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I “maranza” di Piazza Statuto (Torino, luglio 1962)

Quella di “maranza” è una definizione di classe. È di classe perché è il loro nemico di classe ad affibbiargliela, esattamente come più di 70 anni fa si fece con “terroni“, e ancora più indietro, all’altezza dell’Unità d’Italia, si fece con “cafoni” e “briganti“.

“Terroni” definiva un gruppo sociale alieno rispetto al contesto produttivo e culturale del Nord, con una mentalità e un modo di fare, oltre che con una lingua, il dialetto o l’italiano fortemente influenzato dal dialetto, che era impiegato nelle fabbriche ed era del tutto estraneo alla disciplina di fabbrica, ai codici del proletariato urbano e persino alla disciplina del sindacato tradizionale.

Erano gli anni in cui nei locali pubblici si vietava l’ingresso ai terroni e ai cani, o si evitava di affittare loro i miseri tuguri nei sottotetti di Torino.

Erano considerati “violenti” perché camminavano (come faceva qualunque contadino) con il coltellino in tasca.

Erano “irruenti“: secondo un’incerta etimologia “terroni” deriverebbe da terremoto (Bruno Migliorini) o dal fatto che fossero legati alla “terra” (Accademia della Crusca).

Quando nel luglio 1962 la UIL firmò l’accordo separato con la FIAT (rompendo e tradendo l’unità sindacale), la rabbia accumulata da questi giovani lavoratori sradicati esplose in tre giorni di barricate e sassaiole sotto la sede del sindacato a Torino.

Se solo due anni prima, nel 1960 a Genova, i “ragazzi in maglietta a strisce” scesi in piazza contro il governo “monocolore” del democristiano Tambroni (nato con l’appoggio esterno dei fascisti in parlamento del Movimento Sociale Italiano) venivano celebrati dalla sinistra come eroi antifascisti, a Torino la musica cambiò radicalmente.

Non appena la protesta travalicò i binari del partito e del sindacato, non solo la risposta della stampa benpensante ma anche della sinistra ufficiale (del PCI e della CGIL) fu immediata e spietata: quei giovani immigrati meridionali vennero bollati come “teppisti”, “provocatori”, “elementi estranei alla classe operaia”.

Ancora oggi ci dibattiamo – senza alcuna cautela – in queste dicotomie.

Ci vollero intellettuali “eretici” come Fortini (che scrisse e recitò il commento del documentario di “Scioperi a Torino“) o le nuove leve di intellettuali militanti che diedero vita a riviste come i “Quaderni Piacentini”, appena nati con le inchieste di Grazia Cherchi e Goffredo Fofi (il quale sarà ricordato per sempre per un suo libro, “L’immigrazione meridionale a Torino”, Feltrinelli 1964), o come i “Quaderni Rossi“ di Panzieri e Tronti (attenti alla vita di fabbrica del “neocapitalismo”, come si diceva allora), per rifiutare quella condanna moralistica e capire che dietro le “vetrine rotte” non c’era semplice “banditismo”, ma la prima emersione dell’operaio-massa e delle contraddizioni che esso incarnava.

Quei due episodi (Genova ’60 e Torino ’62) simbolicamente diedero inizio al “ventennio rosso”, come alcuni definiscono gli anni Sessanta e Settanta per la frequenza e l’intensità delle lotte più o meno spontanee e il livello di consapevolezza e organizzazione raggiunto (e che simbolicamente, ma mica tanto, si concluderà con l’operazione “7 aprile” 1979, che arresterà tutti i dirigenti dell’Autonomia operaia, in quanto ritenuti come il fronte di massa delle BR. La droga dell’operazione dei servizi segreti denominata “Blue Moon” e la legge sui pentiti faranno il resto).

Oggi sarebbe assai difficile leggere quanto avvenuto a Milano nei giorni passati con le lenti di intellettuali di sinistra come Antonio Scurati (quello di “M il figlio del secolo”), il quale a “Propaganda live” ha detto che i “casseur-maranza-teppisti” che sono entrati alla libreria Feltrinelli poi sono usciti a mano vuote perché per loro non c’era niente da prendere; oppure con quelle di Michele Serra, ospite di “Che tempo che fa”, che si preoccupa del fatto che la società in cui viviamo abbia portato giovani a rischiare la vita per delle scarpe firmate.

Così si parlò dei giovani terroni di Piazza Statuto. Così si parlò dei proletari degli anni Settanta. Così si parla, ancora oggi, dei Maranza.

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