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Colombia: rivolte e sciopero generale

Il 19 agosto scorso in Colombia è stato convocato uno sciopero generale indetto dai principali movimenti contadini, da minatori autonomi, autotrasportatori, dipendenti del settore sanitario e educativo, studenti, e appoggiato da sindacati e organizzazioni popolari. La maggior parte di queste componenti avevano già partecipato alla fondazione, nel 2012, del movimento sociale e politico “Marcha Patriótica”. Denominatore comune delle proteste, che stanno continuando anche in questi giorni, è il rifiuto della politica neoliberale prevista dal Piano per lo Sviluppo Nazionale 2010-2014 dal nome “Prosperità per tutti” avviata sotto la Presidenza Santos ed, in particolare, dal Trattato di Libero Commercio stipulato con gli Stati Uniti nel maggio 2012. Quest’ultima misura, in particolare, ha provocato in Colombia un aumento massiccio delle importazioni di beni alimentari, causando gravi danni alla produzione agricola del paese. A un anno dall’entrata in vigore del Trattato stesso, ratificato senza alcuna forma di consultazione popolare, è possibile vedere gli effetti negativi di una simile politica. Non esistono sussidi all’agricoltura né barriere protezionistiche e l’instaurazione di un sistema di libero commercio di beni e servizi stanno danneggiando i settori coinvolti1. L’applicazione della risoluzione 970 del 2010, inoltre, approvata dall’Istituto Agrario Colombiano (ICA)2 ha portato a numerosi casi di abusi da parte della polizia, la quale ha costretto con la forza molti contadini a distruggere tonnellate di raccolto, che sarebbe poi stato usato per recuperare i semi per la semina successiva.

 

 

La liberalizzazione economica avviata a partire dalla Presidenza di Cesar Gaviria, al comando del paese dal ’90 al ’94 – e proseguita con accordi tra il paese latino americano, Stati Uniti e istituzioni internazionali, dei quali il Plan Colombia è il più noto -, ha portato a conseguenze nefaste, provocando in molti casi la sottrazione fraudolenta di terre contadine e la loro concessione, anche da parte dello Stato, a investitori stranieri, con il conseguente dislocamento di intere comunità rurali verso zone periferiche. L’attuale situazione vede milioni di sfollati nella miseria3, le campagne minacciate dallo spopolamento, un tessuto sociale e un’economia contadina in ginocchio.

 

Secondo lo studioso colombiano della questione agraria Héctor Mondragón, i danni peggiori causati dal Trattato di Libero Commercio si sono registrati, in modo particolare, nel settore cerealicolo (mais, riso, farina, sorgo – coltivazione quest’ultima tipica delle agricolture di sussistenza), dei legumi (fagioli e piselli) e di altre verdure (quali pomodoro, cipolla e carota). Sono state colpite, inoltre, le attività zootecniche, come gli allevamenti di pollo e maiale. Si sta assistendo ad un continuo calo dei prezzi dei prodotti agricoli, ad una riduzione del terreno coltivato e della produzione regionale e nazionale. D’altra parte, si è assistito anche ad un aumento dei prezzi delle materie prime (come i semi), così come ad un’aggravarsi della dipendenza alimentare del paese nei confronti delle economie esportatrici occidentali.

 

L’unico mercato “agricolo” che sembra non conoscere crisi è quello dei biocombustibili come la canna da zucchero e la palma africana (monocolture che sfruttano grandi estensioni di terra, rendendo il terreno sterile), controllato da poche grandi imprese, spesso straniere4.

 

Uno dei temi fondamentali rimane comunque la questione dei brevetti sui semi, dal momento che alcune multinazionali, tra le quali la più nota è la Monsanto, sono in grado di brevettare col proprio marchio, recintando così la biodiversità negli angusti limiti della proprietà privata, sementi che sono state selezionate e scambiate per millenni dai contadini. Per quanto la maggior parte delle persone che abitano nei paesi a capitalismo avanzato, ritengano ormai la proprietà della terra un fatto naturale, c’è ancora chi, in paesi come quelli latino americani, che si ostina a ritenerla un’assurdità. Nel caso colombiano, i contadini e i piccoli produttori che conservano le proprie sementi rischiano fino ad otto anni di carcere o multe salatissime. La logica che sottende a questo tipo di politiche sembra essere rivolta a proteggere i monopoli delle multinazionali. Sempre secondo la risoluzione 970, ogni semina deve cominciare con semi nuovi, brevettati, certificati dall’ICA che costringono anche all’acquisto di determinati “fertilizzanti” e pesticidi. Sembra proprio che la Colombia abbia ceduto la sua sovranità alimentare, politica ed economica.

 

Le proteste e i vari scioperi convocati in queste settimane hanno portato alla ribalta problemi che affliggono il paese da tempo e le rivendicazioni sono state raccolte in questi giorni in un documento stilato da un’assemblea (Mesa de integración y acuerdo “MIA – NACIONAL”) di contadini e piccoli produttori provenienti da ogni angolo del paese, con l’intenzione di rivolgerle al governo. Nell’appello si ribadisce la necessità di misure ed azioni per risolvere la crisi della produzione agricola, si rivendica l’accesso alla terra insieme alla richiesta di un’effettiva partecipazione delle comunità rurali e dei minatori autonomi nella formulazione e nello sviluppo delle relative politiche. Oltre a ciò si domandano misure e garanzie che garantiscano l’esercizio dei propri diritti politici e consistenti investimenti in materia di istruzione, sanità, casa, servizi pubblici. Con il dichiarato intento di conservare le tradizioni e la cultura locale, si reclamano il diritto al libero scambio di sementi naturali non brevettate e non transgeniche, il diritto alla sovranità alimentare e il rispetto della natura.

 

L’attuale Presidente Juan Manuel Santos, alla presidenza dall’agosto 2010 e già ministro della difesa nel governo Uribe quando esplose lo scandalo dei “falsos positivos5“, ha, in un primo momento, negato l’esistenza dello sciopero generale nonostante diversi siano stati gli interventi della polizia, durante i quali non sono mancati episodi di repressione, e ha poi reagito minacciando la militarizzazione della capitale, Bogotà. Numerose, comunque, sono state le mobilitazioni e le manifestazioni di solidarietà verso le lotte colombiane da varie parti del mondo. Il governo accusa, inoltre, le opposizioni di fomentare le rivolte e le violenze, sfuggendo alle proprie responsabilità, che lo vedono complice degli interessi delle multinazionali e del grande capitale straniero.

 

Oltre agli ultimi Trattati di libero commercio stipulati con gli Stati Uniti, la Colombia di Santos ha recentemente stretto accordi di libero scambio con Canada, Svizzera e Unione Europea oltre ad aver approvato la “Alianza del Pacífico”, ovvero, un accordo sottoscritto insieme a Cile, Perù e Messico per creare un blocco commerciale di paesi esportatori di materie prime più imponente dell’America Latina e che entrerà in vigore a fine anno, aggravando ancora di più la difficile situazione attuale. Contrariamente, paesi guidati da governi di sinistra come Brasile, Argentina e Venezuela, non vedono di buon occhio tale alleanza che permetterebbe alla politica statunitense di consolidare la propria egemonia nella regione, ostacolando ogni progetto di integrazione economica al di fuori del suo controllo.


 

Il 4 settembre si sono registrate numerose manifestazioni nei principali centri del paese, con la convocazione di un “cacerolazo6” nazionale in sostegno allo sciopero nazionale (agrario, della sanità, dell’educazione e degli autotrasportatori), per spingere il governo all’apertura di un tavolo di negoziazione per discutere le proposte dei manifestanti. Santos, tuttavia, sembra avere intenzione di dialogare solo con una minoranza più addomesticata del movimento, a scapito delle componenti più rappresentative. L’11 e il 12 settembre sono previste nuove proteste.

 

Il movimento Marcha Patriótica, che si batte anche per la partecipazione popolare al processo di pacificazione avviato con le FARC nel 2012, chiede da tempo che venga convocata un’Assemblea Costituente per discutere un nuovo progetto politico, economico e sociale. La M.P. riunisce più di 1700 organizzazioni che con spirito deliberativo e costruttivo, tentano di conquistare una “Seconda e Definitiva Indipendenza”. Per riassumere, le parole d’ordine che si levano dalle piazze e dalle strade in questi giorni sono, sovranità e autodeterminazione. E a ragione, perché sembra assurdo vedere un paese così ricco di risorse naturali, tra le quali si contano giacimenti di petrolio, lasciare nella miseria milioni di persone, per favorire gli interessi dei paesi occidentali e delle loro multinazionali.

 

1. Nonostante la protesta sia animata principalmente da gruppi di contadini e piccoli produttori, l’eterogeneità dei settori coinvolti si rispecchia nelle diverse rivendicazioni in atto.

 

2. Istituto dipendente dal Ministero dell’Agricoltura colombiano che stabilisce i requisiti per la produzione, il confezionamento, l’importazione, l’esportazione, lo stoccaggio, la commercializzazione e / o l’uso di semi nel paese, il suo controllo e altre disposizioni in materia.

 

3. La Colombia è uno dei paesi dove è più alta la concentrazione della terra e con più rifugiati interni, anche a causa della guerra silenziosa che si combatte da tempo. Secondo alcuni dati, 14 milioni di contadini vivono in condizioni di povertà e sono più di un milione le famiglie a cui è negato l’accesso alla terra.

 

4 In America Latina il mercato della canna da zucchero per la produzione di bioetanolo è cresciuto in modo spaventoso negli ultimi anni, obbligando i lavoratori a triplicare la produttività giornaliera per poter riuscire a sopravvivere. Il taglio della canna, un lavoro disumano fatto interamente a mano, sfrutta il cospicuo esercito industriale di riserva, formato perlopiù da migranti interni, riducendo in schiavitù coloro che lavorano nelle piantagioni. A tal proposito, consiglio la visione del documentario brasiliano “Migrantes”, in lingua portoghese. Per chi non dovesse comprendere la lingua sappia che le immagini di questo interessante documentario parlano da sole. https://www.youtube.com/watch?v=Laf1BwcGpgI

 

5. Scandalo scoppiato nel 2008, da cui emerse che membri dell’esercito colombiano assassinavano civili innocenti facendoli passare come guerriglieri morti in combattimento (anche a causa di incentivi economici), con l’obiettivo di presentare risultati positivi delle brigate di combattimento impegnate nel conflitto armato interno al paese.

 

6. Manifestazione nella quale i dimostranti armati di padelle, casseruole, coperchi e utensili simili protestano formando cortei rumorosissimi, anche spontanei.

 

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