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Ma siete proprio sicuri che ci sarà un Recovery Fund?

Scalfire il muro di menzogne sparso a proposito del Recovery Fund è difficile, ma non impossibile. Occorre tempo, pazienza, attenzione. E c’è il forte “rischio” che a breve sia la realtà ad imporsi, bruciando il velo delle stupidaggini ripetute soprattutto da ministri, opinionisti un tanto al chilo, mezzibusti senza spina dorsale né professionalità.

Da parte nostra, abbiamo fin da subito indicato alcuni punti molto critici, che mettono in forse l’applicabilità del meccanismo decisionale escogitato per il solo Recovery Fund (e lo stesso Bilancio Europeo, cui è agganciato).  E in ogni caso continuiamo a smontare, da soli o in ottima compagnia, il contenuto finanziario del “piano”.

Ma se a sollevare gli stessi dubbi, all’interno di un discorsetto edificante e fasullo, è addirittura Mario Monti (ex Commissario europeo, ex presidente del consiglio, ex leader di un partitino personale fallito, membro stabile del Bilderberg Group, establishment “europeista” duro e puro, ecc), allora qualche problema deve esistere davvero.

La frase sibillina che gli è scappata in un semi-entusiastico pezzo sul Corriere è stata notata da pochi, ma presto messa in evidenza. «Il bilancio della Ue 2021-27 e il Recovery Fund, per dispiegare i loro effetti, richiedono che la decisione sulle nuove risorse proprie venga ratificata da tutti gli Stati membri, come se fosse una modifica dei Trattati (e magari qualche paese penserà di ricorrere a un referendum…)».

Poche righe per dire che quanto “concordato” al Consiglio Europeo a proposito dei fantastiliardi che dovrebbero “arrivare dall’Europa” è sub judice. E’ per ora una proposta, poco più, che ben 27 Parlamenti nazionali dovranno approvare. E le popolazioni di alcuni paesi, è noto, sono state addestrate negli anni a concepire i “mediterranei” come fastidiose cicale mangiasoldi. Anche se nella realtà accade da decenni l’esatto opposto (basterebbe ricordare i rebates – sconti sui contributi da versare al bilancio comunitario – o lo scandaloso dumping fiscale ai danni dei partner).

Questa condizione politicamente instabile sarà chiarita solo nei prossimi mesi. E solo dopo che tutti e 27 avranno dato il loro benestare si comincerà – eventualmente – a ragionare sulla distribuzione di fondi raccolti con il normale indebitamento sui “mercati”; insomma, con debiti pubblici che andranno cumulati su quelli già in essere.

Scrive infatti Monti: “Non dobbiamo illuderci che il «superfreno» che il solito Rutte avrebbe voluto (la possibilità per un singolo Paese di far bloccare le erogazioni sul Recovery Fund a Paesi che non rispettino le condizioni pattuite), non adottato dal Consiglio europeo, sia uscito di scena.”

I nostri ministri, opinionisti, leader d’opposizione, ecc, ci hanno bombardato con il messaggio esattamente opposto (Colpo ai populisti, per l’Europa è nuovo inizio), mentre tutta la discussione pubblica verte sul “cosa faremo di tutti quei soldi”.

In realtà, la situazione è tutt’altra. Quel meccanismo di governance escogitato per il Recovery Fund – Commissione Europea (“governo”) più “maggioranza qualificata del Consiglio Europeo” (vertice dei 27 capi Stato e di governo) – non è previsto da nessun trattato Ue.

Dunque, legalmente, equivale ad un nuovo trattato, che deve essere approvato a livello nazionale. Finché non c’è il voto parlamentare di tutti i Paesi quel dispositivo barocco semplicemente non esiste.

Ma se non esiste quel dispositivo non esistono nemmeno i 750 miliardi di cui si ciancia a ruota libera. “Basta che un solo Parlamento voti ‘no'” e – dice lo stesso Monti – ”Niente risorse proprie. Niente possibilità per la Ue di indebitarsi nel mercato. Niente bilancio settennale. Niente Recovery Fund.”

Insomma, i nostri opinion maker dovrebbero dotarsi di un rosario e accendere parecchi ceri alla madonna perché intervenga sui cervelli dei deputati – o, sia mai detto, dell’elettorato – di un Paese “frugale” e li convinca ad emettere il sospirato “sì”.

Monti, che dell’establishment continentale è un cane da guardia feroce, ci consiglia infatti di non dare adito ai “parlamentari sovranisti olandesi”, di cui l’insopportabile Rutte è l’esponente meno ruvido, “di dimostrare che loro, sì, sanno essere intransigenti verso paesi che non mettono in ordine la loro economia, non quel mollacchione di Rutte…”

Come fare ad imbonirli? Semplice: fare di corsa quel che loro, come tutto l’establishment europeo, pretendono da noi e dagli altri “mediterranei”:E’ essenziale che il nostro Paese dia segni concreti e rapidi di avere volontà e capacità di realizzare seriamente ciò che giova alla nostra economia e che la Ue ci chiede di fare, perché siamo un pezzo importante dell’Europa.

Fuor di metafora: tagliare la spesa per pensioni, istruzione, sanità, pubblica amministrazione (come esplicitamente detto nel testo dell’”accordo” sul Recovery Fund).

Tutto questo vi puzza di “condizionalità”? Nonostante tutti vi dicano che qui non ci sono, mentre nel Mes sì (qualcuno, più bugiardo della media, arriva a dire che non ci sarebbero neanche lì…)?

Beh, vi ricorda Monti col suo fare sardonico, “Che comportino o no forme esplicite di condizionalità, gli aiuti di altri mettono comunque in posizione subalterna.

Fino a citare esplicitamente il povero Dante Alighieri, col suo «come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e’l salir per l’altrui scale».

Il discorso è chiaro: non ci sono “contributi a fondo perduto”, non c’è alcuna solidarietà europea, ma solo prestiti condizionati e molto, ma molto, “salati”. Non in termini di interessi da pagare, forse, ma certamente in termini di autonomia decisionale e di “ragione sociale”.

Peggio. Non è neppure detto che quei soldi ci saranno. Perché, appunto, “Basterebbe il no di un Parlamento”

Quel che né Monti né altri dicono – perché dovrebbero aprire una riflessione pesante sul passo indietro fatto in direzione di un “approccio inter-governativo” apertamente conflittuale – è che questa incertezza procedurale costruita con una “toppa peggiore del buco”, stesa su un disaccordo inconciliabile tra gruppi di Paesi con interessi e situazione debitoria (pubblica) differenti, sarà un problema serissimo per l’architettura europea. Anche se dovesse essere approvata.

Con un “innovazione” degna di miglior causa, infatti, è stato delineato un “governo di minoranza”, secondo cui basta creare un gruppo di Paesi con il 35% della popolazione continentale per bloccare qualsiasi erogazione dei fondi a un Paese considerato – a ragione o a torto, non importa – “inadempiente” nella realizzazione di alcune “riforme”.

Al momento attuale, questa minoranza con potenziale potere di veto è rappresentata dai cinque “frugali” (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia Finlandia), che però non dispongono del peso demografico sufficiente. Basterebbe però che su un loro “niet” si schieri anche la Germania (insieme a qualche altro paese, anche di piccole dimensioni) ed il gioco è fatto.

Berlino si ritrova così in mano il joystick decisivo, mentre nelle cronache passa per un “mediatore solidale”…

Il sospetto che tutta questa manfrina di quattro giorni fosse concordata, è insomma ben più di un sospetto maligno.

Ma nel momento in cui fosse fatta scattare questa trappola sul collo di qualche malcapitato “mediterraneo” – e l’Italia è la principale indiziata, per ora – è facilmente ipotizzabile un andamento futuro delle istituzioni europee caratterizzato da “minoranze di blocco variabili”, su questo o quel tema, per ritorsione o gioco di logoramento.

Manovrare un Continente con queste premesse, nel pieno della più grave crisi del Dopoguerra, non sembra facilissimo. Non basta essere feroci, per vincere le guerre. Dovrebbero ricordarlo bene a Berlino, e anche i boeri alla Rutte…

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