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Governo e camionisti tengono il Cile sull’orlo del precipizio

Sono cosciente di star facendo riferimento a un tema che pochi conoscono – o vogliono conoscere – e ancor meno affrontare. So pure che la mia posizione è comoda: non sono candidato a niente, né ho un incarico pubblico, né affari da difendere. La mia condizione di pensionato mi permette di parlare con libertà, manifestando la mia opinione senza limitazioni né sotterfugi.

Poche ore fa la corporazione dei padroni dei camion – installata nel paese quarant’anni fa – ha emesso una dichiarazione pubblica “avvisando” che potrebbe mettere in atto azioni per “far giustizia” nell’Araucanía. La corporazione ha utilizzato termini che richiedono di essere analizzati, sia pur sommariamente.

In primo luogo, dobbiamo ricordare che è nata sotto la protezione di un’estrema destra sovversiva e golpista nel 1972-73, finanziata con soldi della Centrale d’Intelligence Americana (CIA) degli Stati Uniti – fatto riconosciuto dalla stessa Centrale, come dall’FBI e dal governo statunitense –, e appoggiata e adottata da un partito cosiddetto “democratico e di centro”, quello democratico cristiano.

Questi quattro soci hanno deciso di abbattere un governo costituzionale per procurare rendite illimitate a beneficio del capitale. I camionisti hanno preteso un pagamento per i loro servizi, e non in dollari, come era accaduto tra luglio e agosto del 73, ma con una manica larga ‘legale’ che permettesse loro di appropriarsi in modo monopolistico del trasporto delle merci per tutto il paese.

Per questo, perciò, hanno preteso dai loro compari della destra di mettere fine alla presenza della ferrovia in Cile. León Vilarín ha capeggiato i negoziati. La memoria non inganna.

In quasi mezzo secolo questa corporazione si è impossessata delle autostrade del paese, delle merci in generale e persino delle decisioni legislative dei poteri dello Stato, sempre minacciando di “sospendere il trasporto di alimenti e beni basici” se lo Stato non soddisfa le sue richieste. Possono farlo, certo che sì… Dopo tutto non ci sono treni.

Per mezzo secolo hanno deteriorato e contaminato strade complete, obbligando il bilancio statale a spendere miliardi di dollari nell’acquisto di combustibile, mantenendo la gente, la società civile, asfissiata dal pagamento di denaro a beneficio della loro attività commerciale mediante imposte specifiche e altre gabelle che tutti conoscono: riparazione di strade e vie minori a causa del deterioramento che le enormi macchine provocane su quelle vie (un esempio chiaro di questo è la Strada H-30, da Rancagua all’Autostrada della Fruta, e anche quella stessa autostrada, senza alcun dubbio).

Con tutte le garanzie già ottenute, i camionisti sono stati mediamente tranquilli in questi quarant’anni, fino a ora. Non è l’Araucania *[vedi n.d.t.] che provoca il loro timore. No, certo che no. L’Araucania è servita loro da pretesto per invocare nuove esigenze che, dopo tutto, sono le stesse che hanno esplicitato nel 1973.

In definitiva, non è l’incendio dei camion (la maggioranza di questi contava su assicurazioni milionarie) quello che infastidisce quella corporazione, visto che non ha mai alzato la voce, né fatto minacce di alcun tipo, di fronte agli assalti e rapine che centinaia di camion subiscono per mano di bande di delinquenti sulle autostrade dal nord al sud del paese, la maggior parte di questi lontane dal Wallmapu mapuche.

Qual’é il timore reale di questi proprietari di camion, che sanno di essere in enorme debito con il popolo cileno? Il plebiscito… Questa è la paura… Questo è il tema che toglie loro il fiato e il sonno. Il plebiscito e una nuova Costituzione Politica che favorisca il ritorno della ferrovia.

Sanno che quello sarà tema di discussione costituzionale, come sanno pure che la maggioranza dei cileni opterà per il ritorno delle ferrovie per merci e passeggeri, da Arica a Puerto Montt, includendo i treni per la Bolivia e l’Argentina. Come sanno che l’alternativa “Approvo” sarebbe ampiamente trionfante se ci fosse il plebiscito. A ciò, la corporazione unisce un’esasperante dubbio: e se, per di più trionfa l’alternativa Assemblea Costituente (mascherata con altro nome, chiaramente)?

I nuovi ‘leónvilaríni’ di questa combriccola d’imprenditori dei trasporti hanno deciso che l’Araucania deve essere il pretesto per obbligare governo, opposizione, stampa canaglia e forze di polizia, a intervenire con violenza, non solamente nella zona del Wallmapu, ma anche mettendo mano agli ineffabili “Accordi per la Pace” che la maggioranza dei partiti bottegai ha firmato a novembre del 2019, e in cui era incluso un appello a plebiscito costituzionale.

Se c’è da portare il Cile sull’orlo del precipizio, lo faranno. Che nessuno dubiti di questo e si faccia ingannare. L’hanno fatto nel 1973, e sono disposti a farlo nel 2020. L’Araucania, il Wallmapu, è solamente il pretesto che di cui hanno bisogno.

Con l’aperto appoggio del governo di Sebastián Piñera, dei partiti di destra e di una stampa canaglia, come pure con l’agire di una polizia notoriamente corrotta e classista, già lo stanno facendo.

©2020 Politika | diarioelect.politika@gmail.com

*[n.d.t.] In Araucania è in corso un conflitto permanente  (con morti e prigionieri politici) tra il Popolo della nazione Mapuche, che rivendica il recupero delle proprie terre a suo tempo espropriate a favore del latifondo privato, e lo stato Cileno, che (con l’eccezione del governo della Unidad Popular di Allende, che stava attuando un piano di restituzione delle terre) ha sempre represso violentemente e proditoriamente le legittime azioni di riappropriazione del popolo originario. Il Wallmapu, territorio della nazione Mapuche, si estende anche in Argentina, dove lo Stato ha tenuto il medesimo comportamento violento di quello cileno.

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