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Trump non può fare il presidente: duro attacco dell’ex capo dell’FBI

Mentre Donald Trump è impegnato a bombardare la Siria, nuovi elementi vanno a rendere sempre più avvolgente la rete che il procuratore Mueller sta pazientemente tessendo con l’inchiesta Russiagate.

Il 9 aprile l’FBI ha perquisito gli uffici di Michael Cohen, avvocato vicino a Trump. Secondo Mueller, è dimostrabile che il legale sia stato, più o meno “segretamente”, a Praga nel 2016 in piena campagna elettorale.

A fare cosa? Secondo il dossier dell’ex agente segreto britannico Cristopher Steele – peraltro abbastanza controverso – Cohen avrebbe incontrato un uomo dell’entourage di Putin, Kostantin Kosachev. Secondo l’ipotesi investigativa di Mueller, ovviamente l’incontro rientrerebbe tra i “momenti di approccio” durante i quali si sarebbe definito il sostegno russo all’elezione di Trump.

Cohen tra l’altro è coinvolto in un’altra vicenda “calda” che rischia di travolgere ulteriormente l’attuale Presidente USA: quella riguardante la pornostar Stormy Daniels, alla quale l’avvocato avrebbe elargito una mazzetta di circa 130.000 dollari per mettere a tacere l’eventuale racconto di una relazione che la Daniels (al secolo Stephanie Clifford) avrebbe avuto con Trump.

Tra l’altro, alcune indiscrezioni raccontano che una parte dell’entourage di Trump avrebbe più paura di questa inchiesta che del Russiagate: in una società ipocritamente bigotta come quella statunitense, è facile comprendere perché.

Ma i colpi più duri assestati alla credibilità di Trump – mediaticamente parlando – sono arrivati dall’ex direttore dell’FBI James Comey, in carica dal 2013 al 2017 e fatto fuori proprio da Trump.

Non è moralmente adatto a fare il presidente degli Stati Uniti”, “Può fare enormi danni”, “non incarna né rispetta i valori fondamentali del Paese, a partire dalla verità”, “tratta le donne come fossero pezzi di carne”.

Queste alcune delle considerazioni di Comey nel corso di una intervista all’emittente Abc. L’ex direttore dell’FBI ha aggiunto che è plausibile che Trump abbia e stia provando ad intralciare le indagini, e che è altrettanto possibile che sia ricattabile dai russi, che “potrebbero essere in possesso” di materiale compromettente sul suo conto.

Comey ha sottolineato la tendenza di Trump a mentire, ed ha spesso ribadito la sua inadeguatezza e pericolosità come presidente degli Stati Uniti.

Alla domanda se l’impeachement fosse una soluzione, l’ex federale ha però frenato, ritenendo che la soluzione migliore sarebbe – per lui – far valutare l’operato di Trump dagli americani attraverso lo strumento delle elezioni.

Al netto delle dichiarazioni di Comey – impegnato nella presentazione del suo libro – sul “fronte interno” la situazione non è tranquilla per Donald Trump. L’impressione è che, lentamente ma in modo apparentemente inesorabile, l’indagine di Mueller si stia avvicinando al tycoon, messo in difficoltà anche da inchieste “parallele” ed altrettanto dannose.

Forse, per spiegare i motivi dell’attacco alla Siria, bisogna tenere in considerazione anche queste vicende: creare tensione per spostare l’attenzione di media ed opinione pubblica è un metodo vecchio ma sempre efficace.

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