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L’assedio diBani Walid

L’assedio di Bani Walid
E’ una delle quattro città in mano ai lealisti. Continuano i negoziati, ma è già crisi umanitaria

Bani Walid, cittadina arriccata su colline rocciose 150 chilometri a sud-est di Tripoli, è diventata il centro delle manovre politico-militari, in questo ultimo scorcio di guerra libica – e rischia di diventare il teatro di una nuova crisi umanitaria, e dell’ultimo confronto armato. Bani Walid infatti è una delle quattro città che restano in mano a forse lealiste del vecchio regime – insieme a Sirte sulla costa, Jufra e Sabha nel profondo sud – e dunque assediate dalle forze del Cnt, il consiglio nazionale di transizione.
Ma mentre Sirte resta oggetto di bombardamenti della Nato, a Bani Walid sono in corso negoziati, e le autorità «di transizione» tengono a dimostrare che stanno facendo il possibile per uscire dall’impasse in modo pacifico. Ieri hanno annunciato di aver mandato 25 medici nella città, per evitare una crisi umanitaria che sta precipitando. Le testimonianze (delle molte persone che vanno e vengono, negoziatori e abitanti) dicono che le scorte di cibo sono ormai scarse e che mancano acqua ed elettricità.
Bani Walid è la città dei Warfalla, una delle tribù più numerose e potenti del paese (fanno circa un milione di persone, su 6 milione di libici in totale), è sempre stata determinante nel bilancio dei poteri – ed è rimasta fino all’ultimo fedele a Gheddafi: una soluzione «politica» invece che militare sarebbe un segnale importante di consenso al Cnt. Ma il negoziato è tutt’altro che facile. Domenica sembrava fatta, poi i colloqui si sono interrotti – anche se l’ultimatum lanciato dal Cnt per la resa è spostato a sabato.
il capo negoziatore dei ribelli, Abdullah Kenchil, ha attribuito la rottura dei negoziati a Moussa Ibrahim, l’uomo che negli ultimi mesi è stato portavoce di Gheddafi: afferma che è stato lui a convincere i Warfalla a porre la condizione che i ribelli entrino in città disarmati. E’ stato Kenchil a riferire ai cronisti stranieri che i lealisti «hanno messo cecchini sui tetti», che «non vogliono negoziati e minacciano chiunque si muova». La tesi del Cnt insomma è che la popolazione sarebbe favorevole alla resa ma gli elementi legati a Gheddafi lo impediscono – molti dei dirigenti del vecchio regime appartenevano ai Warfalla. Tesi non verificabile: pare ragionevole che la città e i suoi notabili, più o meno vicini al vecchio regime, vogliano garanzie di immunità – di non essere arrestati appena si saranno arresi.
La sospensione dei negoziati avvicina la prospettiva di un assalto militare, insisteva ieri il negoziatore Abdullah Kenchil. Più cauto il capo del Cnt, Mustafa Abdul Jalil, che intende dare ancora tempo ai negoziati.
Il capo del Cnt ieri ha anche riferito che due figli di Gheddafi, Saif al Islam e Mutassim, si trovavano proprio a Bani Walid fino a sabato scorso; ne sarebbero fuggiti discretamente domenica, in un convoglio di auto, diretti verso sud.
Mentre un’altra notizia di defezione (o fuga) è venuta dalle autorità del Niger: hanno confermato cje il capo delle brigate di sicurezza di gheddafi, Mansour Dhao, è entrato nel paese e si trova ora a Agadez, da cui si muoverà per raggiungere la capitale niamey. Dhao, insieme a una decina di persone dell’entourage lealista, erano arrivati al posto di frontiera libico-nigerino una settimana fa, e domenica infine hanno avuto il beneplacito a entrare.
La guerra libica intanto ha creato una crisi a Londra e forse a Washington. Infatti Abdel Hakim Belhadj, leader ribelle attualmente al comando della sicurezza a Tripoli, ha detto che chiederà formali scuse dal Regno unito e dagli Usa per il suo arresto e il suo trasferimento nella Libia di Gheddafi dove fu sottoposto a tortura nel 2004. Si tratta di una delle «extraordinary rendition» di cui parlano documenti rinvenuto negli archivi dell’intelligenze ormai abbandonati a Tripoli, di cui hanno riferito il New York Times e Human rights Watch. Rivelazioni imbarazzanti: e ieri Londra ha annunciato che una commissione indagherà per stabilire se davvero servizi segreti britannici collabirarono nel trasferimenti (illegale) di detenuti in un paese dove potevano essere sottoposti a tortura.
sa “il manifesto” del 6 settembre 2011

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