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Robert Menard, da Reporter senza Frontiere ai fascisti del Front National

Prima seminarista, poi anarchico, poi trozkista, poi socialista, da pochi giorni Robert Menard – figlio di coloni francesi in Algeria – è stato eletto sindaco del comune di Beziers nella lista del Front National, il partito fascistoide, nazionalista e xenofobo guidato da Marine Le Pen.

Per anni ha preteso di rappresentare la battaglia per la libertà di stampa nel mondo a capo dell’associazione da lui fondata, “Reporter senza frontiere”. In molti – noi mai – gli hanno creduto, lo hanno appoggiato, incensato, celebrato, anche a sinistra. Anche quando invece di prendere di petto la censura e le violazioni della libertà di stampa e di espressione nei paesi capitalisti concentrava sempre più ossessivamente le sue campagne – opportunamente finanziate e sostenute dai poteri forti internazionali – contro Cuba, il Venezuela e altri paesi dichiarati ‘canaglia’ dall’amministrazione statunitense e per questo attaccati e denigrati allo scopo di facilitare una eventuale aggressione militare o destabilizzazione ‘creativa’.

Negli ultimi anni le accuse contro di lui e i suoi agganci si sono moltiplicate e amplificate, ma il personaggio ha continuato a godere di buona fama grazie al sostegno della grande stampa ‘progressista’ (Repubblica, El Pais e il loro giro internazionale, per capirci). C’è chi lo ha anche accusato di essere un agente dei servizi di intelligence nordamericani vista l’irruenza delle sue isteriche campagne contro i nemici degli Stati Uniti (e dell’Unione Europea). D’altronde non sono stati pochi i viaggi a Miami, ospite degli ambienti della mafia cubano-americana, e le collaborazioni con la ‘Saatchi & Saatchi’, grande agenzia internazionale di comunicazione. Sul fronte della difesa dei giornalisti incarcerati o uccisi in molti gli hanno rimproverato il disinteresse assoluto dimostrato nei casi di Tars Protsyuk della Reuters e di José Couso, della tv spagnola TeleCinco, entrambi uccisi nel 2003 a Baghdad dai colpi sparati da un carro armato statunitense. All’epoca Menard considerò una ‘tragica fatalità’ che il tank a stelle e strisce avesse sparato contro l’Hotel che – era risaputo – ospitava i giornalisti internazionali inviati nella capitale dell’Iraq.

Nel 2007 il sito d’inchiesta statunitense Counterpunch pubblicò un articolo di Diana Barahona e Jeb Sprague in cui i due ricercatori denunciavano le relazioni tra Reporter Senza Frontiere – che all’epoca era all’apice della sua influenza politica e mediatica – con il Dipartimento di Stato USA, passando per i contratti con il National Endowment for Democracy (NED) e l’International Republican Institute (IRI), due delle coperture usate dalle amministrazioni statunitensi per orientare le opinioni pubbliche e intervenire contro i paesi presi volta per volta di mira. Ancora prima la rappresentante in America Latina di Reporter senza frontiere, María José Pérez Schael, fede apologia della giunta confindustriale e di destra che aveva appena realizzato un colpo di stato – per fortuna poi fallito – rimuovendo con la forza dal potere Hugo Chavez in Venezuela.

Nel 2008 Menard cominciò a dedicare le sue attenzioni alla Cina, salendo di notte sulla cattedrale di Notre-Dame per sventolare uno striscione che recitava “Freedom in China”, alla vigilia dei giochi olimpici di Pechino, mentre da tempo si dedicava a creare il fenomeno Yoani Sanchez, mentre si era bellamente disinteressato di altre decine di blogger perseguitati, torturati e uccisi in diversi paesi sotto il controllo del ‘democratico occidente’.

Nel 2008 lasciò l’incarico di segretario dell’organizzazione ‘pro libertà di stampa’ fondata nel 1985 per andare a dirigere il Centro per la libertà di informazione a Doha, in cambio di uno stipendio a sei zeri da parte dell’emiro a capo di uno dei peggiori inferni per i giornalisti indipendenti. Quando tornò a Parigi, nel 2009, cominciò a fare dichiarazioni pubbliche a favore dello sdoganamento dell’estrema destra finché nel 2011 ha pubblicato un libello dal titolo più che esplicito: “Viva Le Pen”, una specie di indegna replica al libro “Indignez-vous!” (Indignatevi!) di Stéphane Hessel.

L’ex campione ‘libertario’ si è velocemente avvicinato anche formalmente al Fronte Nazionale sostenendo le campagne elettorali di Marine Le Pen. Dice di condividere l’80% del programma del partito di estrema destra, in particolare le sue campagne xenofobe e anti immigrazione e il no ai matrimoni omosessuali, ma di essere invece un europeista convinto, contrario quindi agli slogan sull’uscita di Parigi dall’Eurozona. Ora Menard lancia i suoi strali contro gli intellettuali di sinistra che lo accusano di essere un traditore, un voltagabbano, un elemento di inquinamento della sfera politica. Anche contro coloro che fino a poco tempo fa, ingenuamente e stupidamente, lo hanno sostenuto, prendendo per oro colato tutte le campagne da lui promosse contro ‘i nemici dell’occidente’. Ma il problema, c’è da chiedersi, è Menard o chi dà retta a certi personaggi?

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