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Schierato l’esercito contro i pogrom razzisti, prime ritorsioni contro il Sudafrica

L’esercito è stato dispiegato nella township di Alexandra, a Johannesburg, per contrastare l’ondata di aggressioni violente contro i lavoratori stranieri che nelle ultime settimane ha provocato numerosi morti: lo ha annunciato ieri il ministro della Difesa, Nosiviwe Mapisa-Nqakula, sottolineando che in caso di bisogno i militari potrebbero essere inviati anche in altre zone del Sudafrica. “È stata una decisione difficile da prendere – ha evidenziato il ministro – alla luce dei ricordi dolorosi lasciati dall’esercito nelle township al tempo dell’apartheid, negli anni Ottanta e Novanta”. Quella di Alexandra è una delle zone dove più numerose sono state le aggressioni e i saccheggi ai danni dei migranti: sabato scorso nella township è stato ucciso un cittadino del Mozambico, mentre la notte scorsa è stata aggredita una coppia originaria dello Zimbabwe.
La decisione di schierare l’esercito è stata chiesta da numerose realtà sociali e politiche del paese, compreso il Forum della diaspora africana, la principale associazione dei migranti provenienti da altri paesi del continente, e mira contrastare le violenze, ripristinare l’ordine pubblico e garantire la sicurezza degli immigrati.
La mobilitazione dell’esercito al fianco della polizia – che comunque ha già arrestato più di trecento persone accusate di aggressioni, saccheggi, omicidi – appare però anche una risposta al timore che la crisi favorisca gruppi criminali con agende non riconducibili solo alla xenofobia. 
“La miccia dell’incendio di queste settimane – dice una fonte della Conferenza Episcopale sudafricana all’agenzia Misna– è stata la decisione dei gestori di un centro commerciale a sud di Durban di assumere una ventina di lavoratori stranieri perché i dipendenti sudafricani erano in sciopero”. Presto i veri e propri pogrom, come era accaduto già più volte negli ultimi anni con decine di vittime ogni volta, si sono diffusi a macchia d’olio nella provincia del KwaZulu-Natal e in parte anche nel Gauteng, il cuore economico del Sudafrica che deve fare i conti con una crisi economica e sociale sempre più grave all’interno del quale la ricerca del capro espiatorio diventa sempre più ossessiva da parte di larghi settori della popolazione alle prese con disoccupazione, povertà, degrado. Ad essere presi di mira sono state migliaia di negozi gestiti da migranti africani e asiatici ma anche abitazioni private ed edifici pubblici dove i lavoratori stranieri impauriti avevano cercato rifugio.
Nelle stanze dei bottoni ora serpeggia però il timore che le violenze xenofobe possano avere un impatto negativo anche sull’economia del paese: ad affermarlo per primo la scorsa settimana è stato il governo di Pretoria e il timore è stato rilanciato dalle recenti proteste in alcuni paesi del continente contro la presenza di lavoratori o attività sudafricane.
In particolare, in Mozambico la compagnia petrolchimica Sasol ha scelto di rimpatriare i suoi dipendenti citando preoccupazioni per la loro sicurezza. In Nigeria, invece numerose lettere di lamentela sono state indirizzate agli uffici locali dell’azienda telefonica Mtn. La dirigenza locale ha poi condannato le violenze in corso in Sudafrica e definito “immotivato” il boicottaggio dei prodotti sudafricani chiesto da una parte dell’opinione pubblica del paese.
Se una prospettiva simile si verificasse, proprio Mtn sarebbe una delle imprese a soffrirne di più: sul solo mercato nigeriano, infatti, realizza ben il 37% dei suoi profitti e ha un numero doppio di abbonati rispetto a quelli del paese d’origine. Un altro marchio privato che teme ripercussioni a livello continentale è il produttore di birra Sab Miller, presente in 15 paesi, che incidono per il 14% sul suo fatturato lordo.
Tra i settori che potrebbero risentire del clima attuale ci sono poi quello bancario (Standard Bank e Barclays Africa), la grande distribuzione (i supermercati Shoprite) e persino i trasporti aerei (la rotta più remunerativa per South African Airways è quella verso l’Angola).
Proprio il caso della compagnia di bandiera, che parte da una situazione di precarietà economica, è emblematico delle conseguenze si potrebbero avere – ad esempio – sui posti di lavoro nello stesso Sudafrica, dove il tasso ufficiale di disoccupazione è già al 25%. In questo senso, scrive il noto settimanale Mail & Guardian, “contrapponendosi al resto dell’Africa con gli attacchi xenofobi, il Sudafrica morde la mano del continente che gli dà da mangiare”.

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