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Il classismo da salotto di Scurati: dai “guerrieri d’Europa” al disprezzo della rabbia degli oppressi

Non c’è luogo migliore dello studio televisivo di Propaganda Live su La7 – il salotto buono per eccellenza della sinistra autoassolutoria, quella che trasforma la crisi sociale in intrattenimento rassicurante – per misurare l’abisso che ormai separa la produzione intellettuale “progressista” mass-mediatica dalla vita della maggioranza della popolazione italiana.

Ospite della trasmissione di Diego Bianchi, Antonio Scurati ci ha regalato un’altra delle sue performance oserei direi ormai leggendarie, a tal punto dissociata dalla realtà del paese che persino Zoro è rimasto in un silenzio imbarazzato. Ha fatto una battuta a cui nessuno ha riso, una di quelle che valgono più di un trattato sociologico: l’ironia sprezzante sui manifestanti che, nel pieno delle proteste, entrano in una libreria Feltrinelli e ne escono a mani vuote perché non hanno trovato nulla di loro interesse.

Il sottotesto è tanto banale quanto reazionario: quella che scende in strada, che esprime rabbia nei centri storici del consumo blindato, è una “plebe” ignorante, talmente estranea alla “cultura” da non sapere nemmeno cosa farsene di un libro, neppure quando si tratta di saccheggiare uno scaffale.

È il vecchio, intramontabile snobbismo di classe travestito da ironia intellettuale: si irride la mancanza di doppia laurea e dottorato degli strati subalterni per non dover mai fare i conti con le cause strutturali della loro rabbia, dalla devastazione della scuola pubblica alla precarietà esistenziale, fino all’esclusione sociale delle periferie.

E in questo modo si fa anche ricadere sul singolo la “colpa” di non essersi formato sulla Divina Commedia o di non saper nulla di teoria delle stringhe, mentre invece sono proprio i meccanismi istituzionali modellati dalle asimmetrie di potere tra padroni e oppressi che sono costruiti per mantenere esclusi ed marginali ampie fette di quella “eccedenza sociale” di cui il capitale non sa che farsene.

Gramsci, nel primo numero dell’Ordine Nuovo, diceva “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza“, ma non l’ha mai presa come una responsabilità individuale, quanto piuttosto come uno strumento per ribaltare i rapporti di forza vigenti e costruire un mondo su misura della classe operaia.

E infatti aggiungeva poi: “agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza“. L’invocazione è rivolta agli altri, ma il soggetto del perché istruirsi, agitarsi e organizzarsi è collettivo, è “noi”. Gramsci era “organico” (perdonate il prestito da un concetto più articolato) a quei diseredati che oggi Scurati tratta con altezzosità.

Non è difficile immaginare che le parole di Scurati provengano, anch’esse, proprio dalla sua posizione di classe: per chi vede i propri volumi esposti in pila accanto alle casse, chiunque varchi la soglia della libreria senza il portafoglio in mano o senza la riverenza del consumatore istruito non è un soggetto sociale (e forse, presto, politico, organizzato) da comprendere, ma un barbaro da sbeffeggiare.

A rendere ancora più indigesta l’uscita del vincitore del Premio Strega (dov’è arrivata la letteratura italiana…) è la sua perfetta coerenza con una visione del mondo profondamente paternalista, classista, razzializzata, che offre un perfetto assist alla retorica “remigratoria” dei post-fascisti al governo. Un atteggiamento intellettuale che era già emerso in altri monologhi.

Parliamo infatti dello stesso scrittore che, pretendendo di tessere l’elogio dei migranti in chiave antirazzista, li aveva già ridotti a una massa di disperati la cui funzione sociale è quella di svolgere i lavori più infimi, peggio pagati, “sporchi” che, secondo le invenzioni della destra, gli italiani non vogliono più fare.

In questo tipo di narrazione il lavoratore straniero o di seconda generazione viene accettato, difeso e persino compatito solo a una condizione precisa: che resti inchiodato al proprio posto nella divisione internazionale e interna del lavoro. Finché consegna pacchi a cottimo, raccoglie pomodori nelle campagne, pulisce i bagni o assiste gli anziani in silenzio, l’immigrato “illitterato” è da difendere.

Ma nel momento esatto in cui i figli di quegli stessi sfruttati, insieme ai giovani precari delle periferie metropolitane, rifiutano il destino di invisibilità che la classe dominante gli ha cucito addosso, la benevolenza evapora in un istante, lasciando il posto al disgusto aristocratico verso la “plebaglia” che di un libro non sa che farsene. Sarà perché i pochi soldi che ha li usa per mangiare invece che per comprare un romanzo di Scurati.

Viene da chiedersi se Scurati, il grande intellettuale, abbia mai letto Frantz Fanon e “I dannati della terra”, uno dei capisaldi del pensiero decoloniale. Perché al di là della gara a chi condanna o meno le “violenze” (ma una vetrina può essere paragonata o valere più di un essere umano?), c’è chi ha problematizzato accademicamente l’opera di irregimentazione e “spegnimento” sociale fatta attraverso la “morale della non-violenza”, valida solo per gli oppressi, e in particolare proprio quelli delle aree metropolitane.

Detto in termini più quotidiani, il compianto fisico Angelo Baracca, nel suo ultimo messaggio prima di andarsene, ci aveva già detto cosa ne pensava della non-violenza in maniera provocatoria, ovvero che “non abbia senso, sia una velleità vuota che sussiste solo in Europa, è velleità vuota in America, non una prospettiva reale, andate a praticarla in Africa nera“.

Ma senza chiedere a Scurati di viaggiare lungo il fiume Congo, il vero nodo sul tavolo dovrebbe essere chiaro anche allo scrittore: milioni di persone sono state marginalizzate, ogni rappresentanza politica o sociale che non fosse quella del “migrante-risorsa”, ribadita proprio da Scurati, è stata scientificamente cancellata o criminalizzata, e quando il dissenso ha rotto i propri argini la classe dominante ha, da una parte, inasprito la politica securitaria, dall’altra, ha adottato la strategia della provocazione che, per fortuna, è fallita lo scorso fine settimana.

Eppure, appena un anno e mezzo fa, dalle colonne de La Repubblica Scurati invocava il ritorno dei “guerrieri d’Europa”, con la guerra che era diventata una sorta di tabù per le “democrazie” europee (forse era troppo chino sullo scrittoio per accorgersi dei crimini commessi in Somalia, dei bombardamenti su Belgrado, dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, dello smembramento della Libia…), mentre era necessario recuperare un po’ di quello spirito bellicista che venne poi rappresentato in Piazza del Popolo sotto la bandiera dell’UE.

Questi “guerrieri d’Europa” dovranno saccheggiare le biblioteche, come hanno fatto gli israeliani con i 70 mila libri trafugati dalle case e istituzioni dei palestinesi costretti alla fuga durante la Nakba per ricevere l’approvazione di Scurati? È sicuro il grande scrittore che i guerrieri di cui parlava un anno e mezzo fa fossero tutti laureati all’Alma Mater, alla Sapienza o alla Cattolica?

Una cosa è certa: per Scurati, quando il saccheggiatore illitterato indossa un’uniforme e marcia sotto le insegne della “civiltà europea”, è un guerriero da cui prendere esempio. Ma se indossa una felpa e ad essere derubata non è una popolazione solita vivere all’equatore ma il negozio di Gucci sotto casa, osando addirittura uscire a mani vuote da una libreria, allora la sua protesta deve essere delegittimata come un’azione mossa da ignoranza.

Scuserete il sarcasmo ma è per mostrare il cortocircuito di queste espressioni intellettuali così povere e poco adatte alla complessità della società. La battuta fatta a Propaganda Live non è dunque un semplice scivolone di cattivo gusto. È il sintomo del suprematismo europeo che sta funestando il nostro futuro, promettendoci che saremo grandi guerrieri, ma senza pane.

Scurati è uno dei suoi cantori, che da tempo hanno sostituito alla critica sociale il disprezzo verso i settori popolari. Personaggetti sempre pronti a commuoversi per gli ultimi finché restano braccia da lavoro a basso costo, sempre pronti a evocare gli elmetti quando lo richiede l’agenda di Bruxelles, irriducibilmente schierati a difesa delle vetrine e non delle persone.

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