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Carosello napoletano, l’inchiesta come trincea

Il corposo volume dell’amico e compagno Michele Franco Carosello Napoletano: Interventi sulla città (quasi cinquecento pagine) si configura come un’operazione editoriale e militante di grande rilevanza per chiunque intenda decifrare le complesse dinamiche socio-politiche che hanno attraversato e continuano a plasmare la metropoli partenopea.

L’autore (già nel circuito dell’Autonomia Operaia post ’77, poi nelle RdB/USB e oggi nella Rete dei Comunisti) attraverso le testimonianze e i documenti contenuti nel volume non si limita a una mera cronaca degli eventi ma offre una lettura profondamente radicata nell’analisi di classe, svelando le nervature del comando capitalistico e le forme composite della resistenza proletaria che, dagli anni Settanta ad oggi, hanno animato il tessuto urbano di Napoli.

Michele Franco definisce il libro un «patchwork», una definizione che reputo perfettamente calzante. Ma lo si potrebbe anche definire un avamposto strategico, una trincea costruita con una raccolta di interventi (tratti dal Centro di Documentazione A.R.N. come dai numeri di Autonomia-Comitato Comunista Zona Centro) volantini, corrispondenze per Contropiano che coprono l’arco che va dal post-terremoto del ’80 fino alla vigilia delle regionali del 2025. E tuttavia, in questa disorganicità apparente, emerge un filo rosso che è la cifra del miglior marxismo militante. Ovvero l’inchiesta come prassi e la ricomposizione di classe come orizzonte strategico.

La vulgata giornalistica dal canto suo, quando si occupa di Napoli, oscilla tra due poli ugualmente mistificanti: l’oleografia del “Rinascimento” a colpi di fondi europei e l’antropologia da dark side of the moon, che riduce la metropoli a un gigantesco open air criminogeno. In entrambi i casi la composizione di classe -nella sua materialità di fabbriche dismesse, esercito industriale di riserva in surplus permanente e lavoro nero che si traveste da terziario- viene rimossa. È in questo cratere analitico che si inserisce il volume.

Nel susseguirsi ininterrotto degli articoli, scritti con la lucidità di chi ha vissuto e agito nelle pieghe dei movimenti antagonisti, si disseziona la realtà napoletana attraverso una lente marxista, ponendo in evidenza come le criticità sociali, politiche e culturali, ad uno con i problemi del lavoro, siano manifestazioni strutturali di un sistema che riproduce incessantemente le proprie contraddizioni. Quella di Michele è chiaramente una critica militante il cui principale bersaglio sono le logiche di sfruttamento e di oppressione, capace al contempo di individuare e valorizzare le potenzialità sovversive insite nelle lotte quotidiane.

Il testo, come si accennava più sopra, si articola come un mosaico di interventi, articoli e appunti che coprono un arco temporale significativo, dal post-terremoto del 1980 -evento che va interpretato non solo come catastrofe naturale ma come acceleratore di processi di ristrutturazione capitalistica e di comando sociale– fino alle più recenti battaglie contro la precarizzazione e l’abolizione del Reddito di Cittadinanza.

La composizione di classe a Napoli con le sue specificità e le sue stratificazioni è –come si intuisce- un tema ricorrente degli articoli, in cui Michele non si limita a descrivere la condizione del proletariato ma ne indaga le trasformazioni, le frammentazioni e le ricomposizioni, in un contesto in cui la precarietà del lavoro diventa la cifra dominante delle relazioni sociali. Radicale al contempo risulta l’analisi di quelle politiche neoliberiste che, spesso mascherate da interventi di

riqualificazione urbana o di gestione delle emergenze (come quella dei rifiuti), servono in realtà a rafforzare il comando capitalistico e a disciplinare la forza lavoro.

Ne stiamo avendo una plateale dimostrazione in questi ultimi anni, con la nuova ristrutturazione urbanistica tutta tesa all’estrazione del profitto dalle nuove logiche legate all’overturism e alla messa a valore del patrimonio pubblico. Non manca chiaramente la critica alle istituzioni, ai partiti tradizionali e a un certo sindacalismo

concertativo, netta e senza compromessi, evidenziando sempre la necessità di un sindacalismo di classe e sociale capace di interpretare e organizzare le istanze dei ceti subalterni.

Altro aspetto centrale del volume è, neanche a dirlo, la costante attenzione alle lotte sociali che hanno scandito la storia recente di Napoli. Dalle mobilitazioni contro l’emergenza rifiuti -interpretata come una dilatazione sociale della generale contraddizione capitale/lavoro- alle vertenze dei precari, il libro offre una lettura che va oltre la superficie degli eventi per cogliere le radici strutturali dei conflitti. L’ analisi non si disgiunge mai da una prospettiva di rilancio dell’iniziativa e di costruzione di un potere popolare, come dimostrano gli interventi sulle esperienze di autorganizzazione e sulle proposte per una stabile sinistra di classe.

Carosello Napoletano è in definitiva un testo che si sottrae alle facili categorizzazioni, un vero e proprio strumento di controinformazione e di analisi per chiunque voglia comprendere le dinamiche di una città che, pur nella sua specificità, riflette le contraddizioni globali del capitalismo contemporaneo. Un mosaico che ci restituisce un affresco vivido e critico di Napoli, invitandoci a non rassegnarci alla “pena di morte diffusa” e all’“ideologia della paura” ma a riaffermare la necessità di una critica radicale e di una prassi rivoluzionaria.

Arrivati a questo punto proviamo però a procedere per ordine, sbirciando un po’ tra i vari passaggi temporali su cui si sofferma il libro. Partiamo così dal terremoto del ‘80 e dallo “stato di eccezione” permanente. La prima sezione del libro, quella che si occupa dei ruggenti anni ottanta, ha il pregio di una lucidità profetica. Mentre la cronaca ufficiale piangeva le vittime del sisma del 23 novembre 1980, le organizzazioni di classe leggevano il disastro come acceleratore. Il terremoto infatti, più che una fatalità geofisica rappresentò l’occasione storica per il capitale di portare a compimento un progetto che giaceva nei cassetti degli assessori democristiani e del ceto imprenditoriale da tempo. La deportazione del proletariato dal centro storico verso i lager diffusi delle periferie (Secondigliano, Scampia, Ponticelli).

La disamina della Mededil, dell’Italstat e dei piani per il Centro Direzionale possiamo senza dubbio definirla un esercizio di anatomia del capitalismo di Stato, che non ha nulla da invidiare alle pagine di un Rudolf Hilferding. Qui emerge la specificità del punto di vista autonomo, dove la critica oltre a prendere di mira il “palazzinaro” di turno investe la forma-Stato nel suo complesso. Il Commissario Straordinario -figura che con toni sarcastici potremmo definire come il più classico esponente di un ”bonapartismo in salsa vesuviana”- diventa l’archetipo di quella governance dell’emergenza che negli anni a venire normalizzerà lo stato d’eccezione come ordinaria amministrazione, e in cui si cristallizzerà l’essenza del comando capitalistico in una metropoli imperialistica.

Si prosegue con la frantumazione di classe e il cosiddetto “welfare dei miserabili”. Qui la forza dei pezzi sta nel rifiuto di ogni nostalgia corporativa. Non si rimpiange ovviamente la fabbrica fordista (l’Alfasud di Pomigliano, l’Italsider di Bagnoli) come paradiso perduto della classe operaia. Se ne analizza piuttosto la funzione specifica nella composizione di classe meridionale. D’altronde, quando quelle cattedrali nel deserto vengono smantellate lo Stato (quello di Bassolino prima, di De Luca poi) non opera alcuna riconversione, producendo solo precarietà strutturale e disoccupazione.

In questo senso, il giudizio su Antonio Bassolino è lapidario e necessario. La legge regionale su quello che potremmo definire un reddito di cittadinanza ante litteram viene smontata come l’ennesimo welfare dei miserabili, un sussidio familiare discriminatorio che non tocca la rendita né il potere di acquisto decurtato, ma serve a cristallizzare il disoccupato nel ruolo di supplicans, esponendolo al ricatto del lavoro nero e della mediazione camorristica.

E qui si innesta anche la questione ambientale. Michele –com’è noto- non è un ambientalista da “salotto buono” della sinistra istituzionale. La crisi dei rifiuti dunque la legge ben al di là della populistica dimostrazione di inciviltà locale. Al contrario essa rappresenta, come detto in precedenza, la dilatazione sociale della generale contraddizione capitale/lavoro e capitale/natura.

Il veleno interrato nella Terra dei Fuochi, l’amianto dismesso illegalmente, le ecoballe che marcivano a Taverna del Re sono dunque il prodotto chimico del plusvalore. Il decreto rifiuti di Berlusconi (e la continuità bipartisan nella sua applicazione) viene inoltre visto come esemplificazione pratica dello stato d’eccezione, in virtù del quale l’esercito pattuglia le discariche non per tutelare la salute pubblica ma per garantire la logistica del profitto.

Forse la parte più matura e politicamente dolorosa del Carosello è tuttavia quella dedicata alla stagione di Luigi De Magistris. L’autore era tra coloro che sostennero la prima ondata della cosiddetta Città Ribelle. Ciò nondimeno con la lucidità di chi sa che il municipalismo, senza un progetto di rottura reale delle compatibilità europee, è destinato o alla sussunzione o al fallimento.

Il bilancio che traccia – soprattutto nel dialogo a due con Giuliano Granato – è impietoso. De Magistris è stato sì un “sindaco di strada” che denunciava lo strangolamento finanziario del debito; ciononostante nei fatti non ha mai varato una seria disobbedienza ai patti di stabilità, limitandosi a cercare mediazioni con lo Stato centrale.

Se ne denuncia per di più la deriva privatistica delle partecipate e l’incapacità di sottrarsi alla logica del risanamento. Una disamina disincantata che non vuol essere un attacco personale a De Magistris, piuttosto una circostanziata critica della rappresentanza. In assenza di un soggetto politico di classe e autonomo, qualsiasi amministrazione “alternativa” verrà risucchiata nel gorgo della governance.

Per concludere, nello scorrere degli articoli non c’è traccia di un certo sociologismo à la page. Il testo restituisce invece il rumore della fabbrica, il puzzo delle ecoballe, il sapore della carica della polizia in Via De Gasperi. Sono pagine che non concedono tregua, né al moralismo giustizialista (i riferimenti ai processi Ipercoop e ai precari Bros sono una lezione di difesa dell’autonomia delle lotte contro l’inquinamento penale) né al catastrofismo.

L’approccio analitico al Sud rompe con la svilente visione del monolito subalterno per proporre una realtà meridionale da leggere come contraddizione attiva. E quando si parla di “Meridionalismo Popolare” non ci si riferisce ovviamente a nessuna declinazione folkloristica, ma alla necessità di ricostruire un’alleanza tra cassaintegrati, working poor e disoccupati di lunga durata, rompendo l’isolamento indotto dai sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil) ridotti ad amministratori di condominio.

Carosello Napoletano è dunque un manuale di resistenza per questi tempi di restaurazione. Mette il microscopio su una città che funge da laboratorio per le politiche di austerità, di ristrutturazione e di controllo sociale, restituendo la parola a quei senza volto e senza voce che la cronaca ufficiale cancella. Consigliato a chi crede che l’inchiesta sul campo sia ancora l’unica bussola per un comunista.

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