Sabato 4 luglio a Tor Vergata c’erano 250.000 persone, venute da tutta Italia, che hanno contribuito a costruire un evento che, da Giorgia Meloni a Roberto Gualtieri, in tanti hanno definito un successo straordinario. In particolare Gualtieri ha rivendicato il concerto come il segnale della capacità di Roma di ospitare grandi eventi e di valorizzare, attraverso questi, anche le periferie; la riuscita del concerto di Ultimo, insomma, è la prova del “modello Roma”.
Non vogliamo mettere in discussione il valore artistico di un concerto, né tantomeno il diritto di centinaia di migliaia di persone di vivere un momento collettivo. La domanda che ci poniamo è un’altra: un enorme evento in mano ai privati cosa ha lasciato alla città e a chi la abita ogni giorno soprattutto nelle sue periferie?
Come denunciamo da anni, questo è un modello costruito attorno all’eccezione permanente, inaugurata con il modello Giubileo, che va di pari passo con il turismo sregolato, e che mira alla messa a valore della città arricchendo pochi grandi privati, spesso speculatori del mattone e della finanza.
Un modello che poco o nulla lascia però alla città stessa, dove le periferie sono o spazio per allargare la speculazione o vere e proprie discariche di rifiuti di quello che il centro ripulito non ha bisogno: inclusi abitanti delle fasce popolari, i cui bisogni quotidiani e reali vengono sempre più cancellati.
Specificamente sull’evento di sabato scorso abbiamo constatato l’evidente divario tra la retorica dei grandi eventi e le condizioni materiali della città. Centinaia sono state le comprensibili lamentele da parte di chi ha pagato un biglietto per un concerto che non è materialmente riuscito a vedere a causa del malfunzionamento dei maxischermi e una distanza enorme dal palco, o magari la presenza di stand per cibo e bevande nel mezzo.
Ma soprattutto sono stati evidenti gli enormi disagi che hanno affrontato le persone – incluse quelle che lavoravano per il concerto o in funzione di questo – che si sono ritrovate nel panico, bloccate a fine concerto tra metro che non funzionavano, strade bloccate, navette verso i parcheggi inesistenti, e che hanno ripiegato sul dormire per strada persino con bambini al seguito, hanno mostrato un sistema organizzativo e di trasporto incapace di reggere un così grande afflusso di persone.
Un precedente al concerto di Ultimo nella spianata di Tor Vergata è stato proprio il Giubileo dei Giovani lo scorso anno. Grandissimi numeri e cifre notevoli a giustificare una macchina pubblica che si muove per far funzionare un grande, anzi enorme, evento.
In questo caso, il sindaco Gualtieri e l’Assessore Onorato hanno infatti sottolineato più volte quanto questo tipo di evento fosse solo un guadagno per Roma e una possibilità per l’immagine della città. Ma ci chiediamo: un guadagno per chi? Cosa lasciano alla città? In cosa si concretizzano questi eventi?
Guardando al concerto di Ultimo, l’aspetto economico è rilevante, tanto che Onorato ha dichiarato che il concerto è certamente “un’iniziativa culturale perché la musica è cultura, ma è anche un’iniziativa commerciale”. Infatti, al di là del nome dell’artista, dietro il maxi-evento c’è la società Vivo Concerti che, diciamo le cose come stanno, è chi ci guadagna davvero in questa vicenda.
Il comune si vanta di aver tenuto aperta la metro tutta la notte – solo e soltanto grazie a un investimento privato – per un sabato in tutto l’anno. Una cosa che in tante capitali europee è la normalità della gestione del servizio di trasporto pubblico, nella Roma che vive i disagi di un TPL fatiscente diventa anche questo un “grande evento”.
La società Vivo Concerti ha “generosamente” (cit. Ass. Onorato) speso 650 mila euro per i servizi pubblici erogati dal comune. Ma davvero possiamo parlare di generosità se un grande privato, che occupa per giorni uno spazio pubblico e chiede una serie di servizi pubblici in funzione del proprio evento su cui guadagna milioni di euro, effettivamente li paga? Sui giornali si parla di un indotto di 90 milioni, ma a chi sono arrivati quei soldi?
Se già il turismo porta con sé una serie di contraddizioni e problematiche per la città, il tipo di turismo legato ai grandi eventi, considerabile come “mordi e fuggi”, ci pone davanti ancora più criticità. A fronte di una spesa media di circa 350€ a persona, tolto il biglietto del concerto, il trasporto per arrivare a Roma e l’alloggio, non resta molto al tessuto economico della città.
Certo, c’è la tassa di soggiorno, ma sono decenni che si è dimostrato che è una compensazione limitatissima a fronte dei costi che comporta il turismo cosiddetto “di massa”. Nessun tentativo di colpevolizzare chi pratica questo tipo di turismo, ma è un dato di fatto che nel sistema che viviamo, e con l’attuale gestione delle città, purtroppo è difficilmente sostenibile.
Sindaco, assessori e anche Nicola Franco, presidente di FdI del Municipio VI, hanno esaltato la scelta della periferia di Roma come location del concerto che dimostrerebbe come gli eventi culturali non debbano necessariamente svolgersi in centro. Al di là della necessità logistica di svolgere un evento da 250.000 persone fuori dal centro di Roma, dove sarebbe stato materialmente impossibile, ci domandiamo se le periferie si valorizzano occupandole per un giorno o due all’anno con eventi a pagamento.
Ci domandiamo se le persone che la periferia la vivono ogni giorno – quando spesso non si arriva a fine mese a causa del carovita insostenibile – hanno la possibilità di accedere a biglietti di concerti che costano sempre di più: quello di ultimo andava dai 50€ ai 100€ (i parcheggi costavano dai 24€ ai 100€a seconda della distanza).
La musica e i concerti sono certamente parte fondamentale delle iniziative culturali di una città, ma forse chi vive in periferia ha bisogno di vedersi garantiti trasporti efficienti ogni giorno, spazi culturali permanenti, luoghi di aggregazione, biblioteche, servizi pubblici, case e servizi sanitari pubblici, magari anche maxi-eventi, ma che siano accessibili per tutte e tutti e non fonte di speculazione.
Sempre più spesso la cultura viene mostrata solo come la costruzione di eventi giganteschi, unici e irripetibili, edificati intorno ai grandi numeri. Una città, però, non può vivere solamente di momenti apicali e per respirare ha evidentemente bisogno di una cultura diffusa, quotidiana, accessibile, fatta di spazi aperti e presidi sociali che restino vivi anche quando non vengono inquadrati in TV.
Mentre Gualtieri rivendica il Modello Roma in continuità con quello Giubileo, ringraziando la “generosità” di chi fa profitto sulla città, noi immaginiamo un modello di città alternativo. Quando parliamo di città pubblica intendiamo esattamente questo: la cultura per tutte e tutti, i servizi pubblici per tutte e tutti e non solo una volta l’anno, per farci guadagnare grandi società. L’economia che generano questi eventi deve essere realmente per la città e restare nei bilanci pubblici.
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