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In quarantena a Pechino, ho visto la Cina sconfiggere il Coronavirus

La testimonianza di Gerry Shih – corrispondente per il quotidiano statunitense dal 2018 ed ex inviato per l’Associated Press per la capitale cinese – pubblicata su The Washington Post, il 16 marzo, ha alcuni di spunti di notevole interesse.

Shih ha vissuto in quarantena per due settimane a Pechino, ed in un arco di tempo più ampio – sei settimane circa – ha potuto appurare i cambiamenti che stanno portando la Repubblica Popolare ad uscire dall’emergenza sanitaria; anzi più correttamente a “sconfiggere il virus”, come afferma nel titolo del pezzo e tornare alla normalità.

Il corrispondente ha visto gli ingranaggi della complessa macchina cinese bloccarsi, appena il governo ha emesso tutte le misure per contenere l’espansione del virus; e poi ripartire. Descrive come sia stato “tracciato” in continuazione, le misure intraprese per il “confinamento” della popolazione e poi la sua quarantena.

La cifra del successo, per Shih, è un mix di mobilitazione popolare – usa questa parola – a tutti i livelli e una ferrea direzione politica, che accomuna la Cina ad altri Stati asiatici sul punto di sconfiggere la pandemia, e non un risultato dell’”autoritarismo del Partito Comunista Cinese”. Il corrispondente parla espressamente di consenso, cioè di un rapporto di fiducia; cosa che – aggiungiamo noi – manca completamente nei confronti dell’establishment politico occidentale. Allo stesso tempo mostra la stratificazione dei corpi sociali intermedi, senza la cui partecipazione il successo non sarebbe stato garantito.

In sintesi, capiamo che ci troviamo di fronte ad una società, e non un semplice insieme di individui, e come lo Stato sia uno strumento della consapevolezza collettiva, in grado di correggere le sue storture in caso di necessità e sotto la pressione popolare, marginalizzando probabilmente quella parte delle élites economica che anche lì, se avesse potuto, avrebbe agito diversamente. Qui da noi il “partito del PIL” ha invece dettato legge. E se ne vedono i drammatici risultati (a ieri sera, 35713 contagiati in Italia; in proporzione alla popolazione, equivalgono a circa 830.000 in Cina; dove non ce sono più e sono rimasti poco sopra gli 80.000)…

“Sorprende”, stando ai luoghi comuni del mainstream occidentale, che Shih – seguendo le regole che gli sono state descritte/impartite dal “comitato di quartiere” per la quarantena – abbia potuto tranquillamente svolgere il suo lavoro, ordinando cibo e componenti informatiche che tra l’altro gli venivano consegnate il 72 ore: molti ordini mi arrivavano entro un’ora, segno di come la catena logistica non si è rotta anche nelle fasi più critiche dell’emergenza, ma sia stata gestita al meglio.Ci “stupisce” come un sms automatico gli chiedesse in continuazione di segnalare all’app della città governativa, “Bejing Herats Helping Each Other”, la temperatura corporea. Un monitoraggio sanitario continuo e in tempo reale.

Se paragonato alle esperienze di quarantena che abbiamo conosciuto alle nostre latitudini…

Shih non nasconde gli errori iniziali commessi nella gestione della malattia, ma conclude che la Cina “ha messo sotto controllo l’epidemia, almeno dopo i primi errori”. L’ultima parte, in cui fa il confronto con la gestione statunitense e quella britannica, è impietosa. Non l’anticipiamo se non per il paradosso della paura di tornare a casa,in Gran Bretagna, da parte di un sua amico inglese; o per l’irreperibilità delle mascherine in California.

Il finale non ve lo anticipiamo, perché da solo vale la lettura.

Aggiungiamo solo che, se un quotidiano come il Washington Post pubblica una tale testimonianza, vuol dire che il mondo sta velocemente cambiando e che gli sballati paradigmi dell’Occidente capitalista sono da gettare alle ortiche, per sempre.

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PECHINO – I negozi di alimentari si riempivano di prodotti e consumatori. Dietro l’angolo, si forma una linea davanti ad una bancarella che vende un morbido pane dolce al vapore. Il grigio vicolo ricoperto in mattoni della vecchia capitale imperiale, abbandonato da diverse settimane, si stava riempendo di nuovo di autisti appena autorizzati che cercavano di parcheggiare le loro Audi smisurate. Finalmente lo sapevo: Pechino stava pian piano, inconfondibilmente, ritornando alla normalità.

Sei settimane prima, ho visto la Cina cessare la sua attività appena il coronavirus è esploso a Wuhan, per poi espandersi in tutto lo stato e anche oltre. Per il mio lavoro, ho viaggiato per tutta la Cina, attraverso i viali deserti, gli aeroporti vuoti, nei vagoni dei treni senza persone. Ho visto gli ingranaggi della complessa macchina economica cinese, dai negozi di “noodle” sul bordo del marciapiede fino ai campus tecnologici che si stanno espandendo, bloccarsi sferragliando appena il governo ha emesso tutte le misure per contenere l’espansione del virus.

Per aiutare il tentativo di mappatura sociale dell’intera nazione – e, sospetto, per accontentare il sempre crescente appetito del governo cinese per i dati personali – ho dato con riluttanza il mio numero di telefono agli agenti governativi ad ogni stazione ferroviaria, ho fatto i check-in con l’app del telefono per entrare negli edifici adibiti a sedi di uffici e ho recitato il numero del mio passaporto solamente per mangiare in uno dei rari ristoranti che era rimasto aperto.

Da metà febbraio, i provvedimenti diventarono ancora più stretti.

Sono stati messi dei Checkpoint di reticoli in tutti gli incroci nel centro di Pechino. I quartieri residenziali sono stati chiusi dopo le 22. Come tutti i viaggiatori arrivati in città dopo un breve viaggio, sono stato messo in quarantena a casa per 14 giorni.

Ho finito la quarantena negli ultimi giorni, precisamente quando la vita stava ritornando nelle strade, mentre gran parte dell’Occidente sembrava stesse precipitando nel caos e nel panico. Per molti altri oltre che per me, i pesi nella bilancia cambiavano e ponevano una domanda: le misure restrittive prese dalla Cina possono essere un modello per il resto del mondo?

Ho finito la quarantena negli ultimi giorni, precisamente quando la vita stava ritornando nelle strade, mentre gran parte dell’Occidente sembrava stesse precipitando nel caos e nel panico. Per molti altri oltre che per me, i pesi nella bilancia cambiavano e ponevano una domanda: le misure restrittive prese dalla Cina possono essere un modello per il resto del mondo?

La verità è che non lo so.

Quello che ho visto è che il successo nel contenimento dell’epidemia non può essere collegato solamente al modello autoritario del sistema; è stato utilizzato in modelli democratici come Singapore, Taiwan e Corea del Sud, la quale sembra si stia dirigendo ad una veloce ripresa.

Quello che ho visto ancora è che la Cina e gli altri paesi asiatici che ce l’hanno fatta sembrano avere un consenso pubblico – una vasta scala di mobilitazioni popolari e una coordinazione ai livelli più alti, che, pur con tutte le sue colpe, è stato il punto di forza del Partito Comunista Cinese.

Incontra il tuo amichevole comitato di quartiere

Quando le restrizioni sulla mobilità sono diventate più dure lo scorso mese, la più bassa unità del governo Cinese a cui io abbia mai fatto caso – il comitato di quartiere – subito si è precipitata nella mia vita. Il primo giorno della mia quarantena, i lavoratori mi hanno portato dentro un ufficio distrettuale che pullulava di 20 o 30 volontari, o qualcosa del genere, per raccogliere informazioni riguardo la mia identità, i viaggi che ho fatto, il mio posto di lavoro.

Ad alcuni volontari è stato assegnato il turno intorno all’orologio di fuori, dove dovevano affrontare il freddo con la giacca governativa per misurare la temperatura e controllare i permessi di viaggio per chiunque dovesse attraversare il blocco stradale.

L’ufficio di quartiere mi ha promesso che se avessi rispettato i miei 14 giorni di quarantena senza incidenti, avrei potuto avere anche io uno di quei permessi che mi avrebbe concesso di entrare nel mio quartiere – ma in nessuno diverso da questo.

Dopo una breve negoziazione con i volontari, ci siamo messi d’accordo sui termini della quarantena: potevo andare all’entrata del mio appartamento per incontrare i fattorini, ma loro non potevano entrare e io non potevo uscire. Un muscoloso volontario con la testa rasata e i pantaloni mimetici doveva occuparsi di far rispettare le leggi davanti all’entrata di casa mia.

In Cina, l’intero sistema si è stretto per poi rilassarsi in un circolo senza fine dove i funzionari governativi di alto livello emettevano decreti che venivano gradualmente ignorati prima di essere sostituiti da altri decreti. Come la marea dell’oceano viene mossa dalla forza di gravità terrestre, questo modello si applica a tutto: la censura di internet, l’anticorruzione, i prestiti bancari.

Una sera, quando i controlli del quartiere sembrava stessero rifluendo, mi sono sorpreso di trovare alla mia porta un fattorino che tentava di entrare dentro la mia zona rimasta senza difese per lasciare la cena. Più tardi, un amico si è avvicinato di soppiatto al nostro settimo piano – ovviamente, senza preavviso.

La tua app del telefono vuole ascoltarti

Alcuni giorni dopo, appena Pechino ha annunciato delle nuove misure di contenimento, il sistema è andato ancora su di giri. Il militare pattugliava ancora l’entrata di casa; il mio telefono veniva ancora bombardato da SMS automatici che mi ricordavano di segnalare la mia temperatura corporea all’app della città governativa “Bejing Hearts Helping Each Other”, che mi ero dimenticato di aprire per giorni.

Man mano che la quarantena procedeva, diventava divertente vedere i video su Twitter di persone in altri paesi azzuffarsi per la carta igienica e saccheggiare gli scaffali dei supermercati, perfino quando la mia situazione mi cominciò a diventare familiare, una sorta di routine senza problemi.

Molte volte al giorno, ordinavo su siti di e-commerce come Meituan e Taobao e poi andavo incontro al fattorino che mi portava del cavolo cinese e delle radici di loto, del salmone norvegese e delle costolette d’agnello.

Ho ordinate degli accessori per il computer per lavorare da casa e dell’attrezzatura da idraulico dopo che mi si è allagata la cucina. Molto spesso gli ordini attraverso il paese mi arrivavano entro 72 ore. Molti ordini mi arrivavano entro un’ora – sì, anche la carta igienica.

A casa guardavo le notizie dagli Stati Uniti scorrermi di fronte, come un angoscioso replay di quello che io e i miei colleghi ci ricordavamo della Cina delle settimane precedenti: lo stato di New York ha chiuso un’intera regione – la regione di Hubei in miniatura. Nei kit per i test in Usa c’erano delle profonde inadeguatezze – proprio come in Cina. L’amministrazione Trump ha ritardato la sua risposta all’epidemia e ha fuorviato il pubblico riguardo il problema – nello stesso modo si sono comportate le autorità sanitarie cinesi. Il presidente si è proposto di contenere il numero delle infezioni e lasciarle “where they are” – esattamente come è successo a Wuhan.

In Cina, nel frattempo, il paese si stava riprendendo, e i media nazionali si stavano prodigando per farlo sapere al resto del mondo. La narrazione della propaganda, però, che infastidiva l’immagine del presidente Xi Jinping e il suo capo dell’ideologia, Wang Huning, è andata molto oltre nel promuovere l’efficacia della risposta cinese dopo che il governo centrale iniziò a fare progressi a fine gennaio. La propaganda diceva che il recupero della Cina era la prova dell’efficienza del Partito, che la leadership autoritaria non era solo adatta, ma addirittura un superiore modo di governare.

La Cina canta le sue preghiere

Tutto questo è passato sopra al fatto che lo scoppio dell’epidemia sarebbe stato probabilmente evitato o maggiormente contenuto se fosse stato contrastato prima, o se gli informatori non fossero stati zittiti. I media di stato hanno celebrato I risultati della politica di quarantena in Cina e I suoi enormi sacrifice, quando, in realtà, non sono stati nominate studi come quello condotto dall’Università di Southampton – a cui ha preso parte un ricercatore del Centro per il Controllo delle Malattie di Wuhan – che ha messo in rilievo che il 95 per cento dei casi sarebbero stati evitati se le misure di contenimento fossero state attuate tre settimane prima.

Appena un ufficiale cinese è entrato in una polemica d’alto profilo con gli Stati Uniti dopo aver mostrato dei dubbi e strane teorie sull’origine del virus su Twitter, ha apparentemente spostato l’attenzione in un momento in cui il mondo avrebbe dovuto imparare dai risultati incontrovertibili ottenuti dalla Cina: come ha messo sotto controllo l’epidemia, almeno dopo i primi cari errori.

Dopo che la mia quarantena si era conclusa da qualche giorno, ho incontrato i miei amici nei ristoranti di Pechino che stavano lentamente riaprendo. I tempi sono cambiati, su questo siamo tutti d’accordo.

Un amico inglese ha detto che era molto spaventato di prendere un aereo per tornare a casa dopo che le autorità sanitarie avevano proposto di lasciaree che una gran parte della popolazione inglese venisse infettata per raggiungere “l’immunità di gregge”. Un amico, con la famiglia a New York, era preoccupato che sua madre non potesse permettersi il biglietto aereo per tornare in Cina, perché i prezzi stavano impennando. Un altro amico ha detto che stava portando delle mascherine per i parenti in California, dove non erano più reperibili.

Tutto questo mi ha ricordato di una mattina in quarantena, quando ho incontrato due care vicine che si stavano rilassando sotto il sole invernale. Facendo eco alle classiche parole dei media di stato, loro si meravigliavano di come la Cina stesse trionfando sul virus, ma i governi meno competenti stessero precipitando nel caos.

Chiacchierando nel vivace tono del Mandarino del Nord e del nazionalismo dell’era-Xi, le signore “dama” suonavano un po’ insensibili, persino sgradevoli.

Guardando indietro, avevano anche ragione.

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