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Bangladesh: strage di operai. Rabbia contro le multinazionali


Sale di ora in ora il bilancio della strage causata la scorsa settimana dal crollo di un edificio di otto piani, alla periferie di Dacca, zeppo di operai al lavoro nelle fabbriche tessili controllate da numerose multinazionali straniere. L’ultimo bilancio parla di almeno 391 vittime recuperate, ma sarebbero moltissimi i corpi ancora intrappolati sotto le macerie, ormai senza vita. Da quando ieri i soccorritori hanno cominciato ad utilizzare i mezzi pesanti per rimuovere le macerie invece di scavare con le mani e con le pale non sono stati ritrovati superstiti. All’appello mancherebbero addirittura 600 persone, e quindi il bilancio complessivo della tragedia si avvicina a circa 1000 vittime, senza contare 2400 sopravvissuti che hanno comunque riportato ferite di varia entità. Il Rana Palace ospitava cinque fabbriche tessili, una banca e diversi negozi.

Ieri le strade della capitale del Bangladesh si sono riempite di nuovo di operai e operaie che invocavano la pena di morte per i proprietari dell’immobile (cinque di loro sono stati arrestati), accusati di aver autorizzato i lavori di costruzione di un nono piano senza tenere in conto la sicurezza di chi era al lavoro. Intanto il vice presidente dell’associazione delle industrie tessili del Bangladesh (4.500 le società associate), Shahidullah Azim, ha incontrato i rappresentanti di alcuni grandi marchi internazionali che si riforniscono nel Paese asiatico, comprando capi di abbigliamento pagati pochi dollari e poi rivenduti in tutto il mondo a cifre assai superiori. Tra queste lo svedese H&M, lo statunitense Gap, l’olandese C&A e il cinese Li and Fung. ”Vogliamo rassicurarli – ha poi spiegato Azim – sul fatto che faremo il possibile per impedire che questo genere di tragedia si ripeta”. Le polemiche pero’ intanto si moltiplicano e coinvolgono anche l’azienda italiana Benetton. ”Etichette di Benetton sono state ritrovate tra le macerie del Rana Plaza. Alcune t-shirt ‘United Colors of Benetton’ sono state fotografate da alcuni fotoreporter dell’agenzia Afp sulla scena del disastro”, ha scritto l’ong Campagna Abiti Puliti, allegando alcune foto di documenti contabili e di un capo d’abbigliamento tra le rovine. ”Inoltre – si legge nel comunicato dell’ong – siamo in possesso di una copia di un ordine di acquisto da parte di Benetton per capi prodotti dalla New Wave, una delle fabbriche del Rana Plaza”.
Nel pomeriggio, per l’azienda veneta, Luca Biondillo ha cercato di sminuire la propria presenza nelle aziende coinvolte nel disastro e nello sfruttamento della manodopera a basso prezzo, sottolineando “l’occasionalità” della fornitura. ”Nessuna delle aziende coinvolte nel tragico incidente di Dacca è ad oggi un nostro fornitore – ha detto Biondillo -. Abbiamo verificato che quantomeno un ordine in passato c’é stato, forse due: si tratta di una subfornitura occasionale, one shot, come capita nel settore tessile. Ma a fine marzo lo avevamo già eliminato dai nostri fornitori regolari per gli audit non convincenti che ci erano arrivati”. ”Bisogna però precisare che questi audit non comprendono mai informazioni sulle strutture degli edifici”, ha sottolineato l’azienda italiana.
Fatto sta che l’agenzia France Press fa sapere di aver ricevuto dalla “Federazione operai tessili” del Bangladesh documenti contenenti un ordine da circa 30mila pezzi fatto nel settembre 2012 da Benetton alla New Wave Bottoms Ltd, una delle manifatture spazzate via dal crollo di mercoledì scorso. La dicitura “Benetton” appariva anche sul sito internet dell’azienda, all’indirizzo www.newwavebd.com, ma poi alcune ore dopo la tragedia il sito è sparito dal web.
Da Londra nel frattempo Primark, gigante britannico nella produzione di abbigliamento a basso costo che nel palazzo crollato aveva alcuni laboratori che confezionavano suoi articoli, ha fatto sapere che verserà un’indennità a favore delle vittime. E ha spiegato: ”Daremo aiuti nel lungo termine ai bambini che hanno perso i genitori, aiuti finanziari per i feriti e per le famiglie in cui ci sono state vittime”. Basterà a placare la rabbia della classe operaia del Bangladesh? Gli operai che lavorano per i grandi marchi internazionali, di quelli che sfilano sulle passerelle o che pagano migliaia di euro al mese per avere i propri punti vendita nei salotti delle capitali di tutti il mondo, lavorano anche dieci, dodici ore al giorno, senza ferie, senza assicurazione sanitaria, senza diritti. E il loro stipendio si aggira intorno ai 400 dollari. All’anno. Esattamente il costo di alcuni dei capi che con il loro lavoro contribuiscono ad assemblare…

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