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Prigionieri a casa! Una marea umana scalda Bilbao

Una vera e propria marea umana sta attraversando Bilbao. Almeno 100 mila persone, la manifestazione più grande mai realizzata nei Paesi Baschi negli ultimi decenni (secondo i rigorosissimi metri di valutazione locali, con il metro italiano i partecipanti diventerebbero due o tre volte di più). 
“Kolosala izango da” è stata la parola d’ordine che nelle ultime settimane ha mobilitato tutta la società basca su iniziativa della piattaforma Egin Dezagun Bidea. Uno slogan che è risuonato sui quotidiani e sulle riviste locali, nei video autoprodotti in ogni quartiere ed in ogni località e incollati su face book e su twitter, sugli striscioni appesi ovunque. “Sarà colossale”, era la promessa. Mantenuta. Alle 17.30 c’era tanta di quella gente in piazza nel centro nuovo della maggiore città di Euskal Herria che le decine di migliaia di manifestanti non riuscivano a muoversi. Poi pian piano l’enorme serpentone ha cominciato ad avanzare, in un clima di enorme emozione per un evento che ha un carattere storico. Davanti a tutti migliaia di parenti e amici di prigionieri e prigioniere politici baschi. Giovanissimi e anziani, col fazzoletto al collo per reclamare il rimpatrio dei loro cari e un cartello in mano con la foto di chi è rinchiuso nelle carceri spagnole o francesi. O di chi è stato costretto all’esilio da una persecuzione giudiziaria e politica contro la sinistra basca che non ha subito modifiche, al massimo inasprimenti. 

Immagini mandate in diretta dall’emittente tv Hamaika Telebista e dal sito del quotidiano Gara, slogan in euskera, castigliano e francese ritrasmessi da decine di radio comunitarie in tutta la geografia basca. Organizzazioni politiche della sinistra basca mischiate ai sindacati, i movimenti di donne e di studenti insieme agli agricoltori e ai pastori, gli intellettuali con i militanti e gli attivisti sociali. E tanta, tanta gente normale. Emozionata, determinata e stufa della punizione e della vendetta che Parigi e Madrid esercitano su tutta la società attraverso i prigionieri e le prigioniere.

Nonostante la fine definitiva della lotta armata annunciata e confermata dall’Eta in più occasioni, nonostante la esplicita rinuncia ad ogni forma di violenza politica da parte delle organizzazioni della sinistra indipendentista, nulla finora si è mosso nel governo spagnolo e nei suoi apparati di sicurezza. Nulla ancora è stato fatto o annunciato per rimuovere una violazione sistematica e scientifica dei diritti dei prigionieri politici baschi che già il governo socialista di Felipe Gonzales e poi tutti i suoi successori hanno adottato e indurito come strumento di ulteriore repressione. Repressione nei confronti di chi è finito in carcere per aver militato nell’organizzazione armata, ma anche semplicemente e sempre più spesso negli ultimi anni di chi è finito in cella perché sindacalista, giornalista, scrittore, cantante, ecologista, femminista. Una repressione che colpisce i prigionieri e i loro familiari, obbligati a percorrere migliaia di chilometri al mese per poter visitare i propri cari in galera, con colloqui che spesso saltano all’ultimo momento per imperscrutabili decisioni dei direttori delle carceri, con decine di persone morte o gravemente ferite in incidenti stradali sulle autostrade che portano ai penitenziari allungando così la lista delle vittime del conflitto. Un conflitto che un po’ di coraggio e di lungimiranza da parte della classe politica spagnola e da parte dell’oligarchia basca avrebbe potuto chiudere anni fa, risparmiando a tutti inutili sofferenze. A parte qualche dichiarazione conciliante di qualche esponente politico socialista – facile ora che il Psoe è stato sbattuto all’opposizione! – nulla all’interno degli eredi del franchismo fa pensare che Rajoy e i suoi vogliano cambiare rotta. Ma i baschi non si danno per vinti, e sono tornati per l’ennesima volta oggi a riempire le strade e le piazze delle loro città. E a gridare uno slogan che è risuonato instancabile negli ultimi decenni, da quando le galere spagnole e francesi hanno ricominciato immediatamente a riempirsi di dissidenti politici dopo la brevissima pausa seguita alla transizione dal franchismo alla ‘democrazia’. “Presoak etxera” e “Amnistia” hanno detto, forte e chiaro, decine di migliaia di baschi ma anche di catalani, di aragonesi, di galiziani, perfino di castigliani e di andalusi arrivati con gli autobus e le loro macchine a Bilbao. Intanto “Prigionieri a casa”. Così come prescrive una legge spagnola sistematicamente violata sulla base di una decisione politica bipartisan che ha visto destra e sinistra concordi nello sparpagliare in decine di carceri, le più lontane possibile dal Paese Basco, quei 700 e più attivisti politici tuttora prigionieri. “A casa” quelli che hanno scontato i tre quarti della loro pena (sono 175), o che soffrono infermità incompatibili con la galera e l’isolamento.

A casa, per ricominciare tutti insieme a costruire un paese nuovo, solidale, aperto e giusto. Con le armi della politica, della partecipazione e della passione. Quella stessa passione che ha reso oggi le strade di Bilbao troppo strette e le sue piazze troppo piccole. 

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