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Boeing malese abbattuto sul Donbass: la giustizia per le vittime può attendere

Esattamente un anno fa, nei cieli del Donbass, veniva abbattuto l’aereo di linea malese Boeing 777 in volo da Amsterdam a Kuala Lampur. Morivano tutti i 283 passeggeri e i 15 membri dell’equipaggio. Che il dito sul grilletto dell’arma che aveva sparato contro il velivolo civile dovesse per forza appartenere a un reparto delle “milizie filorusse” e che l’arma stessa fosse per forza di cose stata loro messa in mano dal Cremlino era di un’ovvietà talmente lampante che non aveva bisogno di alcuna dimostrazione. Era un’assioma della politica contemporanea.
E tale continua a essere a un anno di distanza; così che non c’è nessuna necessità di portare prove a dimostrazione. E’ sufficiente diffondere il teorema della malvagità di Mosca e dei suoi addentellati nel Donbass, perché ogni canale televisivo mondiale, sia a Sidney (la maggior parte delle vittime erano australiane, olandesi e belghe), a Amsterdam (l’Ucraina, formalmente competente per le indagine, delegò subito la faccenda al territorio olandese), a Washington (i satelliti USA, ufficialmente, non hanno mai registrato nulla dell’accaduto) lo “dimostri”, basandosi ora su l’uno ora sull’altro degli enunciati euclidei, secondo una ben sperimentata
petitio principii che non abbisogna di opzioni diverse.

E di opzioni diverse, invece, ce ne sono tuttora, quando le indagini non sono affatto concluse (al momento si parla del prossimo ottobre) e quando dal mar del Nord e dall’Oceano pacifico si mettono in circolazione video (la cui autenticità le stesse autorità australiane dicono doversi ancora dimostrare) o si invocano costituzioni di tribunali ONU che dovrebbero suggerire agli inquirenti la pista desiderata.

Dunque, le opzioni.

Come mai, nel marzo scorso, si chiede la Komsomolskaja pravda, in Olanda furono mostrati ai giornalisti solo alcuni frammenti del Boeing abbattuto, mentre la maggior parte giaceva ancora nelle steppe del Donbass?
Già due giorni dopo l’accaduto, il Ministero della difesa di Mosca dichiarava che i controlli radiotecnici russi avevano registrato l’attività della stazione di radiolocalizzazione ucraina “Kupol” annessa al complesso missilistico “Buk-M1”, nella zona di Stylo, 30 km a sud di Donetsk. I dati del controllo (foto satellitari) sulla dislocazione di un complesso “Buk” ucraino, proprio nel giorno del disastro, a ridosso, ma fuori dalla zona controllata dalle milizie, venivano mostrati ai giornalisti il 21 luglio dal capo di stato maggiore russo Andrej Kartapolov, insieme a quelli sulll’intensificarsi dell’attività del “Kupol”. A tale versione si sono attenuti anche gli esperti dell’impresa “Almaz-Antej”, costruttrice del complesso missilistico: secondo la tesi da loro resa pubblica a inizio del giugno scorso, se il Boeing fu abbattuto da terra, ciò poteva essere opera solo di un missile 9M38M1, del complesso “Buk-M1”, che in Russia non viene più prodotto dal 1999 e che è invece in dotazione alle forze armate ucraine. Ieri il vice capo dell’Agenzia russa per il trasporto aereo, Oleg Storčevoj, ha dichiarato che, se effettivamente si fosse trattato di un missile terra-aria lanciato dal territorio liberato, come sostiene oggi ad esempio l’americana CNN, il sistema di localizzazione di Rostov sul Don l’avrebbe registrato; ma così non è stato. Storčevoj ha anche sottolineato lo strano momento per cui, all’epoca, erano stati vietati i voli sulla Crimea (a causa della sua unione alla Russia), ma non invece quelli sulla zona di guerra nel Donbass. Misteri della politica, quando vola sui cieli dell’interesse atlantico.

Altra opzione.

Il capo di stato maggiore dell’aviazione russa, generale Igor Makušev, sostiene che i controlli radar avevano registrato la presenza, a 3-5 km dal Boeing malese, di un aereo militare ucraino. Il Su-25 è dotato di razzi aria-aria in grado di colpire un bersaglio a 12 km di distanza. Tale versione è stata successivamente confermata (e più di una volta ne hanno parlato fonti diverse, di cui si è fatto cenno anche su Contropiano) dall’ucraino Evgenij Agapov, all’epoca in servizio presso l’aviazione ucraina in un aeroporto non distante da Dnepropetrovsk, e poi fuggito in Russia. Komsomolskaja pravda già nel dicembre scorso diffuse il video con l’intervista ad Agapov, in cui questi dichiarava che il 17 luglio 2014 <con compiti di guerra, decollò il Su-25 dell’evizione ucraina pilotato dal capitano Vološin> (tre gli aerei che si erano alzati in volo ma uno solo fece ritorno alla base) e che il velivolo rientrò alla base privo dell’armamento e che Vološin, sceso sconvolto dal mezzo, esclamò <l’aereo si è trovato al momento sbagliato nel posto sbagliato>. Secondo Agapov, il riferimento sarebbe stato al Boeing malese. Inoltre, ieri, una indagine non ufficiale avrebbe portato prove secondo cui il razzo aria-aria che colpì la cabina di pilotaggio del Boeing malese sarebbe verosimilmente, per le caratteristiche del foro provocato nella carlinga, un “Piton” israeliano, un discreto quantitativo dei quali a inizio anni 2000 andò a rifornire le forze aeree georgiane e da queste sarebbe passato poi a quelle ucraine.

Ma queste erano opzioni. Al contrario, ovviamente, il giorno successivo la tragedia, il presidente ucraino Porošenko dichiarò che tutto era opera <degli aggressori e degli insorti del Donbass> e, rispettando la formula di Tertulliano “ci credo, perché è assurdo”, basò le sue parole su un’intercettazione di trasmissioni delle milizie, subito rivelatasi falsa. Così come false risultarono alcune foto della scia lasciata dal “Buk” che, a detta del consigliere del Ministro degli interni, Anton Geraščenko, sarebbe stato lanciato dalle milizie popolari; venne fuori che foto e video si riferivano alla zona di Krasnoarmejsk, sotto controllo governativo ucraino.

A che punto si è dunque giunti oggi, quando la Malesia, sotto stimoli molto interessati, chiede l’istituzione di un tribunale internazionale e a Mosca – accusata di aver “patrocinato” l’abbattimento, fornendo le armi – è stato soltanto trasmesso un brogliaccio con i dati sommari delle indagini?

Si può dire, intanto, che all’epoca dell’abbattimento, le milizie si trovavano in una situazione difensiva (Slavjansk era stata da poco occupata dalle forze ucraine) e non puntavano certo ad attacchi, quali che fossero. L’operazione “Boeing”, in se stessa, rimanda invece ad altre situazioni similari. Ancora Komsomolskaja pravda ricorda l’operazione USA “Northwoods” del 1962 su Cuba. Ma si potrebbe citare anche la vicenda del Boeing 747 coreano, fatto deviare (con ogni evidenza, per provocare proprio l’incidente) dalla rotta stabilita e abbattuto da un caccia russo sulla Kamčatka nel 1983.

Già il 22 luglio dello scorso anno, NTV riportava un comunicato del Ministero della Difesa russo secondo cui i controlli avevano mostrato come sulla rotta del Boeing 777 malese volasse un caccia dell’aviazione ucraina Su-25, come l’aereo malese avesse deviato di 14 km dalla rotta dopo aver sorvolato Donetsk e come nello stesso periodo di tempo fossero in volo altri due aerei passeggeri (Copenhagen-Singapore e Copenhagen-Dehli) e l’aereo malese avesse improvvisamente ridotto la velocità di circa 200 km/h. Lo stesso giorno, Kommersant riferiva come il responsabile della direzione operativa dello stato maggiore russo Andrej Kartapolov, avesse puntualizzato che un aereo civile può effettuare una così sensibile deviazione dai limiti del corridoio aereo o su ordine del servizio di assistenza aerea, oppure per aggirare un fronte di tempesta e la manovra deve ricevere obbligatoriamente l’assenso dei servizi a terra. Da parte sua, il capo della direzione delle forze aeree russe Igor Makušev aveva aggiunto che era stata registrata <la quota di volo dell’aereo dell’aviazione militare ucraina, presumibilmente un Su-25>, in direzione dell’aereo civile malese, che il servizio di assistenza aerea russo, <avendo richiesto al velivolo apparso di qualificarsi>, non aveva ricevuto risposta, dato che, presumibilmente, non era fornito del sistema di doppio riconoscimento, come è d’uso per gli aerei militari. Dopo che il Boeing scomparve dai radar, l’aereo militare, secondo le sue parole, <fece barra sopra l’area in cui era caduto il mezzo civile>.

Ieri, il Presidente del parlamento della Repubblica popolare di Donetsk, Andrej Purghin, ha definito “non costruttivo per le indagini” il tentativo di istituire un tribunale internazionale: <nulla del genere è stato fatto> ha detto <quando ad esempio l’Ucraina abbatté un aereo israeliano sul mar Nero> (si trattava di un Tupolev della Siberian airlines in volo tra Tel Aviv e Novosibirsk) o quando, ha dichiarato il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, gli americani abbatterono l’aereo civile iraniano, con 290 persone a bordo, nel periodo di tensione tra USA e Iran. Lavrov qualifica l’insistenza sulla creazione del tribunale internazionale, come tentativo di esercitare pressioni sugli inquirenti. Purghin ha anche detto che l’indagine olandese <riveste un carattere chiuso, quasi di casta, perciò non infonde fiducia e lascia in sospeso molte domande sulla stessa metodologia d’indagine>.

Oggi nella Repubblica di Donetsk, nell’area dei villaggi di Grabogo, dove cadde l’aereo e di Petropavlovko (l’area delle ricerche dei resti) e nella vicina città di Šakhtërsk sono fissate iniziative funebri, per ricordare i 298 morti. Con le parole con cui Neottolemo ammonì Odisseo: <E giustizia scaltrezza sovrasta>.

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