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La crisi del Libano nel “grande gioco” mediorientale

Dopo le recenti dimissioni del primo ministro libanese, il sunnita Saad Hariri, e la possibilità di un suo nuovo governo «formato solamente da tecnici», la stampa nazionale si interroga riguardo a questa scelta.

Se da una parte il quotidiano L’Orient le jour giustifica la decisione di Hariri a causa dei diversi veti tra partiti e dell’impossibilità di attuare le riforme proposte lo scorso 21 Ottobre (taglio degli stipendi dei parlamentari, aiuti per i più indigenti, nuove tasse nei confronti delle banche ed un nuovo programma di privatizzazione per lottare contro il malfunzionamento dei servizi pubblici essenziali), dall’altra altri quotidiani come Al Akhbar o Assafir affermano che la scelta del premier sunnita sia frutto di pressioni esterne, in particolare dell’Arabia Saudita, per destabilizzare il paese nella sua perpetua lotta contro il proprio antagonista nella regione: l’Iran.

«I dubbi» – secondo Wafiq Qansouh, analista ed editorialista del quotidiano al Akhbar– «riguardano le manovre di alcuni partiti di voler cavalcare il malcontento per destabilizzare ed indebolire il paese, in una fase in cui servirebbe maggiore coesione per uscire dalla crisi economica».

«Appaiono abbastanza strumentali le critiche nei confronti di Hezbollah» – ha continuato Qansouh – «visto che questo partito da sempre ha fatto la propria bandiera nella lotta alla corruzione della classe politica e nella lotta al confessionalismo oppure la concessione di finanziamenti esteri condizionata al disarmo di Hezbollah che non ha mai utilizzato la propria potenza militare nell’arena politica, ma che è sempre stata trasversalmente riconosciuta come una risorsa essenziale per preservare il territorio libanese dalle ingerenze esterne o dai gruppi jihadisti».

Sulla situazione attuale ne abbiamo parlato con il celebre storico ed ex ministro delle Finanze, il libanese Georges Corm.

Qual è la situazione politica in Libano, con le proteste di questi giorni?

Attualmente il nostro paese sta attraversando un periodo di proteste a causa soprattutto della crisi economica, di una progressiva penuria di servizi basilari, con oltre un quarto dei libanesi che vive al di sotto della soglia di povertà in uno dei paesi considerati più corrotti al mondo.

Bisogna ricordare, però, che dopo un lungo periodo di divisioni, di quasi una anno, siamo riusciti ad avere un governo di unità nazionale, a causa soprattutto del mancato impegno nella ricerca di una soluzione di salvaguardia nazionale da parte di Saad Hariri. Senza dimenticare, inoltre, le continue pressioni saudite nei suoi confronti come il suo tentato rapimento, voluto da Mohamed Bin Salman, circa due anni fa.

Queste proteste riguardano comunque una costituzione legata al periodo coloniale ed una divisione delle cariche per confessioni, cosa che ha portato ad un utilizzo della politica come strumento di corruzione e di clientelismo.

Lo scontro è anche il frutto delle divisioni continue tra i due schieramenti politici (“8 marzo” sostenuto da Damasco e Teheran e “14 marzo” sostenuto dall’Arabia Saudita e dai Paesi del Golfo, ndr) e delle discussioni relative ai problemi del paese: la lotta alla corruzione, il ritorno dei rifugiati siriani ed i rapporti con Damasco. Cosa già avvenuta nel 2000 con il presidente Emile Lahoud. Bisogna ricordare che gli uomini politici anti-siriani di oggi, erano i più ferventi sostenitori della Siria, quando dominava il Libano con il consenso di Stati Uniti e Arabia Saudita

Queste proteste ripropongono un tema delicato relativo al condizionamento di fondi in cambio del disarmo di Hezbollah?

Niente di nuovo riguardo al piano di destabilizzazione americano, le richieste di alcuni paesi occidentali – che non sono nuove – di disarmare Hezbollah, non hanno alcuna possibilità di essere prese in considerazione. Il partito sciita è parte integrante sia della difesa nazionale che della vita politica. Il consenso nazionale riguardo anche allo slogan «il popolo, l’esercito e la resistenza (con il quale viene anche denominato Hezbollah, ndr)» è nella dichiarazione di governo, approvata dal parlamento libanese.

Quali rischi per il Libano nel conflitto che vede contrapposti l’Iran ad Israele e Arabia Saudita ?

I rischi sono concreti e gli stessi ormai da anni. L’Arabia Saudita e l’Iran hanno entrambe la loro rappresentanza politica e clientelare in Libano, le loro zone di influenza geografica e le loro roccaforti. Il movimento Futuro (del premier Hariri) è pro-saudita, al contrario la Corrente Patriottica Libera, del presidente Aoun, ed il partito Amal del presidente del parlamento Berri sono alleati di Hezbollah.

La differenza è che ultimamente l’Arabia Saudita ha “messo in sordina” la sua politica di normalizzazione nei confronti di Israele. Una scelta legata al suo indebolimento, a livello regionale ed internazionale, del principe ereditario Mohamed Bin Salman, a causa del delitto Khashoggi. In questo contesto suo padre Salman al Saud, persona molto più moderata ed esperta, ha ripreso le redini del governo nel paese.

Le pressioni esistono e soprattutto in questo periodo di proteste stanno tornando in una maniera più trasversale con l’appoggio a quelle formazioni politiche che paradossalmente hanno giovato di questo sistema clientelare: le Forze Libanesi di Geagea, le Falangi di Gemayel ed il Partito Socialista Progressista di Jumblatt.

Qual è il bilancio della politica di Trump in Medio Oriente?

Il bilancio è deficitario. Gli USA non sono più apprezzati neanche dal potere economico arabo a causa della loro continua azione di destabilizzazione. Il sostegno incondizionato di Washington ad Israele, in questi decenni, ha politicamente discreditato gli Usa davanti all’opinione pubblica araba.

Riguardo a Trump ed alla sua posizione nettamente a favore di Tel Aviv iniziano a vedersi alcune voci discordanti anche all’interno del Senato e della Camera dei Rappresentanti nel suo paese. Come le critiche nei confronti delle lobby israeliane e sioniste negli Stati Uniti che stanno progressivamente aumentando.

In quest’ottica l’“Accordo del secolo” per i palestinesi non ha alcuna possibilità di realizzarsi, fortunatamente. Basta guardare cosa avviene in Palestina: a Gaza con le proteste dei palestinesi che sacrificano la loro vita per attraversare la frontiera ed entrare nella Palestina Occupata o in Cisgiordania dove aumentano i gesti quotidiani di resistenza. Trump, a causa della sua incapacità, fino ad ora ha ottenuto risultati opposti a quelli desiderati come è avvenuto in Siria recentemente.

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