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Il “Turkestan orientale” e gli interessi degli operai kazakhi

Si è svolto ieri il previsto video-incontro dei Capi di stato dei paesi del ODKB (Armenia, Russia, Bielorussia, Tadžikistan, Kyrgyzstan, Kazakhstan) dedicato alla situazione in Kazakhstan.

Nel suo intervento, Vladimir Putin ha detto che Mosca, sin da subito, ha «compreso che la minaccia nei confronti dello Stato kazakho veniva non da spontanee azioni di protesta per il prezzo del carburante, bensì dal fatto che la situazione veniva sfruttata da forze distruttive interne e esterne»; vale a dire, si era fatto ricorso alle note tecniche del “majdan”, utilizzando gruppi «ben organizzati e accuratamente diretti», addestrati in campi di «terroristi all’estero».

Si trattava, di fatto, di un «attacco al paese, un’aggressione», il che, dunque, secondo Putin, avrebbe fatto scattare l’art. 4 dello statuto del ODKB, le cui forze, ha detto, hanno compiuto un’azione «estremamente tempestiva e assolutamente legittima» e rimarranno in Kazakhstan per un periodo limitato, finché «il presidente del Kazakhstan lo riterrà opportuno».

Putin si è detto convinto che la situazione nel paese si stabilizzerà abbastanza presto e che già ora sta gradualmente tornando alla normalità: «Ci rendiamo conto che gli eventi in Kazakhstan non sono né il primo, né l’ultimo tentativo di ingerenza esterna negli affari interni dei nostri Stati» sul modello delle rivoluzioni colorate.

A trovarsi spiazzata dall’azione «estremamente tempestiva» del ODKB è stata, tra gli altri, la Turchia di Recep Erdogan.

«Insieme al Kazakhstan, abbiamo non solo ampliato i confini del mondo turco, ma abbiamo iniziato a determinare le regole del gioco in Asia centrale», scrive la turca Akit; ma «quando i giochi sono iniziati, non sono stati gli Stati turchi a parteciparvi, ma la Russia con i suoi partner del ODKB».

D’altronde, l’operatività con cui si è attivato il meccanismo del ODKB, indica che Mosca conoscesse in anticipo ciò che bolliva in Kazakhstan e vi si preparasse da mesi.

Cercando di riguadagnare terreno, nei giorni scorsi, Erdogan, in un colloquio telefonico con Tokaev, gli ha promesso appoggio «con conoscenze tecniche e esperienza in caso di necessità», augurando una pronta «fine delle tensioni».

Prima ancora, Erdogan aveva discusso della situazione kazakha coi leader di Azerbajdžan, Kirgizija e Uzbekistan e sul tema è in programma anche una riunione straordinaria dei Ministri degli esteri del Consiglio turco (Türk Devletleri Teşkilatı, o Consiglio di cooperazione dei Paesi turcofoni: Azerbajdžan, Kirgizija, Kazakhstan e Turchia), l’organismo sorto nel 2009 proprio su proposta di Nursultan Nazarbaev.

Ancora più schietto, di fronte alla mossa del ODKB, l’ex Primo ministro e Ministro degli esteri Ahmet Davutoglu: «Sono profondamente rammaricato per gli eventi nell’amichevole e fraterno Kazakhstan. È anche preoccupante che Astana si sia rivolta al ODKB, guidato dall’Armenia»; questo parla della «debolezza della solidarietà interna al mondo turco».

Sembra in effetti che alcuni settori turchi – Davutoglu tra loro – pensassero a un conflitto duraturo in Kazakhstan, del tipo ucraino, così che la Turchia avrebbe avuto l’opportunità di uscire allo scoperto e fare da mediatrice.

D’altra parte, scrive la turca Cumhuriyet, «il duo USA-Regno Unito semplicemente non ha la forza di mantenere a lungo il caos in questa regione per consolidare il fronte ucraino».

In definitiva, Ankara ha assunto un atteggiamento attendista: i turchi capiscono che in Kazakhstan è in corso una partita importante, scrive Stanislav tarasov su IA Rex, e, in caso di mosse avventate, la Turchia potrebbe rimanere del tutto tagliata fuori dal teatro centro-asiatico, mentre la Russia nel Transcaucaso ha sostenuto il progetto turco, con la piattaforma “3+3” (Azerbajdžan, Russia, Turchia, Georgia, Armenia), esclusi USA e UE.

Di fatto, Ankara non sembra avere forza sufficiente a contrapporsi a Mosca; quantomeno, non sempre e non ovunque. Lo dimostrerebbe l’atteggiamento dello stesso Azerbajdžan, forse il paese più “amico” della Turchia, che tuttavia continua a manovrare tra Ankara e Mosca.

Per parte sua, il Kazakhstan fa parte di ODKB, Shanghai Cooperation Organization, Unione economica euroasiatica, è parte attiva dei processi di integrazione nello spazio post-sovietico, ma riveste anche anche un ruolo di vertice nel Consiglio turco.

Evidentemente, ancora allo scopo di recuperare posizioni, il politologo turco Bunyamin Yesil sostiene che, agendo contro il Kazakhstan, «determinate forze miravano non solo a colpire la Russia, per indebolirla e minare l’integrazione nello spazio post-sovietico, ma anche la Turchia».

Yesil ricorda che al vertice del Consiglio turco dello scorso novembre, a Istanbul, era stato deciso il passaggio della lingua kazakha all’alfabeto latino, oltre che lo scambio di informazioni e la semplificazione delle procedure doganali tra Kazakhstan e Turchia, con l’obiettivo di un’alleanza economica e politico-militare di «sei stati e una nazione», secondo la formula di Erdogan.

Sembra che in Turchia siano convinti che nel gioco sia invischiata una discreta parte della élite kazakha e, secondo la Habertürk, presto «il Turkestan orientale diverrà teatro di un grande gioco».

Di converso, stando al portale ritmeurasia, accanto al fattore anti-russo, nella crisi kazakha ce ne è anche uno anti-cinese, volto a colpire gli interessi di Pechino (che sono tra i più rilevanti nell’economia kazakha) e, nello specifico, il progetto One belt, one road.

Un gioco in cui l’ex Presidente kazakho Nursultan Nazarbaev aveva sinora ricoperto un ruolo tutt’altro che secondario, in particolare nel disegno pan-turanico della creazione di uno Stato dei turchi, dai Balcani, alla Čuvašija alla Jakutija. Dieci anni fa, Nazarbaev affermava che «siamo oltre 200 milioni della stessa stirpe, che viviamo tra Mediterraneo e Altaj. Se ci unissimo, diverremmo uno Stato grande e influente».

Cinque anni fa, con un occhio alla Turchia, il Kazakhstan cominciava a passare all’alfabeto latino e due anni fa si discuteva addirittura di un blocco militare con la Turchia.

In generale, alcune formazioni comuniste russe minori sostengono senza mezzi termini che, da un lato, è in atto «un tentativo degli imperialismi turco, occidentale e americano di espellere l’imperialismo russo dal Kazakhstan; dall’altro, l’imperialismo russo sta cercando di mantenere le proprie posizioni… tutto questo indica che il mondo imperialista si sta sistematicamente preparando alla guerra e gli Stati-satelliti, del tipo Kazakhstan, Ucraina, Bielorussia, sono necessari a entrambi i contendenti di questo conflitto mondiale».

Sono dunque molteplici gli attori interessati a inserirsi e cercare di sfruttare a proprio vantaggio la protesta dei lavoratori kazakhi per le condizioni di lavoro e di vita, con le manifestazioni che nella regione di Mangistau e in quelle vicine vanno avanti almeno dallo scorso settembre.

E, come accade solitamente nelle proteste spontanee (spesso anche in quelle ben organizzate) si inseriscono i più disparati elementi e provocatori di professione; questi ultimi, non fanno altro che svolgere il lavoro per cui sono pagati: screditare la base sociale delle proteste.

Guarda caso, i media ufficiali mostrano proprio questo: una folla di rivoltosi che distrugge tutto, che non ha chiari obiettivi o fini definiti. Ecco allora che si fanno avanti forze politiche diverse – che siano i clan famigliari, o i diversi Žuz delle élite “perdenti” kazakhe, ecc. – che cavalcano la situazione per i propri interessi, di classe o di bottega.

Un anonimo attivista russo ha scritto in rete: «Un idealista è una persona che pensa che un giorno ci sarà una protesta “a regola d’arte”: sarà come in una parata, con le bandiere rosse, i giusti slogan e un percorso su tappeto, dal suo divano al palazzo del governo».

Ora, non sembra che le proteste e le manifestazioni dei lavoratori kazakhi abbiano messo all’ordine del giorno la “presa del palazzo”, ma hanno avanzato precise richieste sociali, politiche e di classe, nei confronti del governo, del capitale straniero e anche della borghesia compradora a esso assoggettata.

E questo è un segnale d’allarme per tutta la borghesia dello spazio post-sovietico (ne è indiretta testimonianza la durezza con cui la polizia ha represso a Mosca anche i più piccoli raduni a sostegno dei lavoratori kazakhi), sia che essa si muova a braccetto del capitale straniero cui sono state svendute gran parte delle ricchezze dell’URSS, sia che se ne sia sganciata e anzi sia in lotta con esso a livello mondiale.

È così che in terra kazakha, tutte quelle forze borghesi sinora spinte all’angolo dai clan di governo dominanti, stanno cercando in ogni modo di sfruttare la protesta operaia. Vi si sono gettati oligarchi d’opposizione rifugiati all’estero, esponenti della piccola-borghesia, elementi declassati, nazionalisti, fanatici religiosi e si è assistito alle peggiori provocazioni, con forme assurde, irrazionali, come l’attacco alle autoambulanze o ai funzionari della Protezione civile.

Purtroppo, gli operai kazakhi si sono ritrovati senza sindacati, senza organizzazioni di classe proprie, tutte falcidiate dalla borghesia locale e, anche per questo, hanno avuto buon gioco le forze interessate a presentare la situazione del paese come null’altro che un tentativo di “aggressione esterna”.

I comunisti russi hanno parlato anche di “rivoluzione borghese incompiuta” in Kazakhstan, che ora una parte della borghesia locale ha cercato di portare a compimento, sia pure a vantaggio di una parte e a scapito dell’altra.

Che sia Tokaev che estromette Nazarbaev, o Nazarbaev che tenta di fare altrettanto col rivale, si dice a Mosca, in ogni caso i lavoratori kazakhi devono tenere fermi i propri specifici interessi di classe e i propri obiettivi.

Perché, in definitiva, si tratta di manifestazioni operaie, dei lavoratori, che hanno avanzato precise rivendicazioni, come la fine delle repressioni contro il movimento sindacale e comunista, il diritto a organizzare propri sindacati e partiti politici, la legalizzazione del Partito comunista e del Movimento socialista, messi fuori legge, la liberazione dei prigionieri politici, l’allontanamento di funzionari corrotti.

Per questo, da comunisti, sosteniamo la loro lotta.

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2 Commenti


  • Giancarlo Allegrone

    Sono sincero non ha mai letto una analisi così distorta di quanto è successo in Kazakistan. A me risulta che quanto è accaduto, non è stata una rivolta di operai, lavoratori, ma di militanti che hanno approfittato della protesta sociale sugli aumenti del gas per unirsi al movimento, con obiettivi ben diversi. Ma questi militanti erano in realtà dei professionisti armati di fucili di precisione, con un alto di organizzazione, che hanno condotto azioni estremamente coordinate, con obiettivi ben definiti, questi militanti avevano intenti totalmente diversi dalla gran massa che era scesa in piazza. Perciò quando leggo la frase “Ora, non sembra che le proteste e le manifestazioni dei lavoratori kazakhi abbiano messo all’ordine del giorno la “presa del palazzo”, ma hanno avanzato precise richieste sociali, politiche e di classe, nei confronti del governo, del capitale straniero e anche della borghesia compradora a esso assoggettata.”, mi chiedo ma chi scrive, da che parte sta? Mi paiono le parole di Blinken, Segretario di Stato Usa, che dice sono state “pacifiche manifestazioni”. Perché il termine “pacifiche manifestazioni, continua a negare che vi sia stata un tentativo di rivolta contro il governo kazako. Ma nel post scopriamo altri sotterfugi, altre falsità, come questa “A trovarsi spiazzata dall’azione «estremamente tempestiva» del ODKB è stata, tra gli altri, la Turchia di Recep Erdogan.” Balle, fandonie, mediocrità, tutte tese a deviare la questione, ma quale? Il quale è molto semplice, e articolata, semplice perché fra i rivoltosi è stato riconosciuto un personaggio appartenente all’organizzazione fascista “Lupi Grigi”, articolata perché è indubbiamente connessa alla decisione del presidente Tokayev di cacciare il governo. Articolata perché, perché sicuramente Tokayev avrà chiesto spiegazioni, a Karim Massimov,, responsabile della sicurezza interna, dopo averlo accusato di “alto tradimento”. E’ Massimov durante gli interrogatori sicuramente avrà ammesso che migliaia di “militanti professionisti erano entrati in Kazakistan, allo scopo di sovvertire il paese. Tra cui militanti turchi! Ed è per questo che il presidente Tokaiev è stato in grado di affermare che i partecipanti a questo tentativo di rivolta, erano circa 20 mila. Ed è per questo, che Erdogan, visto il numero di turchi coinvolti, si è sentito tirato in ballo, ed ha dovuto tentare a ricucire i suoi rapporti, probabilmente negando, o dicendosi sorpreso che vi fossero tanti turchi. Ma perché potevano esserci tanti turchi? Secondo alcune ipotesi, gli Usa sarebbero gli iniziatori di questo “tentativo” ma l’operazione sarebbe stata gestita dagli spioni inglesi del MI6, il cui capo Richard Moore è un fedele russofobo, ma è anche forte difensore della “Grande Turania”. Il progetto panturco di creare uno stato che unisca i popoli di lingua turca dell’Asia centrale, del Volga, Urali e Caucaso, tutti ex-paesi sovietici. Ma riguardo alla Grande Turania, Moore, ex-ambasciatore ad Ankara, era in totale sintonia con Erdogan. Poi però c’è un altro aspetto, che nel post viene stranamente “dimenticato”, che la Turchia è un membro importante della Nato! L’altro punto che lascia increduli è il richiamo al termine “imperialismo russo”, termine che viene usualmente menzionato dai neo-cons, ed invece lo si trova in questo post. Come sappiamo dopo il 1991 il patto di Varsavia è stato sciolto, ma non la Nato, ed era rimasta la Russia e gli altri stati ex- satelliti, ognuno poteva andare per proprio conto. E così è stato. Ma questi stati non sono rimasti neutrali, man mano sono stati assorbiti nella Nato. E addirittura nel 2014 l’Ucraina dopo che la Cia ha organizzato il “golpe di Maidan”, si è “avvicinato” all’occidente. Detto questo non è forse lampante che se vi è un imperialismo, può solo esserlo l’imperialismo occidentale che con il suo braccio armato , la NATO, è riuscito ad “alleare” i paesi ad est-europa, mentre la Russia è rimasta nel suo “guscio”. Inoltre, la Russia avrebbe di che lamentarsi, l’Ucraina, la Bielorussia, non sono mai stati degli stati differenti dalla Russia, in quanto erano e sono “stati” con popolazioni russe, di etnia russa. Ed allora che cosa, si può dire, se non che questo è totalmente fasullo, null’altro..


    • Redazione Contropiano

      Ogni conflitto è un mix di ragioni sociali e interessi internazionali. L’analisi concreta della situazione concreta è a volte difficile (il Kazakhstan non è esattamente dalle nostre parti…), ma va fatta. E queste fonti ci sembrano più che affidabili.

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