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“La repressione non ci fermerà”. Parla un militante di Ernai (Paese Basco)

Come campagna Noi Restiamo abbiamo avuto l’opportunità di ospitare lo scorso 26 marzo l’iniziativa organizzata in varie città d’Italia dall’organizzazione di solidarietà internazionale verso i Paesi Baschi – EHL, Euskal Herriaren Lagunak – a cui abbiamo recentemente aderito. Abbiamo avuto modo in quell’occasione di intervistare un compagno basco membro dell’organizzazione giovanile Ernai, indagato e poi assolto nel processo di illegalizzazione delle organizzazioni giovanili basche, e che ha ricalcato poi i temi affrontati nel partecipato dibattito serale svolto al CSO Terzopiano di via Irnerio 13 a Bologna.

Nell’intervista abbiamo potuto raccontare quella che è la situazione della lotta del popolo basco, ma è per noi anche un tassello importante per aprire un dibattito rispetto a questioni politiche che riteniamo centrali rispetto al contesto in cui ci troviamo in Europa oggi e con cui siamo chiamati a confrontarci. 

Noi Restiamo: partendo dal contesto generale in cui ci troviamo ci confrontiamo con la costruzione dell’Unione Europea, la quale a nostro avviso ci pone giorno dopo giorno un maggior numero di problemi che sono condivisi fra i paesi della “periferia”, i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, Irlanda), motivo per cui sentiamo la necessità di aprire relazioni e condividere esperienze fra realtà politiche , gruppi e organizzazioni che si muovono in questo contesto aldilà delle differenti  storie e percorsi.

Gli esempi più vistosi del comune denominatore col quale si è chiamati a confrontarsi nelle lotte all’interno dell’Unione Europea, sono in particolare le leggi anti-terrorismo che diventano più severe e coordinate, in particolare a seguito dell’attentato alla redazione della rivista Charlie Hebdo; i progetti per la formazione di apparati militari e la polizia europea e una loro collaborazione internazionale, come leggi questa tendenza?

Xalba: per parlare di quello che è la repressione oggi e di come e perché queste misure è possibile vengano applicate, dobbiamo guardare indietro nel tempo, almeno negli ultimi 30 anni della storia della repressione nei singoli paesi.

Infatti in tutti gli stati capitalisti europei  la storia della repressione non è un fenomeno odierno ma risale al passato, gli ultimi esempi forti risalgono  agli anni ’70 e ’80 in cui l’utilizzo della guerra sporca verso il popolo e verso le organizzazioni sociali è un comune denominatore tanto nello stato spagnolo e in Euskal Herria quanto in Italia.

Il modus operandi repressivo vede un salto di qualità a partire dal 2001, con gli attentati alle torri gemelle che hanno forte ripercussione anche in Europa. Gli attentati hanno infatti determinato un forte consenso globale a tutti i livelli verso i governi permettendo loro di approfondire e di portare oltre i parametri “normali” il livello repressivo presente fino a quel momento, ampliando le sue funzioni anche di controllo sociale.

In Euskal Herria questo fenomeno si è manifestato attraverso un processo di generale illegalizzazione di tutte le organizzazioni sociali e politiche del popolo basco, ben al di là della consueta repressione nei confronti dell’organizzazione clandestina.

Allo stesso modo negli altri paesi europei questa “guerra al terrore” ha permesso l’utilizzo di nuove tecniche e un aumento esponenziale della repressione.

Nel frattempo fra il 2008 e il 2010 l’esplodere della crisi finanziaria internazionale ha determinato nei paesi europei un’emersione di conflittualità sociale con la quale i governi e il sistema repressivo sono stati chiamati a confrontarsi.

Questo credo sia il contesto dentro il quale possiamo leggere gli ultimi avvenimenti e dichiarazioni dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, con l’incremento del coordinamento fra gli apparati repressivi.

L’ultimo provvedimento in termini repressivo-legislativi nello Stato Spagnolo è stata la cosiddetta “Ley Mordaza” (proposta nel 2013) che ha permesso la messa al bando di manifestazioni non autorizzate nonché accuse più gravi per i manifestanti a volto coperto e l’impossibilità di scattare fotografie o fare video alle forze dell’ordine.

Mi sembra chiaro in questo momento che ci sia questo incremento repressivo negli stati capitalisti dovuto al fatto che quella che loro hanno chiamato la “pace sociale” si è infranta di fronte alla crisi e quindi sta facendo emergere una maggiore conflittualità sociale a cui devono far fronte.

L’emergere della conflittualità nella periferia europea ha un suo parallelo nell’emergere del conflitto a ridosso dei confini dell’Unione, come ad esempio nel caso ucraino, e ci indica come la guerra che ci è sempre parsa lontana ora è sempre più vicina ai nostri confini e alle nostre società.

Mi sembra evidente che da parte degli stati capitalisti ci sia tutta l’intenzione di portare avanti un processo antidemocratico e di svolta autoritaria con la quale dobbiamo fare i conti. 

NR: ci sembra infatti di essere dentro un’Unione Europea che si proclama “senza frontiere”  ma dove le istituzioni perseguitano i tentativi e le volontà internazionaliste dei popoli e delle organizzazioni di classe. In questo senso leggiamo il processo di illegalizzazione di Askapena (organizzazione internazionalista basca, ndr): credi possa essere un modello repressivo applicabile a livello continentale?

X: È chiaro che dentro al contesto che abbiamo delineato prima, ogni organizzazione che sia capace e che cerchi di attaccare i rapporti strutturali e di produzione, diventa un pericolo che va stroncato. 

NR: E’ di questi giorni la notizia di nuovi arresti nelle reti di solidarietà ai prigionieri politici baschi, nonostante l’abbandono della strategia della lotta armata ormai alcuni anni fa e l’inizio di un nuovo processo e di una nuova strategia politica del movimento della sinistra indipendentista nei confronti dello stato spagnolo basato sul rispetto del quadro legale. In che modo è cambiata la strategia politica delle organizzazioni basche, qual è il bilancio che si può dare al processo di pace all’oggi?

X: La fine della strategia della lotta armata da parte dell’ETA è avvenuta nel 2011 dopo lunghi dibattiti tenuti fra il 2009 e il 2010 all’interno delle organizzazione di base della sinistra indipendentista basca.

Sono state fatte diverse valutazioni, e quella forse più forte è stata che lo stato spagnolo stava riuscendo a portare il confronto con le organizzazioni sociali e politiche basche su un terreno esclusivamente militare tra lo stato spagnolo e l’ETA anche attraverso il processo di illegalizzazione di tutte quelle che erano le organizzazioni che portavano avanti le istanze più politiche e sociali del popolo basco, chiudendo in questo modo il popolo basco in un vicolo cieco dove le sue forze erano nettamente più deboli rispetto a quelle dello stato spagnolo, ovvero il terreno di confronto prettamente militare.

E’ cresciuta la consapevolezza da parte della sinistra basca che in questo modo si stava perdendo ogni capacità di risposta che fosse invece propositiva e politica, e desse delle prospettive per uscire da questo vicolo cieco.

Un’altra probabile constatazione che ha portato alla cessazione della lotta armata è stata quella di riconoscere il fallimento delle trattative tra stato spagnolo e ETA condotte fra il 2005 e il 2007 e quindi il dato di fatto che lo stato spagnolo non aveva alcuna intenzione di arrivare a una mediazione politica con l’organizzazione armata.

In questo senso c’è una frase di Arnaldo Otegi, uno dei più importanti esponenti dell’indipendentismo basco che afferma che la sinistra basca è nata non per resistere ma per vincere.

Quindi c’era la necessità di creare un panorama totalmente nuovo nella lotta politica, ovvero quello di ripartire dopo la fine della lotta armata con un altro terreno di scontro che permettesse una positività e un procedere delle rivendicazioni di indipendenza. Credo possa essere così ricostruita la decisione unilaterale da parte delle organizzazioni della sinistra indipendentista di cessare la lotta armata e di ripartire con un’azione di lotta contro lo stato spagnolo su altri presupposti.

Questa scelta poteva avere i suoi lati positivi o negativi ma ci tengo a sottolineare quello che è il lato più positivo, ovvero che oggi Euskal Herria si trova di fronte alla possibilità concreta di rilanciare le proprie parole d’ordine politiche e di andare veramente verso un processo di indipendenza.

Quindi è sbagliato parlare di “processo di pace” in quanto non c’è una cessazione della lotta per l’indipendenza del popolo basco ma è un cambio di strategia che porta la lotta su un piano esclusivamente politico, ovvero sul piano dove la sinistra basca è più forte rispetto allo stato spagnolo.

NR: Ci hai accennato del  processo di illegalizzazione verso tutte le organizzazioni politiche e sociali da parte dello stato spagnolo. Tu stesso sei stato colpito dai processi e da pene detentive per l’illegalizzazione delle organizzazioni giovanili e della campagna LIBRE, la quale si è sviluppata per esprimere solidarietà ai compagni arrestati.

X: per contestualizzare un po’ la cosa prima di parlare di come si sia configurato il processo di illegalizzazione delle organizzazioni bisogna dire che nella sua prima fase, fra il 2007 e il 2010, ad essere arrestati per diversi motivi siamo state più o meno 200 attivisti e militanti.

I compagni che sono stati colpiti in questo periodo hanno affrontato oltre al carcere anche la tortura e sono potuti uscire solo dopo un anno e mezzo di detenzione a seguito del pagamento di cauzioni molto elevate e con alle spalle delle richieste di condanna da parte dello stato di 6 anni in media.

Il 2012 e il 2013 è stato un periodo durante il quale i compagni e le compagne colpite si sono trovati ad affrontare i propri processi.

Si sviluppa in questo contesto una dinamica di solidarietà da parte del popolo di Euskal Herria che comunque incontra il suo limite nel fatto che lo stato e la polizia riescono a portare avanti gli arresti e i processi, e questo genera un forte senso di frustrazione.

Un esempio personale che mi ha profondamente colpito è stato quello di 3 compagni del mio paese con mandato d’arresto, che si sono presentati con noi durante una manifestazione alla fine della quale si sono incatenati nella piazza centrale del paese e lì sono stati prelevati dalla polizia sotto gli occhi di tutti i manifestanti che cercavano di proteggerli dall’arresto, di tutti noi, creando frustrazione per la nostra impossibilità di agire in quella situazione.

Questi avvenimenti hanno generato un ampio dibattito che ha portato all’occupazione e liberazione di uno spazio e alla creazione di quelli che noi chiamiamo i “muri popolari” (in basco Herri Harresia).

I “muri popolari” sono il raggruppamento di un folto gruppo di persone che presidia un luogo pubblico – in genere una piazza – e i compagni e la popolazione si mette attorno a proteggere con i propri corpi coloro sui quali pende un mandato di arresto.
L’obiettivo dei “muri popolari” non è quello di evitare la detenzione ma di renderla visibile e di socializzarla attraverso delle azioni di disobbedienza pacifica ma attiva e di riuscire a portare questi arresti al centro dell’agenda politica.

Questo fa sì che l’arresto dei compagni richieda moltissimo tempo e l’impiego di un grande numero di agenti e genera una sensazione di coinvolgimento da parte della popolazione che è riassumibile con lo “passare dalla solidarietà alla partecipazione alla lotta”, quindi di andare aldilà della firma di una petizione o della partecipazione a una manifestazione ma essere anche protagonisti della lotta e della resistenza del popolo basco sul proprio territorio.

Quindi un coinvolgimento diretto che mette in primo piano tutte le persone che vi partecipano e permette anche un rilancio dell’azione complessiva e dell’autorganizzazione per portare avanti la lotta rivendicativa.

NR: con il progredire della crisi e l’applicazione delle misure di austerità imposte dall’Unione Europea abbiamo assistito nello Stato Spagnolo a numerose mobilitazioni popolari spesso esterne e nuove rispetto alle organizzazioni della sinistra storica spagnola, ad esempio il movimento degli indignados e poi l’emergere del nuovo partito Podemos: è successo qualcosa di simile in Euskal Herria? In che modo si sono manifestati gli effetti delle misure di austerità all’interno della società basca e in che modo hanno risposto le organizzazioni storiche della sinistra indipendentista? Che tipo di relazioni avete con organizzazioni come Podemos e i cosiddetti Indignados, se le avete?

X: Bisogna tenere presente, quando si fa un confronto tra quello che succede nello stato spagnolo e quello che succede in Euskal Herria, che per esempio l’anno in cui esplodeva il fenomeno del 15M era lo stesso in cui l’ETA deponeva le armi, e quindi credo che i 2 processi politici si svolgano in maniera totalmente autonoma e non possano essere messi in relazione così stretta.

Anche perché se il movimento degli Indignados ha rappresentato la scoperta della possibilità di organizzarsi per portare conflitto e fare politica dopo molti anni nello stato spagnolo, nei Paesi baschi il cessate il fuoco unilaterale da parte dell’ETA rappresentava l’inizio di una nuova fase e la chiusura di una parte del conflitto per il rilancio della lotta per l’indipendenza sotto altre forme.

L’indipendenza dei due fenomeni e il fatto che un fenomeno come quello degli indignados in Spagna non si sia verificato in Euskal Herria è spiegabile se consideriamo che il primo ha risposto a un contesto e a una situazione politica e in particolare giovanile, quella dello stato spagnolo,  che vedeva da una parte una quasi totale depoliticizzazione della società, e dall’altra che nell’esplosione della rabbia per la situazione oggettiva che si aveva di fronte riusciva a portare dei contenuti che oltre che ambigui avevano anche un carattere politico molto basilare. In Euskal Herria invece la lunga tradizione di lotta e di organizzazione fa sì che le rivendicazioni sia delle organizzazioni politiche ma anche delle classi popolari basche siano anche a un livello ideologico più avanzato.

Per passare a Podemos è chiaro che non nasce direttamente dalle mobilitazioni degli indignados ma è sicuramente un tentativo di portare a un livello istituzionale quelle che sono alcune delle rivendicazioni che in quel periodo sono sorte nella società spagnola.

Nessuno ha molti elementi per poter dare un giudizio complessivo su Podemos, se non quelli che ci giungono dalle loro dichiarazioni e dai mezzi di comunicazione in quanto è un fenomeno che è estremamente recente e che quindi non ha avuto ancora tempo di dimostrare quali sono le proprie reali intenzioni, e in questo anche noi siamo in un momento di attesa per capire quale direzione prenderà questo partito.

Eppure mi sento di dire che il tentativo seppur volonteroso e propositivo di mettersi su un piano istituzionale, conquistare la maggioranza parlamentare e cercare di portare avanti un processo riformatore, se non si pone il problema dell’organizzazione delle classi popolari e delle sue rivendicazioni contro lo stato capitalista è destinata a fallire.

NR: il recente caso greco con Tsipras sta dimostrando l’impossibilità della difesa degli interessi delle classi popolari dentro la cornice dell’Unione Europea. Per quanto vi riguarda, è compatibile una Euskal Herria indipendente, obiettivo ultimo del popolo basco, all’interno dei trattati dell’Unione Europea? In che contesti e modi si immagina un orizzonte di indipendenza per Euskal Herria?

X: è chiaro che concepire un’Euskal Herria indipendente implica anche immaginarsela attraverso un percorso esterno alle istituzioni dell’Unione Europea in quanto quest’ultimo soggetto rende dipendenti e soggioga alcuni stati ad altri.

Tant’è che per noi indipendenza vuol dire socialismo, femminismo e autodeterminazione e crediamo che queste parole d’ordine siano impossibili da praticare rientrando nell’arco istituzionale europeo.

In ogni caso penso che questo non voglia dire che nel processo per l’indipendenza dei Paesi baschi, non ci possa essere in un periodo una necessità di rimanere all’interno delle istituzioni europee. In particolare se non fosse possibile in quel momento costruire delle alleanze con altri stati rivoluzionari alternativi, ci si può facilmente immaginare che ciò implichi che si debba passare necessariamente all’interno delle istituzioni europee, infatti considero che questo tipo di processi vadano letti e immaginati non in una chiave schematica, ma come processi di lungo periodo e più in generale come processi storici.

NR: dentro il momento di crisi generale nella quale si trova il nostro continente, le fasce giovanili si trovano a pagare forse i prezzi più alti in termini occupazionali e di prospettive: quali sono le linee di mobilitazione e i problemi che affrontano oggi le organizzazioni giovanili basche?

X: la creazione, 2 anni fa, dell’organizzazione giovanile rivoluzionaria Ernai ha messo al centro della propria attività i temi della casa, della precarietà, del femminismo e del tempo libero, anche come strumenti per affrontare i problemi che la crisi economica pone alle fasce giovanili.

Crediamo che l’azione dell’organizzazione giovanile non possa essere solo quella di contestazione dello stato attuale di cose ma deve avere la capacità di essere propositiva e di costruire alternative per le fasce giovanili all’interno della condizione attuale.

Uno degli slogan che riassume questo modo di fare è quello di portare l’autogestione a tutti gli aspetti della propria vita e quindi di riprodurre un modo indipendente di vita oggi.

Quindi la costruzione di un potere popolare e di una gioventù autogestita che si oppone alla precarietà ed è capace di rilanciare il proprio progetto contro tutte le condizioni che il capitalismo oggi ci pone.

Per noi è importantissimo portare questo discorso sul piano delle fasce giovanili e parlare di “indipendenza giovanile”.

Crediamo si debba parlare di “indipendenza giovanile” come obiettivo in quanto pensiamo che oltre all’oppressione di classe, di genere e fra nazioni esista anche un’oppressione da parte della società nei confronti dei giovani tramite l’educazione e i valori che permettono poi di riprodurre quello che è il sistema capitalista.

Questo parte dalla consapevolezza del fatto che queste dinamiche si riproducono anche all’interno dei movimenti della sinistra, fra i genitori che fanno parte dei movimenti rivoluzionari e i propri figli.

Lo si nota a prima vista per esempio quando dei compagni adulti nella fattispecie maschi si presentano ai giovani dettando quelle che sono le regole della militanza e della lotta, quali debbano essere i suoi obiettivi immediati di mobilitazione, facendo degli esempi di quello che va fatto o no e cancellando o considerando errate le convinzioni o le azioni politiche immaginate o messe in atto dai giovani in via autonoma.

Quindi un’indipendenza giovanile che sia capace di liberare spazi dove le fasce giovanili siano in grado di determinare dalla propria estetica, al proprio modo di rapportarsi fino alla propria azione politica se assumiamo, come si usa dire, che le fasce giovanili sono rivoluzionarie quasi biologicamente.

Per noi è all’ordine del giorno quando ci confrontiamo con lotte di rivendicazione sulla casa, sul femminismo o su altre questioni che nel dibattito sull’azione politica da portare avanti ci sia uno spazio riservato ai giovani dove i giovani sempre in un rapporto propositivo e dialettico con gli adulti abbiano la capacità anche di sbagliare e dove è possibile portare delle migliorie e di spingere più avanti la lotta. 

NR: Ringraziamo il compagno Xalba per questa testimonianza e questa intervista, esprimiamo nuovamente la nostra solidarietà internazionalista con la lotta di tutto il popolo basco per un Euskal Herria indipendente, socialista e femminista.

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