Il sangue israeliano, sì, molto più “vicino” al nostro. Il “prossimo” evangelico a corrente alternata, dunque, che non riguarda tutti ma solo quelli che descriviamo come nostri simili.
I palestinesi non ci sono mai stati come il popolo, i nativi, i protagonisti, gli appartenenti alla terra. Ed è qui, come sempre, la questione che coinvolge il nostro immaginario, viziato da un’attenzione quasi spasmodica a Israele e ai suoi scrittori (tutti maschi, ci avete fatto caso?). Eshkol Nevo è così diventato il cantore del suo paese in Italia: ci racconta la storia degli israeliani conformisti nei dettagli, nella loro normalità, proprio mentre è in corso il genocidio palestinese.
L’Israele che non ha mai visto i palestinesi, ripiegata sul suo piccolissimo mondo – e lo testimonio da abitante di Gerusalemme per così lungo tempo da avere ancora gli occhi la quotidiana invisibilità dei palestinesi, agli occhi degli israeliani. Con parole, opere, omissioni, repressioni.
Su quel palco, a Polignano, quest’anno, finalmente, ci sarà la voce di Gaza, con Wael al Dahdouh, capo dell’ufficio di corrispondenza di al Jazeera, ferito da soldati israeliani in quanto giornalista e testimone. Un uomo a cui Israele ha decimato una famiglia. Ma molte e molti palestinesi non possono arrivare, sono rinchiuse e per ora sopravvissute nel lager, nel campo di sterminio di Gaza. Altre intellettuali boicotterebbero, con tutte le ragioni del mondo, il festival di Polignano, e molti altri.
Il problema, ancora una volta, siamo noi. Vogliamo ascoltare i dettagli, la non-normalità, la vita impossibile dei palestinesi, da ben prima del 7 ottobre? Hanno dignità di parola, oppure ancora una volta – come spesso succede nei festival – il pensiero palestinese e arabo è relegato in una quota, come quella dei panda? Perché questo succede, in molti festival, e soprattutto è successo nei due anni precedenti, 2024 e 2025: non si dà la parola ai palestinesi, alle vittime del genocidio.
E’ successo spesso che vi fosse una piccola quota, quasi una foglia di fico, o talvolta un nome imposto da case editrici e/o da chi ha usato la sua parola per far capire che escludere la voce palestinese non è tollerabile. E’ successo, in questi anni, tante e troppe volte.
Ora il tono è finalmente cambiato, ed è per questo che diviene per molti insostenibile una presenza che non si schiera. Che non si assume la responsabilità del genocidio, come invece ha fatto David Grossman, e assieme a lui molti israeliani. Assieme a Omer Bartov, Anna Foa, Amos Goldberg, moltissimi ebrei nel mondo. Su una frase condivido totalmente la petizione: “il silenzio non è neutrale”. Aggiungo: il silenzio è colpevole.
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ue-regime
nella libera (?) ue quando un artista è considerato a torto o ragione vicino a putin viene se tutto va bene censurato e boicottato essi ci dicono perchè putin ha fatto la guerra questo però non vale per Israele anzi gli stessi che auspiacano censura per la russia sono gli stessi che supportano Israele