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Perù. Il 9 febbraio una nuova giornata di mobilitazione nazionale

Con 75 voti contrari, il Congreso del Perù ha respinto questo giovedì un dictamen che proponeva la tenuta di elezioni anticipate e un referendum di convocazione di una Assemblea Costituente entro questo anno.

L’iniziativa che è stata introdotta da Perú Libre, ha ricevuto solo 48 voti a favore, 75 contrari, e un astensione, raggiungendo un numero di voti molto distante dagli 87 necessari per essere approvata.

La formazione della sinistra peruviana che aveva candidato Castillo alle precedenti elezioni, aveva proposto che le elezioni si tenessero la seconda domenica di luglio di quest’anno, contestualmente alla tenuta di un referendum in cui la popolazione sarebbe stata chiamata ad esprimersi per la possibile convocazione, o meno, di una Assemblea Costituente.

Bisogna ricordare che un recente sondaggio dell’IEP – l’Istituto di Studi Peruviani – rivelava che il 74% degli intervistati appoggia la richiesta di sciogliere il Congreso, e il 69% si dice a favore dell’Assemblea Costituente.

Questa decisione segue alla bocciatura del giorno precedente della proposta di anticipare le elezioni per il dicembre 2023, che ha ricevuto 54 voti a favore e 68 contrari, ed una astensione.

Si tratta dell’ultimo atto di una crisi politica a cui i vari attori istituzionali, a cominciare dalla presidente Dina Boluarte, passando per le forze politiche del Congreso – dominato dalle formazioni fujimoriste – non sembrano trovare soluzione, con un potere giudiziario che sembra totalmente asservito alle oligarchie golpiste.

Come ha recentemente mostrato la decisione di rigettare la richiesta di annullamento dell’inchiesta nei confronti di Castillo per supposto delitto di “ribellione” o in alternativa “cospirazione” presentata dal suo legale.

Stando ai sondaggi il tasso di approvazione del Congreso è solo del 7%.

Tutto questo a quasi due mesi dall’estromissione di Pedro Castillo – attualmente incarcerato – e dall’inizio dell’insurrezione popolare che sin da subito ha posto in maniera chiara le sue richieste, tutt’ora inascoltate: dimissioni della Boluarte, lo scioglimento del Congreso, le elezioni anticipate il prima possibile, e la Convocazione di una Assemblea Costituente per cambiare la Carta Costituzionale promulgata durante la dittatura di Alberto Fujimori, nel 1993, oltre alla liberazione di Pedro Castillo.

Le popolazioni che si sono mobilitate hanno incontrato come unica risposta l’instaurazione di una sorta di stato d’eccezione permanente, dando di fatto pieni poteri alla polizia (PNP) coadiuvata dalle forze armate (FA), che ha mietuto ben 58 vittime e che ha recentemente proceduto allo sgombero manu militari dei blocchi viari in tutto il Paese, in specie nelle regioni centro-meridionali del Grande Sur.

L’ultima vittima di questo bagno di sangue, il 28 gennaio, è sta  Victor Santisteban Yacsavilca, colpito alla testa da distanza ravvicinata da un lacrimogeno durante le varie mobilitazioni nella capitale, e che continuano tutt’oggi.

Come riporta il Celag (Centro Strategico Latino-Americano di Geopolitica) il Perù è secondo Paese per morti nelle proteste sociali in America Latina.

La lista è guidata dalla Colombia con Iván Duque (2021), cui segue il Perù della Boluarte, l’Argentina di De la Rúa (2001), la Bolivia della golpista Jeanine Yañez (2019), il Cile di Piñera (2019).

Le massicce iniziative di protesta non si placano né nella capitale, né in quelle regioni del Perù Profondo che ne sono state l’epicentro: Puno, Arequipa, Abancay, Cusco, Huarochirí, Tambopata, San Román – tra le altre – come riporta il canale di informazione Telesur il 2 febbraio.

Allo stesso tempo si sono registrati blocchi stradali in 22 province, segno che la mano pesante nei confronti di tale forma di protesta si è rivelata controproducente, nonostante il can can mediatico.

La Boluarte, che ha giurato e spergiurato che non rinuncerà al suo incarico, dipende dalle forze politiche che l’hanno nominata; vorrebbe anticipare le elezioni e attuare una sorta di “auto-riforma” della Costituzione senza ricorrere alla consultazione popolare, ma l’esecutivo ha le mani legate.

Ripete che non cederà ad un ricatto di una minoranza “che sta generando la violenza ed il caos nel paese”, riferendosi ovviamente ai manifestanti.

Un apparente paradosso perché può dissolvere qualsiasi residuale garanzia nei confronti dei diritti di cittadini, in una spirale autoritaria che si auto-alimenta, ma non ha il potere di superare l’impasse politico.

A questa “danza immobile” del palazzo corrisponde un processo di mobilitazione popolare che non si arresta, e dopo il riuscito Paro National convocato il 31 gennaio dal Sindacato, dall’Assemblea dei popoli e da altre organizzazioni, un’altra giornata di lotta nazionale è stata convocata dalla CGTP – la centrale sindacale peruviana – il 9 febbraio.

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